lunedì 01 marzo 2021

18/02/2021 10:50:23 - Salento - Attualità

Dal calvario dei primi giorni alla lenta ripresa: «Ho avuto paura non tanto per me ma per mia moglie e i miei figli»

«Il mio calvario è iniziato tutto venerdì 12 febbraio, intorno alle ore 22.30. Mia moglie ha dovuto chiamare l’ambulanza perché la febbre, che durava da tre giorni, era sempre alta anche con terapia in atto. Il picco di quel venerdì è stato di 40° con saturazione al di sotto di 90.

Arrivato in ospedale al Perrino di Brindisi, al pronto soccorso mi hanno fatto un tampone non molecolare ed è risultato negativo. Mi hanno lasciato su una barella in uno stanzone dove c’erano altre persone e sono rimasto lì sino alla mattina della domenica. Nell’arco di questo periodo, tra visite e tamponi molecolari (sempre negativi), ho passato una visita in reparto Medicina, dove il medico di turno mi ha fatto l’emogas e mi ha prescritto una visita infettivologica. Arrivano le 23 e un’infermiera, tutta contenta, mi dice che posso tornare a casa, con le dimissioni della dott.ssa. E se ne va. La chiamo dicendole che non mi sento bene, che faccio fatica a respirare e lei mi risponde che dalla cartella clinica risulta tutto a posto e che quindi devo tornare a casa.

Chiamo un’altra infermiera, le spiego un pò la situazione e guardando sulla cartella clinica delle dimissioni, si accorge che non sono stato sottoposto alla visita infettivologica. Mi dice di aspettare e dopo un’oretta arriva un medico (presumo infettivologo) che mi visita, mi controlla e se ne va.... Tutto questo sempre sulla barella, dove ormai spalle e reni non rispondevano più....

Arriva un altro infermiere e mi fa l’ennesimo tampone.

Dopo tre/quattro infermieri arrivano di corsa e mi spostano in una camera isolata perchè l’ultimo tampone fatto è uscito positivo. Mentre mi spostavano, ho visto che tiravano fuori anche gli altri pazienti, pronti per sanificare l’ambiente dove ero stato io. Ed è arrivata la paura.... Paura che mi portava a pensare a cosa sarebbe successo se io fossi ritornato a casa. Avrei messo a rischio la mia famiglia per cosa poi? Per una dimenticanza di una dottoressa (continuo a chiamarla così e mi dispiace....). Comunque sono rimasto in questa stanza isolata a Brindisi sino a quando non si è liberato un posto letto in medicina Covid ad Ostuni e la sera tardi di domenica mi hanno trasferito dentro una specie di tubone di plastica che sembrava un sarcofago.

Mi hanno sistemato in stanza, mi hanno tranquillizzato e sistemato in un letto (finalmente). Non sono riuscito a dormire nemmeno quella notte, cosa che invece è successo la notte dopo. Adesso procede tutto bene, ho la maschera per l’ossigeno che mi aiuta a respirare meglio e mi dispiace essermi perso la nevicata di san Valentino. Qui ad Ostuni sono tutti molto apprensivi e molto vicini ai pazienti, cosa che ho visto pochissimo al pronto soccorso del Perrino. Mi dispiace dire queste cose ma veramente ho avuto paura non tanto per me ma per mia moglie e i miei figli. Tra l’altro Andrea la settimana prossima compirà i suoi 18 anni. E poi ringrazio tutti quelli che mi sono stati vicino con la preghiera, con messaggi di coraggio e di speranza».

 

Antonio






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