Hanno relazionato Giovanni Sammarco, Giuseppe Pio Capogrosso, Leo Girardi e Gabriele Dimaggio
Ecco il resoconto dell’attività di formazione e informazione che l’associazione “Plinio il Vecchio” ha tenuto nella settimana appena trascorsa.
Martedì 12 maggio: prof. G. Sammarco “Natura e dignità dell’uomo in poesia”

L' incontro di questa settimana ha continuato le riflessioni sulla faziosità e sul settarismo degli italiani a cominciare da tempi lontani. È stato fatto un rapido riepilogo dei concerti espressi negli incontri precedenti con approfondimento della storia del Conte Ugolino (canto 33 dell'inferno e dell'invettiva contro l'Italia (canto 6 del Purgatorio di Dante). Nel 6 canto del Paradiso gli scontri tra guelfi e ghibellini hanno permesso a Dante di dire che entrambi erano ed è difficile stabilire chi più sbaglia. Cacciaguida nel Canto 17 del Paradiso loda Dante per aver avuto la forza di "fare parte per sé stesso" durante gli scontri cittadini. La radiografia di Dante non risparmia i Senesi, i Lucchesi, che definisce barattieri, i Pistoiesi e i Genovesi, tutti colpevoli di danneggiare la pace cittadina. Il giudizio sulla Roma del tempo è ancora più negativo. Roma è una "cloaca". Dante sottolinea soprattutto la futilità dei motivi che hanno portato a scontri atroci. Anche Machiavelli nel '500 denigra i signori d'Italia nel Principe per essersi circondati di milizie mercenarie pensando erroneamente di essere più forti. Quanto più ne hanno tanto più sono servi dei loro capricci. Il commento dell'Ortis del Foscolo ha avvicinato ai nostri tempi i giudizi negativi sulla faziosità italica. Già la prima lettera chiarisce la natura del romanzo. Non l'amore per Teresa è causa della morte del protagonista ma le misere condizioni della patria. Gli italiani purtroppo guerreggiano sempre fra loro e "si lavano le mani nel sangue degli italiani stessi". L'amore per Teresa avrebbe potuto solo "disacerbare" il suo dolore ma "placarlo mai". L' incontro con il vecchio Parini fu drammatico. Esprime tutto il pessimismo del grande vecchio che non crede nella giustizia dei popoli guidati purtroppo dalla legge del più forte. Conclude amaramente che l'eroismo è inutile perché il popolo giudica più dalla riuscita di una azione, pur eroica, che dalla sua nobiltà . Stessi concetti sì ritrovano in Massimo D'Azeglio, in Niccolò Tommaseo e infine in tempi vicini a noi in Pierpaolo Pasolini nella "poesia in forma di rosa" che definisce l'Italia "il bel paese dove il no suona" parafrasando i versi di Dante dove invece il "si suona” per indicare i pregiudizi che frenano ancora gli Italiani nelle decisioni politiche.
Mercoledì 13 maggio: avv. G. P. Capogrosso “Mandurino e Trento: due ragazzi che unirono l’Italia”

Una straordinaria pagina di solidarietà e microstoria risalente alla Grande Guerra è stata ricostruita dall’avv. Giuseppe Pio Capogrosso durante il recente incontro al Centro Culturale “Plinio il Vecchio”. Nell'estate del 1916, per sfuggire alla violenta offensiva austriaca della Strafexpedition, molti profughi trentini vennero sfollati nel Sud Italia. Tra loro, la famiglia di Domenico Weiss, originario di Fiera di Primiero, trovò accoglienza e ospitalità direttamente nella casa del manduriano Michele Dinoi, evitando così il disagio del soggiorno coatto nel convento delle Servite.
Il legame tra i due capifamiglia si suggellò al Municipio nel giugno-luglio 1916. Trovatisi a registrare la nascita dei rispettivi neonati, i due padri si scambiarono un omaggio simbolico attraverso i nomi dei piccoli: al bambino trentino fu dato il nome di Mandurino, in segno di gratitudine verso la terra ospitante, mentre il neonato manduriano ricevette il nome di Trento, in onore della terra in cui si trovavano molti soldati al fronte. Poco dopo, l'11 luglio, come rivelato dalla consultazione dei registri parrocchiali, Domenico Weiss fece ufficialmente da padrino al piccolo Trento, stringendo con la famiglia Dinoi il sacro vincolo del comparatico (il popolare “'Nc'etilu San Giuanni”).
