Presso il “Limitone dei Greci”, dove è in corso, per il quarto anno consecutivo, una campagna di scavo, diretta da Giovanni Stranieri, docente e ricercatore di archeologia medievale
Come riportato dalla stampa nei giorni scorsi, un gruppo costituito da soci Archeoclub e da appassionati di archeologia si è recato presso il “Limitone dei Greci”, dove è in corso, per il quarto anno consecutivo, una campagna di scavo, diretta da Giovanni Stranieri, docente e ricercatore di archeologia medievale, Laboratorio “ArTeHis”, presso l’Université de Bourgogne, Digione (Francia), guida d’eccezione in occasione dell’escursione di cui si scrive.
La visita guidata all’interessante sito rientra nelle attività del progetto didattico – culturale “Un popolo di formiche” (a cura di Archeoclub), segmento del più ampio progetto regionale “Smart-in La forma dell’acqua”, che vede l’architetto Maria Vita Formosi, progettista e direttrice dei lavori, l’archeologo e socio Archeoclub Valentino Desantis, direttore responsabile degli scavi archeologici, l’architetto Lara Mele, responsabile unico del progetto.
Il presente articolo vuole essere un resoconto delle informazioni acquisite in due distinti momenti: il primo durante l’evento ‘Pietra su Pietra’, svoltosi nella biblioteca San Francesco a Sava l’1 luglio scorso, durante il quale il prof. Stranieri ha illustrato il risultato degli scavi eseguiti nel 2025; il secondo durante la perlustrazione in sua compagnia dell’area archeologica nel tratto del “Limitone” (nel testo ‘paretone’[1]) sito in contrada Camarda, a Sava.
L'interesse per l'architettura a secco sposta l'asse conoscitivo dall’archeologia tradizionale a una archeologia agraria, che è interesse per il paesaggio agrario e per l'uso antropico del suolo. Manufatti come trulli, pagliare, specchie, muretti a secco trovano la loro ragion d'essere in un contesto esclusivamente rurale e la loro funzione in un utilizzo quotidiano da parte delle comunità agricole del passato.
Si tratta di un orizzonte atipico rispetto a quello archeologico tradizionale: si parla di archeologia dei campi, dei pascoli, nel nostro caso dei muri a secco. È un'archeologia "ibridata" – così la definisce il prof. Stranieri — con il mondo delle scienze naturali: un felice incontro che conduce all'archeobotanica, all'archeozoologia, a discipline che forniscono dati preziosi riguardo le modalità di trasformazione e di utilizzo delle risorse del suolo.
Non più solo manufatti dunque (edifici, opere d'arte, ecc.), ma anche ecofatti, resti vegetali e /o animali, che, per il fatto stesso di essere venuti in contatto con il substrato studiato, diventano preziosi elementi archeologici da interrogare.
Fra i muri a secco monumentali presenti In Puglia (chiamati tradizionalmente ‘paretoni’ o ‘limitoni’), quello di Sava riveste particolare interesse per l’archeologo. È quello più imponente, estendendosi attualmente su 2260 m di lunghezza, con tratti che superano i 4 m di larghezza e altri che arrivano quasi a 3 metri di altezza; è particolarmente ricco di ecofatti, la cui abbondanza presuppone un’insistenza molto antica del muro in quel sito; si avvale della più antica attestazione documentaria (1434), in relazione alla definizione dei confini del territorio di Taranto; presenta un ‘terminus ante quem’ fissato nella prima metà del XIV secolo (stante il governo di Roberto d’Angiò, 1309-1343), data a cui risalgono alcune monete ritrovate negli anni '50 del secolo scorso, durante l’effettuazione di alcuni lavori stradali.[2]
Tante le domande che il ‘paretone’ di Sava pone agli studiosi.
Datazione e uso del suolo
Un importante contributo relativamente alla datazione del ‘paretone’ e all’uso del suolo viene proprio dall’archeologia, grazie ad alcuni saggi di scavo compiuti dal prof. Stranieri nei primi anni 2000.
Relativamente alla datazione, i risultati delle indagini al carbonio 14 dei resti di materia organica rinvenuti indicano una finestra temporale compresa tra la fine del VII secolo e l’inizio del IX (indicativamente 680-690 / 880-890). Tuttavia, dato che nel primo periodo di questa datazione, la Puglia era sotto la dominazione longobarda, la cui economia era di tipo autarchico, diviene più verosimile collocare la messa a dimora degli oliveti in età più tarda, bizantina appunto, poiché la coltivazione intensiva degli alberi di olivo trova la sua ragion d’essere nella prospettiva di un’economia di tipo imperiale, con esportazioni di olio[3] in tutto il Mediterraneo centrale e orientale.
