04/11/2018 13:07:33 - Avetrana - Attualità

Salvatore Luigi Baldari commenta le ultime novità sul progetto della Regionale 8

«Ricordo quando ero bambino e sentivo parlarne mio padre con gli amici, che già all’epocala invocavano con impazienza. Sono cresciuto con la convinzione che la Regionale 8 Talsano-Avetrana fosse una sorta di leggenda popolare, un mito dai contorni chimerici, un po’ come la storia de Lu Lauru. Solo che qua le trecce invece di farle ai cavalli, qualcuno se l’è fatte da solo negli anni, seduto sulla poltrona del proprio ufficio e, intanto, il tempo trascorreva. I contorni di questa fantomatica Regionale 8 diventano, purtroppo, sempre più chiari. Il purtroppo è presto spiegato: abbandonato il progetto che prevedeva anche una serie di elementi che avrebbero impreziosito l’opera, dandole più sicurezza e più servizi, quel che resta è una misera striscia d’asfalto di dieci metri in tutto, rispetto ai 26 previsti originariamente, senza guard-rail e con una sola corsia per senso di marcia. Delle 27 rotatorie previste, ne restano solo 9; della pista ciclabile di 43km che avrebbe collegato Baia dei Pescatori a Torre Colimena s’è persa ogni traccia, stessa sorte delle diverse aree parcheggio nell’entroterra. Appare sconcertante anche solo l’idea di progettare nel 2018 un’arteria di così vitale importanza con queste dimensioni e queste caratteristiche, ovvero l’opposto di ciò che si definirebbe una strada scorrevole e sicura. Che poi era l’obbiettivo di un’esigenza avvertita da un territorio molto vasto e palesemente bistratto, soprattutto in tema di collegamenti. Ebbene, mentre il mondo avverte ogni giorno la necessità di costruire strade ampie, attrezzate e sicure, Taranto sta per partorire il classico topolino. Altrove si progettano superstrade a quattro corsie, qui invece si sta lottando per realizzare una mulattiera sulla quale forse si immagina possano ancora marciare carretti trainati da cavalli e asini. Alla cifra di 193 milioni. Se mai un giorno questa leggendaria infrastruttura vedrà la luce, sarà nata già morta. Inutile e vecchia. Ed inutile è nascondersi dietro astratte complicazioni burocratiche. Un’opera approvata nel 1988 ed ancora “indefinita” nel 2018 ha dei responsabili concreti e palesi, con nomi e cognomi. Si tratta di scelte, di visioni, della volontà di puntare su un territorio che negli ultimi decenni è cresciuto grazie agli sforzi di operatori privati del turismo e del commercio, cooperative agricole, Gal e Comuni, i quali hanno investito su paesaggio e servizi. Uno sforzo che va rilanciato e supportato con un’opera pubblica essenziale, ovvero il progetto originale della Regionale 8 e non questo rattoppato di oggi. Perché qualcuno, prima o poi, dovrà dare una risposta alla domanda: “Cosa vogliamo che sia effettivamente l’area tarantina?” (quella che a me e qualche caro amico piace chiamare Terra Jonica) Perché se le vertenze nostrane sono incentrate esclusivamente su discariche, nomine e revoche di amministratori delle partecipate, ciminiere e inceneritori, allora a pensar male ci vuole ben poco. È necessario che qualcuno, più in alto, dia una risposta a questa banale domanda. Altrimenti continueremo a galleggiare in questo nostro inesorabile “sviluppo senza progresso” (Pasolini mi perdonerà per la citazione), appaltando la crescita del nostro territorio a operazioni svincolate da scelte strategiche e di visione. Mi va di ringraziare le associazioni di categoria Cia, Coldiretti, Confcommercio, Casartigiani che nelle ultime settimane hanno riacceso i riflettori su questa vicenda e i Sindaci dei Comuni interessati. Ma non possiamo accontentarci di questa presa in giro. A tutti voi, chiedo di fare appello ai cittadini. Superiamo il disfattismo che ci contraddistingue, iniziamo a sviluppare un proficuo senso di appartenenza, altrimenti Taranto ed i suoi dintorni, continueranno ad essere percepiti sempre e solo come un agglomerato urbano e mai come una comunità, continuando a contare come il due di picche, sempre e dovunque. E la storia de Lu Lauru continueremo a tramandarcela solo fra di noi. Peccato no?».

 

Salvatore Luigi Baldari



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