I destini dei due bambini si incrociarono incredibilmente anni dopo, durante la Seconda Guerra Mondiale. Entrambi arruolati nell'esercito italiano e catturati dagli inglesi, si ritrovarono prigionieri nel campo di Ginja, in Kenya. Lì, durante un appello in cui il sergente britannico pronunciò i loro nomi, i due si riconobbero e si cercarono tra centinaia di internati. Negli anni '60, Trento riuscì a rintracciare Mandurino (che si era stabilito in Kenya), ricevendo da quest'ultimo un'offerta di lavoro e ospitalità in Africa per ricambiare il gesto dei genitori del 1916, anche se Trento decise poi di trasferirsi a Milano.
La ricostruzione completa di questa vicenda è stata possibile grazie a una serie di indagini successive. Se la storia era stata in larga parte riscoperta in Trentino già nel 1968 e poi nel 2017, l'identità di Trento era rimasta a lungo avvolta nel mistero anche a causa dell'altissima diffusione del cognome Dinoi a Manduria. La svolta è arrivata grazie alle recenti ricerche d'archivio del relatore e al recupero di preziosi dettagli biografici, forniti dal figlio, sulla gioventù di Trento – noto come stimato falegname e portiere dell'U.S. Manduria negli anni '30 – uniti al ritrovamento di foto d'epoca che documentano questa eccezionale parabola familiare.
"Residenti e profughi seppero superare ogni diffidenza e barriera geografica", ha concluso l'avv. Capogrosso, offrendo questa pagina d'archivio come un modello senza tempo di inclusione e condivisione, ancora straordinariamente attuale.
Giovedì 14 maggio: dr. L. Girardi “Il fine vita: considerazioni finali e dibattito”

Il tema sul fine vita, trattato con competenza ed equilibrio dal Dott.Leo Girardi in una serie di incontri organizzati dall’Associazione Plinio, ha portato a un dibattito acceso e interessante. Il tema è complesso, riguarda i diritti ma anche e soprattutto la responsabilità dei singoli, della società civile e della politica. La società civile discute, si confronta e si scontra su questo tema, la giurisprudenza si è già espressa con una sentenza della Corte Costituzionale. La sentenza n.242/ 2019 della C.C, confermando il primato del diritto alla vita, ha stabilito che l’assistenza al suicidio nel fine vita è legittima solo in casi specifici:
- Patologie irreversibili
- Dipendenza del paziente da trattamenti di sostegno vitali (respirazione, idratazione,alimentazione)
- Capacità del paziente di prendere decisioni libere e consapevoli
- Tutti questi requisiti devono essere accertati dal S.S.N
Entrambe chiedono al Parlamento di legiferare su una materia così importante. Trovare un’intesa in Parlamento non è semplice perché entrambi gli schieramenti ideologizzati, sembrano avere più a cuore l’esigenza di non perdere fette di elettorato arroccate su posizioni radicalizzate. Riconosciamo la complessità della materia che pone anche problemi etici importanti di cui tenere conto, ma non bisogna perdere il focus: al centro della discussione ci deve essere sempre la persona. Ciascuno di noi ha le sue idee sul concetto di vita degna di essere vissuta e sul concetto di dignità della morte. A nostro avviso sono tutte degne di essere rispettate e per questo nessuno può arrogarsi il diritto di decidere per l’altro. La sacralità della vita e la sacralità della morte non possono essere bistrattate o finalizzate a interessi di parte, da chiunque venga invocata. In uno stato di diritto le forze politiche hanno il dovere di varare una legge che abbia un valore universale, senza dimenticare che, se i diritti non sono per tutti, diventano privilegi per pochi. Difronte a un malato terminale dobbiamo sempre chiederci a chi serve e a cosa serve il prolungamento della vita. Dobbiamo sempre tenere conto che il diritto al rispetto della vita fino alle fasi terminali serve per evitare sofferenze inutili e può essere un atto d’amore verso noi stessi e gli altri.