Struttura del ‘paretone’
La struttura del ‘paretone’ racconta di avere in sé una parte originaria costruita intenzionalmente, con muratura ben strutturata e una struttura staticamente stabile, e una parte ‘spontanea’, risultato di successivi accumuli di pietrame seguiti allo spietramento del terreno e collocati a ridosso del nucleo murario originario.
Ma c’è tanto altro!
Nel tratto archeologicamente indagato (527 metri) sono visibili numerose sporgenze e rientranze: le prime ripari ottenuti giustapponendo massi contro il muro (interessante la scoperta sul versante est di un riparo di circa 1,70 di lunghezza); le seconde ipotetici passaggi, essendo l’intera struttura una barriera pressoché invalicabile.
Altri importanti elementi completano il monumentale manufatto: ventisei rampe di scale poste esclusivamente sul versante est del muro, costruite verosimilmente per salire (ma non scavalcare) in base a qualche necessità specifica legata alle coltivazioni presenti in quel settore; un cippo di confine sul quale è visibile una lettera M e un simbolo a forma di C inversa, alla cui interpretazione si è riusciti a risalire grazie all’opera di padre Primaldo Coco, “Cenni storici di Sava” (1915).
L’Autore, infatti, cita una platea della commenda di Maruggio del 1709, nella quale è nominato un cittadino savese, Donato dello Martire, che nel 1678 entra nell’ordine dei Cavalieri di Malta portando in dote le terre della masseria “La Camardìa” (contrada ‘Camarda’); nel documento è inoltre precisato che la commenda di Maruggio è delimitata da cippi con incisa la lettera M ad indicare il nome della città.
Funzione del ‘paretone’
Il documento citato dal Coco è indubbiamente interessante quando ci si interroga sulla funzione del ‘paretone’: a partire dal 1678 esso è un limite territoriale, amministrativo, un confine della commenda di Maruggio.
Ma prima di tale data? Perché la monumentale struttura è stata costruita proprio lì? E perché è conosciuto come ‘Limitone dei Greci’?
Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, alcuni autori locali avanzano differenti ipotesi interpretative al riguardo. Lo fanno su base esclusivamente storiografica, introducendo l’idea che esso sia una fortificazione, una barriera difensiva eretta in un versante del terreno contro chi si trovava dall’altra parte di esso.
Confine greco-messapico o limite bizantino-longobardo?
Nel primo caso, la posa in opera del manufatto ‘rustico’ sarebbe opera difensiva dei messapi verso i tarantini; nel secondo, la barriera difensiva ‘rustica’ sarebbe stata eretta dai bizantini (‘Limes bizantino’ o “Limitone dei Greci”) per difendere quanto rimasto della Puglia meridionale dalle incursioni longobarde
Fin qui la storiografia.
Le ricerche archeologiche sul ‘Limitone dei Greci’ rientrano nel progetto quinquennale "Limes et ager", il quale già nel titolo richiama i significati letterali dei due termini latini: "limite" e "coltivazione", suddivisione del paesaggio agrario ed evoluzione delle coltivazioni.
L’intera zona è territorio di frontiera ancora prima della costruzione del muro.
Il tracciato sul quale insiste il ‘paretone’,[4] infatti, presenta già i caratteri di un limite tra la chora tarantina[5] e il territorio messapico (la masseria di Agliano, poco più a nord è un santuario di frontiera greco-messapico).
È sul finire dell’VIII secolo, con la conquista longobarda dei territori compresi tra Taranto e Brindisi, o, più verosimilmente nel IX, in epoca di riconquista bizantina, che su quel tracciato si decide di avviare un’azienda agraria e si comincia a costruire il ‘paretone’.
Dalle risultanze degli scavi, il prof. Stranieri ritiene che possa considerarsi avvalorata la sua ipotesi: questo tipo di muro è un confine di proprietà, probabilmente di una delle grandi aziende oleicole di età bizantina.
Come è intuibile, la ricerca archeologica è in continuo divenire.
[1] Termine dialettale di espressione popolare.
[2] Gaetano Pichierri,
[3] È questo il periodo di maggior produzione oleicola nel Salento, confermata anche dalla massiccia produzione di anfore (a Otranto e a Taranto), verosimilmente usate per questo scopo.
[4] Un selciato largo 1.40 metri, che corre sotto il nucleo originario del ‘paretone’.
[5] Vasto e fertile territorio agricolo controllato da Taranto, unica colonia spartana della Magna Grecia, esteso su tutto l’arco ionico.


