sabato 18 maggio 2024

06/04/2023 08:52:26 - Manduria - Cultura

La drammatica vicenda umana di Cristo ha trovato altresì espressione nella produzione artistica di tutti i tempi. A Uggiano Montefusco varie tele, anche di pregevole fattura, impreziosiscono la chiesa Matrice: alcune sono opera dei Bianchi (famiglia di pittori manduriani artisticamente attiva nel XVIII secolo), altre sono di incerta attribuzione

La drammatica vicenda umana di Cristo, che stiamo qui rivivendo quotidianamente attraverso brani tratti da ‘La Festa Cresta’, ha trovato altresì espressione nella produzione artistica di tutti i tempi: da ‘L’ingresso a Gerusalemme di Giotto a ‘L’Ultima cena’ di Leonardo da Vinci, dalla ‘Crocifissione’ di Masaccio alla ‘Resurrezione’ di Piero della Francesca. Un patrimonio storico-artistico universale che si colloca al di sopra del tempo, della storia e di qualunque credo religioso, capolavori presenti e ammirati nei musei e nelle chiese di tutto il mondo.

Alcune pregevoli ma poco note opere d’arte si palesano anche nei musei e nelle chiese di provincia, grazie a committenti del posto che hanno voluto fissare per l’eternità la grandezza e lo slancio della propria fede in una statua o in un dipinto. Creazioni dignitose di artisti locali (questi ultimi formatisi talvolta al di fuori dei confini della propria realtà geografica e culturale), tali opere, specialmente in questo tempo ‘eccezionale’ della Passione di Cristo, sono capaci anch’esse di emozionare i fedeli, con un linguaggio espressivo che pizzica le corde della ‘pietas’ umana, elevandole a fede autentica e corale.  

Fra le numerose chiese del nostro territorio, espressione di una religiosità diffusa nel passato e di una devozione viva nel presente, ve ne sono alcune che custodiscono opere pittoriche e scultoree di indubbio valore storico-artistico e di notevole impatto emozionale.

A Uggiano Montefusco (frazione di Manduria) varie tele, anche di pregevole fattura, impreziosiscono la chiesa Matrice: alcune sono opera dei Bianchi (famiglia di pittori manduriani artisticamente attiva nel XVIII secolo), altre sono di incerta attribuzione (ma non si esclude il Carella di Martina e Michele Screti, sacerdote e dottore fisico uggianese). In tale chiesa, troviamo le tele raffiguranti ‘S. Vincenzo de Paoli’, la ‘Morte di S. Giuseppe’, la ‘Crocifissione’, ‘S. Nicola di Mira’ e  ‘ L’Ultima Cena’. 

Proprio il dipinto de ‘L’Ultima Cena’ (la cui foto accompagna questo scritto) ben si presta a essere ammirato in questi giorni santi. È il Guastella, in ‘Iconografia Sacra a Manduria, Barbieri 2002, a informarci su di esso. Eseguito dal pittore Pasquale Bianchi (Manduria 1733-1811), probabilmente affiancato dal figlio Giuseppe, il dipinto di cui si scrive è allocato lungo il lato sinistro dell’unica navata di cui si compone la chiesa; è un olio su tela di grandi dimensioni (cm 286x207) e reca in calce due iscrizioni. L’iscrizione di destra riporta il nome dell’autore del dipinto (‘Bianchi Pinxi’), quella di sinistra l’anno della sua realizzazione (1806) e, leggibile solo nella prima parte, il nome del committente dell’opera, tal Giuseppe (EXPENSIS IOSEPH …RBE).

 

Da ‘La Festa Cresta – Dalle Palme al Sabato Santo con la gente del Sud’ di Rosario Jurlaro, con 21 tavole illustrate di Domenico di Castri, Longo 1983.

 

«Come a mezzogiorno, quando è festa, vi è in ogni casa chi apparecchia la tavola e chi porge le vivande, così a metà della settimana santa, quando era giovedì, la Chiesa celebrava la liturgia più fastosa con una messa che nelle cattedrali era arricchita dalla consacrazioni degli olii.

In sacrestia vi erano già, da quando la chiesa si era aperta al mattino, cesti colmi di pani (…). Erano stati impastati senza lievito e senza sale, di proposito, perché benedetti ed offerti non fossero finiti come cibo nelle bocche degli affamati (…). Quel pane si teneva al capezzale del giaciglio, legato con un nastrino e appeso al chiodo, come rimedio contro ogni minaccia di temporale (…). Allora la “panella”, così come era detta perché non era pane che nutriva, maschio con il germe della vita, ma pane che proteggeva come la Vergine che aveva ampio il manto, veniva staccata dal muro, spolverata e magari pulita dalla muffa, baciata e spezzata in quattro pezzi che dal limitare della porta venivano lanciati ai quattro cantoni, come per segno di croce (…)».

(…) Alla consacrazione, celebrandosi la messa, sopra l’altare si alzavano due ostie (…). Le due ostie il sacerdote le consacrava perché il giorno dopo non avrebbe dovuto consacrare, unico giorno dell’anno, in ricordo di quello in cui morì Cristo. Si recitava il ‘Gloria’, si udiva il suono delle campane, particolare scampanio, più festoso perché l’ultimo dell’annata liturgica che in quel giorno aveva come la sua fine ed il suo principio.

(…) L’addobbo per l’esposizione eucaristica di quel giorno era considerato come una camera ardente, un sepolcro, anzi il sepolcro di Cristo. Si credeva che per questo le campane non avrebbero dovuto suonare, non perché gli apostoli erano muti come i vescovi forestieri cercavano di spiegare anche al clero locale che non riusciva a capire.

(…)Le campane, dopo che si era anche cantato il ‘Pange lingua’, si andava, sopra il campanile, a legarle perché non dovevano suonare nemmeno al soffio del vento. (…)

Il capraio, che si era fermato quel giorno con le sue bestie più vicino al paese, quando udiva lo scampanio afferrava il caprone e nel campano che portava al collo infilava, come stoppa nella canna del fucile, un ciuffo d’erba secca, così che il batacchio non potesse più tintinnare.

Anche il carrettiere, che usava tenere al sottogola della cavezza della sua bestia un campanello, perché di notte se nella stalla essa era visitata dai folletti cattivi, muovendosi lo avvicinasse, ché lui sarebbe corso per aiutarla, o se era in viaggio lo tenesse sveglio, quella mattina lo toglieva o lo bloccava perché in quel giorno non si potevano fare squillare i metalli. Lo stesso fabbro, che non lavorava ma stava in bottega come nel guscio del suo corpo, incappucciava con un sacco di iuta l’incudine e riponeva il martello.

(…) [Il fornaio] il forno lo aveva spento dopo il ‘Gloria’ della messa, al mattino, e l’aveva chiuso quando erano state legate le campane. Cristo era morto ed anche il pane sarebbe stato senza vita; né si poteva infornare perché le fiamme avrebbero arso i mattoni del forno senza cuocere pasta che avrebbe sanguinato sulla focagna, come, si ripeteva, era avvenuto una volta».

 









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