Venerdì 15 maggio: G. Dimaggio “Tre autori ed un mondo. Parte III^”

Gabriele Dimaggio ha “portato in scena” il suo ultimo incontro della serie “Tre autori e un mondo – L’Arte dell’Intrattenimento e della Noia”.
Pomeriggio indimenticabile; la postura e la disposizione interiore dell’ascoltatore che si accosta alle interpretazioni di Gabriele, sono state, quasi brutalmente, modificate, stravolte dal flusso potente delle emozioni che, da subito, hanno occupato lo spazio e la mente.
Sempre supportato dagli amici del Teatro della Luna, è andato in scena un percorso di monologhi, dal fumo, alla droga, agli incubi, alla noia e, infine, alla depressione; in un ambiente scenico in cui dominavano la pala del becchino e un teschio. È andata in scena un’orazione teatrale per una coetanea che non c’è più, pervasa da una struggente delicatezza e conclusa con l’immagine, potente, dell’anedonia, l’incapacità di provare piacere.
È poi arrivato il momento di svelare a quale meravigliosa poetica Gabriele ha attinto gli strumenti e il linguaggio usato; il momento di David Foster Wallace.
Chi scrive, dal suo angusto punto di vista, associa a Wallace il famoso saggio “Federer asReligious Experience”; e lì si celebrano i “Federer Moments”, lampi di perfezione che uniscono corpo e spirito.
Ma c’è ben altro; Gabriele trasla, d’amblè, l’Amleto shakespeariano nel contesto del più famoso romanzo di Wallace, “Infinite Jest”, la festa infinita ove campeggia la cartuccia di un video che non si può smettere di guardare, fino alla morte. Il fantasma di Shakespeare lascia il posto alla cartuccia di Wallace, la vendetta alla dipendenza dall’intrattenimento.
E Gabriele ci parla del “suo” autore d’elezione, che vuole raccontare il mondo contemporaneo, saturo di ironia, media, consumo, solitudine e dipendenze, senza rinunciare alla possibilità di un’autenticità umana.
Ci fa riflettere sulla “vita ridotta all’osservazione”, sul ruolo dell’acritico, dove si annida uno dei grandi pericoli della modernità: la mente che osserva tutto, ma non riesce più a stare dentro la vita.
Ci fa familiarizzare col concetto di “trincea quotidiana di una vita adulta”, come eroismo silenzioso dell’attenzione, o consapevolezza quale scelta quotidiana contro l’automatismo o, ancora, lotta contro le dipendenze e l’intrattenimento quale anestesia.
E così ci parla di sé, della sua vita con toni ora assertivi, ora minacciosi, ora carezzevoli e suadenti, ma sempre portatori di emozioni fluenti; e ci lascia riconoscendosi dentro la generazione dei “post-tutto”.
E dall’alto dei nostri granitici valori di riferimento, delle nostre certezze sul discrimine bene-male, buono-cattivo, bello-brutto sarebbe opportuno che ci interrogassimo su cosa ne abbiamo fatto di queste certezze e, soprattutto, su quanto abbiamo conservato e trasferito; quale è il “post-tutto” che abbiamo apparecchiato per Gabriele?
Ce lo dirà Gabriele, dalla sua trincea di vita.
Grazie Gabriele, grazie Teatro della Luna.
E un grazie alla prof. Ilaria Marzo che, riprendendo la metafora del “trampolino” di Wallace e con voce rotta dalla commozione, ha commentato la grande prova dei “suoi “ragazzi” come “il momento del grande salto”, il momento del “distacco” dalla Maestra che ha rappresentato il “trampolino”, il luogo in cui è maturata la responsabilità della scelta e la consapevolezza dell’età adulta di questi meravigliosi ragazzi.
Grazie Ilaria.
Settima prossima:
Martedì 19 maggio: F .C. Chimienti – V. E. Tarantini “Il genio ai tempi della IA; tra riflessioni ed emozioni”
Mercoledì 20 maggio: dr. S. Fella “Visita al caseificio Olivaro”
Giovedì 21 maggio: prof. G. Sammarco “Natura e dignità morale dell’uomo in poesia”
Venerdì 22 maggio: L. C. Gennari – G. Sammarco – M. G. Andrisano “Scrivere per condividere e comunicare"

