09/10/2018 08:54:48 - Salento - Attualità

I 5.490 interventi oncologici registrati nel 2017 fuori regione sono costati circa 32,4 milioni di euro

 

Il 15% dei malati pugliesi di tumore sceglie di farsi curare fuori regione, soprattutto in Lombardia (Ieo, Humanitas, San Raffaele) e in Lazio (al Gemelli). Un dato costante da ormai due anni (salvo che per gli interventi al fegato, in diminuzione), nonostante in Puglia attese ed esiti per l’oncologia siano mediamente in linea con quelli del resto d’Italia.

I 5.490 interventi oncologici registrati nel 2017 fuori regione sono costati circa 32,4 milioni di euro, il 15% del totale della mobilità passiva a fronte del 13% di incidenza numerica sul totale dei ricoveri. Si va fuori soprattutto per il tumore al seno e per quello al colon, nonostante ad esempio - per il primo - gli ospedali pugliesi garantiscano mediamente l’intervento entro 25 giorni e possano contare su alcuni centri di ottimo livello qualitativo, pubblici e privati.

I dati elaborati da Lucia Bisceglia dell’Aress mostrano però uno spaccato più interessante, se si sposta l’analisi sugli elementi anagrafici. Scelgono di curarsi fuori dalla Puglia più le donne degli uomini (un 8% in più), e soprattutto i bambini nella fascia 0-14 anni, oltre che le persone con una fascia di istruzione più elevata. Un dato, quest’ultimo, che può essere letto in due modi: primo, per le condizioni economiche (chi ha mezzi limitati ovviamente non può viaggiare), secondo perché in qualche modo chi ha un titolo di studio maggiore ritiene i grandi ospedali più adatti ad occuparsi del proprio caso o di quelli dei propri figli, anche a dispetto della qualità reale delle cure erogate dalle strutture pugliesi. Ecco perché gli addetti ai lavori ritengono che questa carenza di «assistenza percepita» vada contrastata lavorando su altri piani: la presa in carico precoce e la definizione di percorsi di cura tempestivi. Sono gli obiettivi della rete oncologica regionale. Il contenimento della mobilità passiva oncologica deve dunque funzionare anche come contrasto alle disuguaglianze economiche.

Lo spaccato delle singole patologie mostra però anche una mappa del bisogno di salute. Se guardiamo al complesso dei 37mila ricoveri di pugliesi per patologie oncologiche (sul totale di 484mila ricoveri registrati nel 2017), si vede che sono i tumori del fegato quelli per i quali si ricorre maggiormente all’intervento fuori regione (il 29% dei 1.497 ricoveri totali), seguiti da quelli alla tiroide (226 su 496) in crescita del 4% rispetto al 2016. La proporzione è ancora più alta per i tumori del cervello (si arriva al 32%), ma per le prestazioni ad altissima complessità il discorso è diverso: ci sono patologie per le quali è obbligatorio recarsi presso i centri di riferimento nazionali. Il 26% dei ricoveri oncologici totali registrati in mobilità è classificato come ad alta complessità, mentre il 16% può essere ritenuto attività di routine: esiste poi anche un problema di appropriatezza delle cure.

Viceversa per i tumori al colon la Puglia è sostanzialmente autosufficiente: vanno fuori solo il 7% dei ricoveri totali, tenendo sempre conto che una buona fetta (il 13%) della mobilità complessiva è dovuta a pugliesi che vivono fuori pur non avendo spostato la residenza. A livello di provenienza, invece, i dati mostrano che scelgono di farsi curare fuori soprattutto i residenti di Lecce (per il tumore al seno, al polmone e al fegato) e quelli di Foggia (per il colon): soltanto per gli interventi al polmone, però, i dati mostrano che la Asl di Lecce ha tempi di attesa troppo alti rispetto alle medie nazionali, tripli ad esempio rispetto a quelli che si registrano all’interno della Asl di Bari.



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