27/01/2010 10:34:54 - Manduria - Speciale

Le nostre riflessioni sulla Giornata della Memoria






Mai più Shoah

Sono passati appena 60 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, solo 10 dal giorno in cui il Parlamento Italiano, con la legge n.211 del 20 Luglio, proclamava il 27 Gennaio, Giorno della Memoria. E solo pochi giorni da quando l’attuale Papa, Benedetto XVI, visitava la Sinagoga di Roma, seguendo le orme di una precedente visita di un commosso Giovanni Paolo II.
Eppure la tragedia che ha colpito il popolo ebreo brucia ancora e versa come la più putrida delle ferite, emorragia del più buio dei periodi storici conosciuto per la follia
umana che lo generò e guidò. Da allora termini come quello di Shoah, Olocausto, deportazione, persecuzione, numero di matricola in vera pelle umana, ben lontano dai variopinti tatuaggi moderni per tipologia e significato, operazione di pulizia etnica senza precedenti, genocidio di proporzioni inaudite, sono diventati parte del nostro patrimonio lessicale quotidiano. Almeno quanto quotidiano è il rapporto con quella immane tragedia che si rivive nei racconti dei pochi sopravvissuti cui si deve la divulgazione dei macabri particolari che portarono alla morte sei milioni di ebrei.
La tragedia degli Ebrei che spacca quasi in due il ‘900, secolo conosciuto per le grandi personalità che lo caratterizzarono, per il loro rigoroso ed autentico spessore umano come Gandhi, Madre Teresa di Calcutta, Nelson Mandela, M L. King (premessa
indispensabile per la conquista dei diritti fondamentali riconosciuti alla persona, sempre in prima linea nel denunciare il pericolo dei pregiudizi), sembra con l’Olocausto  sovvertire le normali leggi della natura in fatto di conflitti tra i popoli, per lo più scatenati fino a quel momento dalla sola smania di conquistare di nuove terre, per restare unico nel suo genere, assicurandogli in termini di ferocia, un primato ineguagliato nella storia di tutti i tempi quale diretto riflesso dell'audace sogno di impadronirsi della stessa pelle di un proprio simile.
I nostri libri, le produzioni televisive e cinematografiche come ogni anno sfoderano il meglio delle loro regie, i romanzi, le numerose interviste televisive, i reportage dai luoghi dello sterminio di Bergen-Belsen, da Auschwitz, luoghi in cui veniva soffocato il miraggio di quel lavoro che avrebbe reso tutti liberi. Servizi che indugiano sulle rotaie di treni che per molti costituirono quell’ultimo viaggio senza ritorno accolti da quell’aria fetida di morte nel mentre le ciminiere raggranellavano la carne fresca con cui sarebbero state nuovamente alimentate. E sulle numerose lapidi pregne del sangue dei protagonisti di cui ospitano i nomi, e i tanti nomi senza un volto o i tanti volti senza un nome mai più reclamati a significare la fine di ogni legame. E ancora i racconti di saccheggi perpetuati ai danni degli ebrei nelle forme in cui un saccheggio può esprimersi, hanno scandito la nostra esistenza diventando il segno esteriore di un pianto ed un dolore collettivo, univoco e corale senza soluzione di continuità.
Questo rimane dello sterminio, un giorno della memoria, lasciato ai posteri delle epoche future quale ammonimento affinché atrocità indescrivibili come questa non abbiano mai a ripetersi, finanche nelle manifestazioni più blande, che vanno dalla discriminazione di un nostro simile fino alla forme più estreme che coinvolgono un intero popolo.
Alla scuola, sovraccarica di per sé della numerose responsabilità di una società spesso latitante in tanti settori il compito di perpetuare la memoria nel ricordo di tante vittime innocenti, soprattutto i bambini, cui è stato negato il diritto di essere e di divenire una speranza per il  mondo, prima che la mano dei carnefici li trasformasse in tappetti, saponette e moquette.
Noi, redazione di un piccolo centro sperduto in quel villaggio globale che è divenuto il mondo, ci uniamo al coro unanime che in questi giorni ricorda la Shoah, dedicando questo breve contributo a tutte le vittime dei pregiudizi, non ultime quelle dell’11 Settembre 2001, perché insieme a tutti voi si dissipi l’ultimo squarcio di Medioevo che ancora ci impedisce di fare un salto di qualità nel campo del rispetto tra le varie culture. Ed agli ebrei sopravvissuti manifestiamo ogni vicinanza, anche nell’opera di divulgazione della ferocia dell’Olocausto contro ogni negazionismo che lega gli increduli indissolubilmente alla loro ignoranza.
Lanciamo così un appello: a quanti leggeranno questo articolo il dovere di stringere la mano di un vicino per costruire una catena di solidarietà di cui consce l'inizio ma non la fine; questo spetta solo a voi deciderlo.
Mai più Shoah!!!!!!!!!!!!!!

Mimmo Palummieri










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