mercoledì 17 agosto 2022

02/08/2022 16:40:31 - Provincia di Taranto - Attualità

«La condivisione della difesa dei diritti tanto della Natura che di coloro che la abitano, per ripristinare il concetto di riproduzione, una volta per tutte al di sopra del sistema di produzione, è alla base di ogni relazione intrecciata in questi dieci anni, di lavoro sul territorio e nel Paese, nelle scuole e sui palchi di ogni Uno Maggio»

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, un comunicato del comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti.

«Dieci anni fa, il 2 agosto 2012, l’irruzione dell’Apecar dei Liberi e Pensanti, nella piazza monopolizzata in assetto compatto dai sindacati confederali, venuti a difendere il lavoro, secondo la logica, finalmente confessata, di un sistema di produzione che non aveva e non ha al suo centro né la tutela del lavoratore né quella dell’ambiente.

È Storia.

Quanto e come questa storia sia cambiata, rispetto alle finalità originarie e apparentemente comuni, è spesso oggetto di scontri, critiche e amarezze all’interno del tessuto cittadino. 

Un decennio complesso, da studiare e tant* storic* dell’ambiente lo fanno già, come anche sociolog* ed antropolog*e naturalmente economist*

Sarebbe altrettanto opportuno farne un caso interno di studio, di autocritica e, senza giri di parole, nonostante le etichette di duri e puri, non ci sentiamo esenti da errori e carenze neanche noi che sull’Apecar siamo ostinatamente rimasti.

Due sole certezze permangono: per noi il non poter ipotizzare alcun futuro produttivo per quell’ammasso informe di ferro e veleni e la direzione esattamente opposta per chi non può ipotizzare che quel sistema politico e sociale che il siderurgico incarna, possa venir meno.

Se, dunque, l’ingiustizia ambientale decisa per Taranto è lo schema riproposto in modo identico nel Paese dalla sfrenata politica di mercato, probabilmente è il momento di ricollocare la nostra vertenza in una dimensione nazionale e globale.

Questi ultimi due anni hanno portato inconfutabilmente alla luce che le risorse del pianeta sono gestite da pochissimi potentati che in oltraggio ai diritti universali costringono intere popolazioni ed intere aree a condizioni di vita insostenibili.

Noi sappiamo sulla nostra pelle che il diritto alla salute e alla dignità non si possono barattare con le promesse di una vita migliore. Il gioco di potere per convincere cittadine e cittadini che si possono accontentare di fabbriche che inquinano “meno”, significa piegare il senso della comunicazione e costringere tanto noi che la scienza a discutere di un “rischio accettabile” negando, di fatto, che esista l’urgenza del problema e delle soluzioni.

Il modello negazionista si ripropone con lo stesso schema a livello globale. La negazione della crisi climatica e delle gravissime conseguenze che sta già causando all’intero pianeta, è sostenuta dalla fitta collaborazione fra multinazionali e governi, la cui agenda di azzeramento delle emissioni è costituita per lo più da mega operazioni di greenwashing ed è in continuo slittamento, servendosi di ogni elemento, fino ad arrivare alla strumentalizzazione di un conflitto bellico per giustificare la dipendenza dalle fonti fossili di energia.

Taranto può fare scuola sugli ingranaggi di questo sistema, vittima della stessa propaganda di tutti i governi dal 2012.

Il nostro 2 agosto ci ricorda che se siamo veramente spinti dall'amore per la nostra terra, tutte e tutti insieme possiamo irrompere negli spazi che ci spettano, ora monopolizzati da una politica dimentica del suo significato.

Il pianeta va difeso dal capitalismo e dall’ignavia ed egoismo di tanta parte di umanità; su questa direttrice principale può convergere l’operato di ciascun* di noi.

La condivisone della difesa dei diritti tanto della Natura che di coloro che la abitano, per ripristinare il concetto di riproduzione, una volta per tutte al di sopra del sistema di produzione, è alla base di ogni relazione intrecciata in questi dieci anni, di lavoro sul territorio e nel Paese, nelle scuole e sui palchi di ogni Uno Maggio.

Per queste ragioni, come abitanti di una terra “di sacrificio”, vittime di una repressione cieca, non vogliamo cedere a progetti che ripropongono vergognosamente lo stesso ricatto occupazionale contro il quale siamo nati.

Sentiamo il dovere e soprattutto il diritto di non rimanere inermi di fronte alla deriva antidemocratica che il paese sta rincorrendo a velocità catastrofica.

Ripartendo dai punti essenziali sui quali convergevamo irrompendo con il nostro Apecar nella piazza appaltata dai sindacati, com’era nelle nostre intenzioni nel periodo precedente alla pandemia ed ora non più procrastinabile, proviamo a ridefinire un’azione collettiva, condividendola con altre lotte nazionali ed internazionali.

Stiamo lavorando ad un manifesto d’intenti, con l’umiltà e la determinazione “dal basso”, come piace a noi, a cui potrà aderire ogni attivist*, movimento, espert* e ogni persona che voglia contribuire al processo di democratizzazione sociale di cui abbiamo drammaticamente bisogno».







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