martedì 21 maggio 2024

05/04/2023 08:58:19 - Manduria - Cultura

«Si trovava opportuno il mercoledì santo avanzare, attraverso l’innocenza dei piccoli, un primo passo, in nome di Cristo, per riappacificarsi tra familiari o tra vicini dio casa o tra conoscenti»

In questo giorno di metà Settimana Santa è la dialettica luce-tenebre ad acquisire un’alta valenza simbolica, attraverso l’utilizzo delle candele. Esse, richiamando la natura stessa dell’uomo e il suo rapporto con la fede (la cera che si scioglie, il corpo corruttibile; lo stoppino all’interno, l’anima; la fiamma che cerca il cielo, lo spirito che anela al divino), hanno un ruolo importante in molti rituali. La luce è presenza di Dio, vettore di vita quando è accesa, di morte e tenebre se spenta. In quest’ottica viene vissuto dai fedeli, il mercoledì santo, il suggestivo Ufficio delle Tenebre (ufficialmente dismesso in seguito alla Riforma Liturgica seguita al Concilio Vaticano II, ma ancora praticato a Gerusalemme, nella Basilica del Santo Sepolcro, dai Frati Minori durante la Settimana Santa). Il rito prevede  lo spegnimento progressivo di quattordici candele su quindici collocate su un candelabro triangolare (saetta), fino a quando la chiesa è immersa nel buio pressoché totale, perché la sola rimasta accesa viene nascosta; segue lo ‘strepitus’, un particolare trambusto provocato dai fedeli per rievocare il terremoto che seguì la morte di Cristo sulla Croce.

Da ‘La Festa Cresta – Dalle Palme al Sabato Santo con la gente del Sud’ di Rosario Jurlaro, con 21 tavole illustrate di Domenico di Castri, Longo 1983.

 

«Il lunedì era trascorso veloce, in un baleno il martedì ed anche per quel mercoledì bisognava lottare con il tempo perché al vespero l’addobbo in chiesa doveva essere finito ed in casa già da mattino dovevano essere pronti e bene ornati i baldacchini fioriti da fare girare per il paese, per le case dei familiari e dei conoscenti, prima che fossero portati in chiesa ad ornare il sepolcro, come «piatti» ovvero partecipazione dei laici alla festa dei sacerdoti.

(…) Le bambine, erano più le femminucce che i maschietti, azzimate come per una festa, erano pronte dal primo mattino. La più anziana della famiglia, l’ape regina di quella casa dalla quale doveva uscire la bimba ed il baldacchino, detto anche «piatto», che la domestica doveva portare con grane scomodo a mani tese perché non toccasse il corpo, indicava alla stessa domestica l’itinerario e le case da visitare, mentre alla piccola dava incarico di salutare, da parte sua e dei familiari, quella e quell’altra (…).

Non era però tutto il giro legato ai rapporti sociali; vi era anche la devozione. Si trovava opportuno il mercoledì santo avanzare, attraverso l’innocenza dei piccoli, un primo passo, in nome di Cristo, per riappacificarsi tra familiari o tra vicini dio casa o tra conoscenti.

(…) Altri ragazzi, quelli che lavoravano nelle botteghe dei sarti avevano il responsabile incarico di portare a casa dei clienti gli abiti nuovi confezionati quando era il mezzogiorno del mercoledì santo. Quei ragazzi andavano con il pantalone piegato a metà sopra un braccio tenuto avanti orizzontalmente con la mano aperta, mentre con l’altra mano tenevano, appesi ad una crocetta di legno, il gilet e la giacca, alti per non toccare terra e lontani dal corpo perché non si sgualcissero ed andasse perduta la fatica della stiratura.

(…) I treni di Geremia sono i tristi lamenti dei deboli rivolti al forte, esposti a voce bassa per non sembrare pretese. La sera del mercoledì santo, mentre si avvicinava il tempo della tragedia in cui la vita doveva essere sconfitta dalla morte, ci si lamentava perché gli apostoli e le pie donne, che con Cristo dovevano essere le luci delle coscienze, avevano abbandonato il Maestro (…). Il sacrestano aveva acceso le quindici candele sul candelabro a triangolo posto al lato dell’altare ed all’intonazione del celebrante erano venute dal coro le prime note ed il canto a più voci dei salmi di David e delle lamentazioni di Geremia. Erano quelle le lezioni, ufficio delle tenebre (…). Alla fine di ogni lezione si spegneva una candela ed era in tutti l’attesa del buio, più che il gradimento del canto e la partecipazione alla liturgia. (…) il ‘Pater Noster’ si recitava sussurrandolo e si percuotevano i banchi e le croci e altro legno. Il sacrestano, o uno dei cantori o il prete, scuoteva la ‘trenula’, che era uno strumento di legno con batacchi di ferro, lamentoso così come diceva anche il suo antico nome.

(…) Quattordici candele erano spente, una sola, in cima al triangolo. Era ancora accesa e rappresentava il Cristo.  (…) All’antifona in cui si ricordava il traditore che con il bacio aveva indicato Gesù ai nemici che l’arrestarono, la fiamma dell’ultima candela veniva, dal celebrante, nascosta tra le mani come per essere tutelata e protetta dal vento che spegne alcune fiamme ed altre ne accresce; poi con il candelabro era trasportata dietro l’altare. Tutta la chiesa era in luttuoso buio.  (…) Il silenzio ed il buio erano un’altra forma di preghiera. Si recitava ancora il ‘Pater noster’, si cantava il ‘Miserere’ e tutti battevano ancora una volta i banchi mentre la candela che era rimasta in cima al candelabro, dietro o sotto l’altare, tornava a fare luce nella chiesa: riferimento di luce, debole luce, conforto nel buio che si era avuto  poco prima.

(…) Nessuno, quella sera, era euforico perché non si dovevano scordare le tragedie delle proprie miserie, sempre minori di quelle sofferte da Cristo. Le cantine, che per tutto l’inverno erano state i circoli dei poveri, erano chiuse o, se aperte, non frequentate. Il vino era sangue di Cristo».









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