COVID 19 - Presentato uno studio dell'Istituto per gli Studi di Politica internazionale sulla letalità del virus sui vaccinati: uccide poco più dell'influenza
  • martedì 31 marzo 2026

COVID 19 - Presentato uno studio dell'Istituto per gli Studi di Politica internazionale sulla letalità del virus sui vaccinati: uccide poco più dell'influenza

22/06/2021 09:10:26 - Salento - Attualità

Per chi non è protetto i rischi rimangono gli stessi

In un’Italia tutta in zona bianca la domanda resta la stessa di sempre: qual è oggi la pericolosità del Covid-19, ossia quante persone rischia di uccidere? È l’interrogativo da cui dipende la ripartenza dell’Italia e delle nostre vite. E la letalità del virus a livello di popolazione generale adesso, finalmente, è quasi sovrapponibile a quella dell’influenza. Lo è grazie ai vaccini che stanno procedendo a ritmo veloce, in parallelo alle precauzioni indispensabili per continuare a tenere controllata la circolazione del virus (importante anche per evitare le varianti). Non è più una previsione, ma un dato di fatto. L’obiettivo atteso da mesi è ormai a un passo.

Come cambia la curva

Ricordiamoci che per chi non è vaccinato il rischio di contagiarsi, essere ricoverato o morire se contrae l’infezione non cambia. Gli studi internazionali, che tengono conto di test sierologici su larga scala, vanno tutti nella stessa direzione: la letalità è del 13% per gli over 90, del 7% per gli 80-89enni, del 3% tra i 70 e i 79 anni, dell’1,5% tra i 60 e 69, e via a scendere ben sotto lo 0,1% per gli under 40. Così se dai singoli casi passiamo all’impatto sociale del Covid in termini di decessi sull’intera popolazione ormai abbiamo capito che, in assenza di misure di contenimento e/o di vaccini, il virus uccide dieci volte di più dell’influenza stagionale: per renderlo paragonabile, dunque, a quest’ultima bisogna ridurre la sua letalità del 90%. Le cose stanno andando proprio in questa direzione. La prova tangibile sono i dati, mai così bassi dallo scorso autunno. I casi giornalieri e i nuovi ricoveri in terapia intensiva sono crollati di circa il 95% rispetto ai momenti più neri della terza ondata: 22.633 contagi in un giorno il 17 marzo (media mobile su 7 giorni) con 324 ingressi in rianimazione, contro poco più di mille infezioni in media degli ultimi giorni e tredici nuovi pazienti in rianimazione. E anche il bollettino dei decessi vede un -91% (la diminuzione è da 442 il 4 aprile a 38, percentualmente inferiore perché a quella data iniziava già un contenimento dei decessi grazie ai vaccini agli over-80).

Gli immunizzati

Succede perché il 58% degli italiani vaccinabili ha ricevuto almeno una dose: il 93% tra gli 80enni, l’86% tra i 70enni, l’80% tra i 60enni, il 67% tra i 50enni, il 46% tra i 40enni, il 31% tra i 30enni, il 25% tra i 20enni, e il 18% sotto. Vuol dire avere vaccinato con una dose oltre 31 milioni di persone, di cui oltre più di un milione con il monodose Janssen. Ciclo completato, dunque, compresi i vaccinati con Janssen, per almeno 15 milioni (28% della popolazione vaccinabile). E i numeri, al netto di qualche inciampo, si aggiornano di ora in ora. Con che risultati? Un recente lavoro dell’Istituto superiore di Sanità, dal titolo «Impatto della vaccinazione Covid-19 sul rischio di infezione da Sars-CoV-2 e successivo ricovero e decesso in Italia», stima di quanto i rischi di infezione, ricovero, ammissione in terapia intensiva e decesso diminuiscano rapidamente dopo le prime due settimane. Dopo 35 giorni si osserva una stabilizzazione di questa riduzione che è di circa l’80% per il rischio di diagnosi, il 90% per il rischio di ricovero e di finire in rianimazione e il 95% per il rischio di decesso.





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