domenica 06 settembre 2026


06/09/2026 07:50:26 - Manduria - Cultura

E’ un racconto intimo che nasce da un’urgenza comunicativa, quella di nonno Nicola di “mettere al riparo dal tempo” i suoi ricordi: lo fa bypassando un’intera generazione e proiettando le sue memorie in un orizzonte ricco di futuro, quello del nipote dallo stesso nome

Il “Biroccio del nonno” di Nicola Duggento è un racconto intimo che nasce da un’urgenza comunicativa, quella di nonno Nicola di “mettere al riparo dal tempo” i suoi ricordi: lo fa bypassando un’intera generazione e proiettando le sue memorie in un orizzonte ricco di futuro, quello del nipote dallo stesso nome.

Molto più di un racconto, uno spazio dell’anima che stabilisce una profonda connessione emotiva tra il nonno che narra, cercando fertili radici per il futuro, e il giovanissimo nipote che ascolta: quest’ultimo  sarà linfa vitale per quei ricordi, e li preserverà da dispersione certa attraverso la potenza evocativa della scrittura, la sola arte in grado di fissarli in forma visibile e duratura. 

L’Autore ricorre a delle coordinate letterarie precise per far rivivere al lettore un’epoca che non è più: un vecchio biroccio, sul quale egli, bambino, siede accanto al nonno durante gli spostamenti in campagna, e un tempo narrativo a doppia corsia, dilatato per raggiungere il bambino in ascolto, compresso per catturare momenti e ricordi ad alta definizione. 

«Un uomo semplice ma non tanto» nonno Nicola, costretto a rivedersi soldato quando all’inizio del 1916, essendo i più giovani già impegnati sui vari fronti in guerra, si ricorre ai “riservisti” per intervenire in Grecia a favore della Serbia e contro la Bulgaria.

È così la narrazione attraversa la Storia, mentre «la mula continuava a camminare lenta sulla strada bianca che portava sobbra alla Creta». Racconto, ascolto e scrittura. Quest’ultima, lineare ed essenziale, conferisce tono e concretezza alle parole di nonno Nicola. A tendere bene l’orecchio, il rumore cadenzato degli zoccoli della mula che avanza lentamente, come solo i ricordi sanno fare.

«Parlava della sua guerra» nonno Nicola, ma anche di campagna, di emozioni, di vita, di futuro.

Tanti gli episodi che sanno di guerra descritti nella prima parte del libro. 

Siamo a Taranto: «La porta carraia era ben vigilata, ma il lato mare lasciava spazio a un tentativo di allontanamento. (…) una scappata a casa per rivedere moglie e figli e anche per mangiare qualcosa che non fosse il solito misero rancio. (…) Lo spauracchio della condanna per diserzione — la fucilazione — sembrava un’invenzione senza efficacia» (p. 6).

E invece ci va davvero vicino nonno Nicola alla fucilazione! E’ una risposta ben congegnata a fare la differenza.

In Macedonia, dove viene assegnato al corpo di sanità, Nicola è costretto a imparare in fretta tante cose, la prima fu che «il sangue aveva un odore preciso: ferro, caldo, dolciastro. Lo riconosceva prima ancora di vederlo» (p. 22).  Quando si dice una sinestesia perfetta!

Poche le persone di cui Nicola parla a suo nipote: il sardo Mulas, che egli riporta alla calma durante un tafferuglio, e il cui nome egli avrebbe ricordato per sempre «perché nella numerosa famiglia paterna avevano avuto proprio una mula» (p. 12); il pugliese Vincenzo, «il compagno con cui divideva il rifugio, con cui parlava delle vendemmie degli anni scorsi e di quelle a venire», finché non lo ritrovò ferito riverso sul campo: «Nicò» —disse — a ma’ furnut de vinnimar»,[1] (p. 22) prevedendo per sé morte certa.

Tante, troppe vicende affollano la mente di Nicola.

La partenza verso casa avviene nel luglio 1919. «La nave che li aspettava non aveva nulla di speciale, eppure a tutti sembrò diversa. (…) Nicola osservava e sentiva crescere dentro di sé una felicità trattenuta, come se temesse di guastarla soltanto riconoscendola».

La parabola umana ed emotiva di Nicola, infatti, si compirà proprio a Manduria.

Egli non è più lo stesso uomo di prima della guerra. Neanche la sua terra “sobbra  la Creta” lo è dopo tre anni di abbandono: «Nicola si guardò intorno con le mani sui fianchi. In quel momento capì che lui, quella guerra, l’aveva persa» (p. 64).

Ed ecco, come pennellate di un affresco, emergono dal racconto momenti di vita della Manduria di quegli anni: luoghi, personaggi, situazioni familiari che Nicola riversa in una narrazione densa, che talvolta diventa lucida e amara riflessione, impreziosita qua e là da termini del dialetto locale del quale egli stesso ne assapora la musicalità.

«Nicola uscì dalla chiesa con passo lento. (…) Proseguì verso il centro, fin dove la strada si allargava nella piazza grande. A quell’ora cominciavano a riunirsi piccoli gruppi di uomini: proprietari, contadini, lavoratori giornalieri. (…) Manduria era da sempre un centro animato da interesse per la cultura e la politica, mentre la classe media e gli agricoltori soffrivano la scarsa attenzione dei mercati per le produzioni locali. (…) Era anche l’occasione per ritrovare i vecchi amici che la guerra aveva allontanato» (p. 73).

Nell’ultimo capitolo, il racconto dell’incidente occorso a Cosimino, il fornaio del paese, salvato da morte certa proprio da Nicola grazie all’esperienza maturata in guerra nel soccorrere sul campo i soldati feriti, ci dà modo di conoscere uno dei luoghi più veri e identitari che la nostra comunità seppe costruire in quegli anni e anche in molti di quelli a venire, simbolo potente di condivisione e di aggregazione sociale: il forno di comunità.

È come esserci nella stanza del forno: «una stanza rialzata, con la volta che dal pavimento interno cresceva gradatamente dai lati più bassi fino a raggiungere al centro l’altezza di circa un metro e mezzo. La bocca del forno, che fungeva anche da camino, sporgeva nella stanza che accoglieva i clienti, nella quale venivano riposti sulle mensole i pani da cuocere e quelli già cotti. Spesso, o quasi sempre, era anche luogo d’incontro per il chiacchiericcio delle clienti» (p. 90).

Cosimino la mattina molto presto non prepara il forno, compie un rito: «Lasciava ardere dapprima le frasche, poi introduceva i ciocchi più grossi che portavano il forno alla giusta temperatura». Solo allora comincia il giro per ritirare quanto hanno preparato le clienti che si sono prenotate: «Pedalando su una bicicletta senza freni, con una larga e lunga tavola sulla testa, faceva il giro a ritirare i panetti sui quali, quando l’impasto era ancora fresco, le massaie avevano inciso con il coltello un segno distintivo.

Tanto altro racconta Nicola, mentre il nipote tiene le redini della mula che prosegue con il suo incedere lento fino alla Creta, «mentre il nonno guardava lontano, verso le vigne»: immagine potente, foriera di un futuro che vediamo scorrere attraverso quelle redini, quasi fossero un cordone ombelicale, affidate, e non a caso, al piccolo Nicola.


1 Espressione dialettale: «Nicola, abbiamo finito di vendemmiare».