martedì 21 maggio 2024

02/04/2023 10:03:22 - Manduria - Cultura

Attraverso brani tratti da ‘La Festa Cresta’ di Rosario Jurlaro, ripercorreremo quotidianamente su questa pagina «questi innesti di fede e di superstizione [che] danno al Cristianesimo uno spessore culturale che va oltre i due millenni dell’era sua per essere, così, nel tempo dell’uomo ed in tutti gli uomini»

Il ‘pathos’ della Passione, Morte e Resurrezione di Cristo, espresso solennemente nella liturgia ecclesiastica della Settimana Santa, trova sfogo emozionale in alcune specifiche azioni rituali poste in essere nell’orizzonte culturale tradizionale. In questo tempo sospeso tra Cielo e Terra, si assiste, infatti, a un singolare sincretismo tra aspetti e momenti della liturgia ufficiale e talune modalità rituali ben radicate a livello popolare, alcune delle quali perfino trasversali rispetto a quelle proposte dalla Chiesa Cattolica.

Attraverso brani tratti da ‘La Festa Cresta’ di Rosario Jurlaro, Longo 1983 (con 21 tavole illustrate di Domenico di Castri), ripercorreremo quotidianamente su questa pagina «questi innesti di fede e di superstizione [che] danno al Cristianesimo uno spessore culturale che va oltre i due millenni dell’era sua per essere, così, nel tempo dell’uomo ed in tutti gli uomini».

Fra le immagini che accompagnano lo scritto, la suggestiva foto di un confratello della Confraternita della Madonna del Rosario di Uggiano Montefusco (frazione di Manduria), nell’atto di issare il ramo d’ulivo benedetto sulla croce in ferro che sormonta l’Osanna, alla presenza di alcuni fedeli che assistono raccolti in preghiera.

A differenza di quello di Manduria, distrutto nel 1882 (come ci informa L. Tarentini in ‘Manduria Sacra’), l’Osanna di Uggiano Montefusco ha conservato nel tempo il tratto caratteristico di colonna votiva, di simbolo sacro, nonché luogo di fede autentica e partecipata. Posto strategicamente all’incrocio di antiche strade che delimitavano lo spazio abitato dalla campagna, il monumento dell’Osanna, nell’accogliere il ramo d’ulivo benedetto, assolve a una duplice funzione: protettiva dello spazio socializzato e propiziatoria delle campagne circostanti.

DOMENICA DELLE PALME — Si andava di buon’ora con il fascio delle palme a spalla dalle case alla più vicina chiesa (…). I saluti erano appena accennati e non si scambiavano ancora gli auguri mentre andavano, quegli uomini, chiusa la porta di casa alle spalle con il tepore caldo della notte, verso la chiesa. L’aria era già di primavera; pulita e trasparente ai suoni ed ai rumori, quasi piena di una nuova fioritura cantata anche sul sacrificio di quei rami d’ulivo tolti alle piante e portati al paese per essere benedetti quel giorno. (…)  L’altare era addobbato con rami di ulivo ed altri rami lo assiepavano. L’odore dei fiori, che mancavano in quel giorno dedicato all’osanna, era sostituito da quello dell’incenso che si bruciava nel turibolo aggiungendo un chiodo di garofano: odore di settimana santa (…).

Prima della messa, alla quale avrebbero partecipato anche le donne, vi era la benedizione dei rami d’ulivo, quasi un’altra messa. (…)  All’antifona dell’osanna intonata dal coro, il celebrante rispondeva con la preghiera di speranza nella risurrezione di tutti. Il diacono leggeva il racconto di un viaggio di fame nel deserto ove erano palmizi ombrosi sotto il sole che ardeva e sorgenti d’acqua con cui i figli di Israele spegnevano l’arsura della sete. (…)

Si continuava a cantare, anche in latino, ma non senza intendere che a prezzo della morte fu redenta l’umanità. (…) Con uno stelo di palma il celebrante intingeva nell’acqua del secchiello ed aspergeva le altre palme che erano accanto all’altare mentre cantava le antifone dell’aspersione e della benedizione. Preso poi il turibolo incensava ancora per tre volte quei rami.

(…) Tanti rametti d’ulivo appositamente spezzati e poste in ceste di vimini, in vassoi di metallo, sopra tavolieri di legno, erano dati dai confratelli a tutti i partecipanti. Si usciva tra due ali di popolo, ormai cresciuto con la presenza delle donne, e si andava dall’altare al sacrato ove si benedicevano con l’aspersorio e l’incensiere gli altri fasci di palme.

La croce portata dal diacono tra due chierichetti con candele accese, riparate dalle mani perché il vento non le spegnesse, era già oltre il sacrato per guidare i fedeli verso l’Osanna, alla periferia del paese, ove si sostava intorno alla colonna di pietra con il simbolo, senza il Cristo, issato in cima. Lì si andava in processione la domenica delle palme (…) accanto a quella colonna che era ricordo del luogo ove anche in quel paese si credeva che si fosse incontrato, come a Gerusalemme, Cristo con il popolo.

I fedeli ascoltavano: musica come parole, ed il significato di quei suoni espressi da chi sapeva leggere, e quel che leggeva sapeva anche a memoria, penetrava in loro non per le vie della comprensione, ma per altre più remote che pareva impregnassero tutti i sensi.

Si tornava come si era andati con le palme in mano tenute alte da sembrare una processione di alberi al risveglio della stagione. Quando erano di nuovo tutti i fedeli nell’area del sacrato, alcuni confratelli, tra quelli che meglio sapevano cantare, entravano in chiesa. 

(…) Per la messa il celebrante si avvicinava all’altare ove era il Vangelo grande al centro di altri più piccoli aperti alle pagine che, secondo la parte assegnata, avrebbero dovuto leggere il priore o gli altri della confraternita, dando la loro voce con il canto, che era canto di passione, ai singoli personaggi ed alla turba ed al sinedrio ed allo stesso cronista.

(…) Erano contadini ed artigiani appena istruiti quelli che comparivano accanto all’altare, attorno al celebrante, e che cantavano i versetti della Passio. (…) I contadini ricordavano, leggendo o ascoltando quel Vangelo, che Giuda si era impiccato e, benché non lo dicesse l’evangelista Matteo, loro sapevano, pensavano di sapere, che si fosse impiccato ad un albero di fico. Per questo provvedevano, accortamente, che, dalla domenica delle palme e per tutta la settimana santa, ai rami di quegli alberi non vi fosse corda alcuna, nemmeno quelle che erano servite per legare gli innesti ai rami più grossi.

(…) A casa, prima di porsi intorno al desco, ove si mangiava di magro: pasta con mollica fritta in olio insaporito con acciughe salate e sugo senza carne, i figli baciavano la mano ai genitori ed i genitori baciavano sopra le guance i figli e tutti si segnavano con il segno della croce perché si era in comunione con Cristo e riappacificati l’uno con l’altro, anche con i nemici».









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