UniSalento: «Serve subito una task force. La Vespa Velutina si apposta davanti agli alveari e cattura le api bottinatrici, ovvero quelle che rientrano cariche di nettare e polline»

Un nido secondario attivo di Vespa velutina, il cosiddetto “calabrone asiatico”, è stato individuato il 27 settembre scorso a San Vito, frazione di Taranto. All'interno c’erano esemplari adulti e larve: si tratta del primo nido attivo della specie finora documentato in Puglia e la prima segnalazione al di fuori della provincia di Lecce. Il nido si trovava all’aperto, su un albero, tra i cinque e i 10 metri di altezza, a ridosso di zone frequentate. Nei giorni successivi è stato rimosso dai Vigili del Fuoco di Taranto, in collaborazione con gli esperti dell'Associazione Regionale Apicoltori Pugliesi (ARAP), ed è stata eradicata l’intera colonia. L'avvistamento era stato registrato attraverso il portale nazionale www.stopvelutina.it.
Il ritrovamento è stato comunicato lo scorso 13 ottobre dal direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche ed Ambientali (DiSTeBA) dell’Università del Salento, il professor Stefano Piraino, all’Assessorato all'Ambiente e al Clima della Regione Puglia, guidato dall’assessora Debora Ciliento. Con la nota il Dipartimento chiede la sottoscrizione urgente della convenzione tra Regione e Ateneo, predisposta da UniSalento e trasmessa alla Regione a fine luglio e finalizzata all’adozione di misure per contrastare l’insediamento sul territorio della Vespa velutina. Tale convenzione consentirebbe, così, di sfruttare fino in fondo le risorse stanziate dal MASE in attuazione del regolamento europeo 1143/2014 a questo scopo e di farlo entro la scadenza dei termini, ovvero il 31 dicembre prossimo.
Il nido di San Vito è l'ultimo tassello di una sequenza che, nell’arco di due anni, documenta la presenza della specie in un’areale di distribuzione sempre più ampia del territorio regionale:
- Ottobre 2024: un individuo adulto viene ritrovato in un campo agricolo alla periferia orientale di Lecce;
- Gennaio 2026: a Sternatia, a sud di Lecce, viene individuato un nido secondario inattivo, cioè privo di adulti e larve. É la seconda segnalazione pugliese, documentata anche sul portale stopvelutina.it;
- Settembre 2026: un nuovo individuo adulto viene ritrovato nei pressi del poligono di Torre Veneri, sul litorale leccese;
- Settembre 2026: a San Vito (Taranto) viene scoperto il nido attivo, con adulti e larve.
Il dato assume un rilievo particolare se letto alla luce della distribuzione europea della specie. Il limite meridionale noto della Vespa velutina in Italia si collocava finora tra la Toscana e il Lazio, dove nell'agosto 2026 un individuo è stato osservato nei pressi di Viterbo. I ritrovamenti pugliesi si trovano dunque molto più a sud e il primo di essi, quello di Lecce, risale già all'ottobre 2024. Non a caso nei database europei la Puglia è classificata come area di “rapido rilevamento e risposta tempestiva” rispetto all'invasione: una condizione che richiede l'attivazione rapida di squadre di pronto intervento e di una rete di monitoraggio stabile. Un nido secondario, come quello di San Vito, rappresenta la colonia definitiva della specie: è da qui che, a fine stagione, muovono le future regine in grado di fondare nuove colonie.
La Vespa velutina è una minaccia gravissima per le api e l’apicoltura. Non ha, in Europa, predatori naturali in grado di contenerne la diffusione e caccia le api mellifere: si apposta davanti agli alveari e cattura le api bottinatrici, ovvero quelle che rientrano cariche di nettare e polline. Sotto questa pressione le api smettono di uscire a raccogliere cibo e la colonia si indebolisce progressivamente, fino al collasso o alla morte durante l'inverno. In alcune aree colpite da Vespa velutina si registrano perdite fino al 50% degli alveari. E gli effetti non riguardano soltanto l'apicoltura e la produzione di miele. Questa specie aliena può causare il declino di numerosi altri insetti impollinatori, in misura ancora non quantificata, alterando così gli equilibri ecologici: per questo è considerata una grave minaccia per la biodiversità e per gli ecosistemi. Per l'uomo, invece, il rischio legato all'aggressività e alla tossicità del veleno è paragonabile a quello dei comuni calabroni europei.
La proposta di convenzione avanzata dall’Università del Salento alla Regione Puglia ha quindi un duplice obiettivo: costituire una task force regionale, con una o più squadre di operatori qualificati per gli interventi di contenimento ed eradicazione dei nidi, e formare gli apicoltori pugliesi al monitoraggio costante della specie sul territorio. UniSalento ha già messo a punto un programma di formazione e addestramento in collaborazione con gli entomologi delle Università di Firenze, Pisa e Statale di Milano che, insieme agli esperti del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria (CREA), hanno ideato e gestiscono il portale nazionale Stop Velutina. La firma della convenzione permetterebbe di avviare i percorsi formativi, acquistare la strumentazione e i dispositivi di protezione necessari e rendere operativi i presidi territoriali prima della scadenza di fine anno.
Sui campioni raccolti finora nelle province di Lecce e Taranto saranno ora condotte indagini approfondite per stabilire se la diffusione in Puglia derivi da un'unica colonia fondatrice – e quindi da una sola popolazione – oppure da un'invasione multipla, frutto di arrivi indipendenti. La risposta sarà determinante per capire come si sta muovendo la specie sul territorio e per orientare le strategie di contenimento.
Gli avvistamenti di individui o nidi sospetti possono essere segnalati attraverso il portale nazionale StopVelutina.it, lo stesso canale che ha consentito di individuare il nido di Taranto. È consigliabile non avvicinarsi ai nidi e non tentare di rimuoverli autonomamente, affidando l'intervento a personale qualificato.
«Dalla periferia di Lecce a Taranto, in due anni, abbiamo raccolto quattro segnalazioni a centinaia di chilometri dal fronte noto dell’invasione, che finora si fermava tra Toscana e Lazio. Ora la domanda decisiva è da dove arrivano. Con le analisi sui campioni – dichiara il direttore Piraino - capiremo se in Puglia c’è un’unica colonia fondatrice o se la specie è arrivata più volte, in modo indipendente. Non è una curiosità accademica: nel primo caso possiamo ancora pensare di contenere un solo focolaio, nel secondo dobbiamo capire quali sono le vie di ingresso e chiuderle. È questo il contributo che l’Università può dare: trasformare ogni ritrovamento in conoscenza utile per decidere.»
«Oltre al gravissimo danno per la biodiversità e per tutti gli impollinatori – commenta Vincenzo Mininni, presidente dell’Associazione Regionale Apicoltori Pugliesi - a pagare il prezzo più alto nell'immediato saremo noi apicoltori, insieme alle nostre api e alla nostra produzione di miele. Difendere i nostri alveari significa difendere il futuro del nostro territorio, ma non possiamo farlo da soli. Rivolgiamo un appello accorato all'Assessorato all'Ambiente della Regione Puglia affinché firmi subito la convenzione con UniSalento».


