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12/04/2023 12:48:53 - Manduria - Cultura

La “Quaremma” è la personificazione della Quaresima, in un orizzonte folclorico di commistione tra il calendario liturgico quaresimale, quello rituale non cristiano e quello naturale delle stagioni

Nelle settimane di Quaresima appena trascorse, percorrendo una delle vie principali di Manduria, abbiamo avuto modo di osservare uno strano (e ormai sconosciuto ai più) fantoccio appeso ad un palo in prossimità di un’abitazione: la ‘Quaremma’.

Il termine ‘Quaremma’ deriva dal francese ‘Carême’, introdotto nel XIV secolo durante il dominio francese del Regno di Napoli, con il significato di Quaresima. La ‘Quaremma’ è la personificazione della Quaresima, in un orizzonte folclorico di commistione tra il calendario liturgico quaresimale, quello rituale non cristiano e quello naturale delle stagioni.

È Michele Greco a definire la ‘Quaremma’ come «una pupattola di stoppa e cenci, vestita a lutto, con la conocchia alla cintola ed il fuso in mano, con sette ciambelle pendenti giù dalla gonna ed al posto dei piedi un frutto con sette penne, simbolo di penitenza e di digiuno che precedevano la Pasqua» (‘Dalla cinniredda alla scarcedda’ in ‘La Torretta’, periodico quindicinale, Anno XX, n. 6 del 31 Marzo 1926, nella  rubrica ‘Folclore Mandurino’).

L’immagine che viene fuori dalla descrizione del Greco differisce di poco da quella ricostruita attraverso i racconti di alcune fonti orali (Gregoria E., Addolorata G., Chiara A.  Gregoria D., Carmela C.): un fantoccio dall’aspetto sgraziato e trasandato, imbottito di paglia o di ‘ammaci’ ( = cotone allo stato naturale, in bioccoli), abbigliata con abiti scuri, quasi sempre neri; un fazzoletto nero in testa, uno scialle sulle spalle e un grembiule da massaia annodato in vita. A una cintura è legata una conocchia, in una mano ha un fuso, un’arancia selvatica infilzata con sette penne di gallina nell’altra, mentre dalla cintura pendono sette taralli di pane (alcune varianti sono  frise e ciambelle). «Mintìunu la Quaremma cu nnu picca ti ammaci, la cunocchia e lu fusu, ca ticìunu ca era filari, e la ppinnìunu a lli štrati (…) setti taraddi cussi [piccolini] li ‘nfilaùnu alla cinta» (Gregoria D.); «la facìumu nera, cu li vestiti neri» (Carmela C.).

In un periodo come quello quaresimale, quando tutto parla di penitenza, moderazione e purificazione, la ‘Quaremma’ calca la scena in una posizione ben visibile, in modo che tutti, guardandola, abbiano un atteggiamento più morigerato  e consono al tempo che la Chiesa impone. Inoltre, essa compendia negli oggetti che reca con sé un simbolismo arcaico. Nell’orizzonte tradizionale contadino la ‘Quaremma’ serve a scacciare morte e carestia, proprio alla fine dell’inverno quando le provviste per i più poveri sono finite. In questa dimensione, l’arancia rappresenta il sole, oltre la speranza che l’inverno, simboleggiato dagli abiti neri, passi in fretta.

La tradizione della ‘Quaremma’, ancora molto sentita in numerosi paesi salentini, appare attenuata nella nostra Manduria. Pur presentando alcune varianti fra i diversi paesi, cercheremo di tracciare una fisionomia storico-culturale di questo personaggio, il più possibile aderente alla realtà del nostro territorio.

Intanto la ‘Quaremma’ è una vedova illustre, nientemeno che del signor Carnevale, deceduto il martedì grasso dopo essersi abbuffato ed aver sperperato tutti i suoi beni, lasciando la sua povera consorte in una situazione di totale miseria (esplicativo a questo proposito il racconto della storia di ‘Paulinu Carniali e la moglie Quaremma, molto conosciuto in tutto il Salento, in https://www.salentognam.com/la-storia-di-paolino-carnevale-e-la-moglie-quaremma/).

Da qui la necessità di lavorare e di avere con sé gli strumenti necessari per farlo: il fuso e la conocchia rappresentano l’operosità, oltre ad avere una marcata funzione segnatempo (s’intravvede qui il mito delle Parche, in particolare di Cloto che, con una conocchia in mano e vestita di scuro, aveva il compito di tessere e filare il destino degli uomini). Anche le penne infilzate nell’arancia (amara, a ricordare la sofferenza e il sacrificio) e i sette taralli infilati nella cintura, che diminuiscono di una unità ogni settimana, scandiscono lo scorrere del tempo: «setti taraddi cussì [piccolini], li ‘nfilaùnu alla cinta (…) quannu a ogni sittimana mi lliavi unu, quddu era lu cuntu ca eri a fari» (Gregoria D.); «Ci mintìa li panetti, ‘ncerunu quiddi ca mintìunu li frisi (…) ca ogni sittimana nni lliàunu na frisa finché arriava Pasca no». 

La realizzazione della ‘Quaremma’ avveniva durante i giorni del Carnevale, dovendo essere appesa il mercoledì delle Ceneri, primo giorno di Quaresima (tempo liturgico), nonché giorno successivo alla morte del marito (tempo rituale non cristiano), in un arco temporale di fine inverno (tempo naturale);  essa veniva poi rimossa ritualmente al termine delle sette settimane di Quaresima, ossia il giorno di Pasqua: «quannu inìa lu tiempu [il giorno delle Ceneri] si menti la Quaremma, ca eti setti sittimani ti Quaresima e finisci quannu lu Signori è risuscitato» (Gregoria D.).

In passato, nel tempo di permanenza della ‘Quaremma’ nelle strade, si poteva assistere ad una vera e propria rappresentazione scenica quando, la domenica,  essa veniva calata giù per essere progressivamente privata di un tarallo e di una conocchia (anticamente anche le conocchie piene di bambagia da filare erano sette). «Si fingeva che la povera vedova, incaricata di compiere quel lavoro di filatura: sette conocchie in quaranta giorni, non avesse in quella settimana lavorato, né si era nutrita del pane che le era stato assegnato. La si compiangeva e ci si interrogava preoccupati se non stesse bene e se non fosse solo apparentemente viva. Quando poi qualcuna delle comari diceva che era viva, la maliziosa, e già aveva tolto un pane (…), la si rimproverava d’avere pensato solo a mangiare, a stare lì da sfacciata all’angolo della strada, magari ad attendere gli uomini, lei che era vedova da pochi giorni, e che non aveva provveduto a filare la bambagia per il sudario del suo scellerato marito Carnevale, morto di sprechi, senza un panno per coprirsi il volto». Le invettive andavano avanti secondo uno schema tradizionale, ma sempre diverso, fino a quando un ragazzino presente contava quante fossero esattamente  le conocchie e i pani «e baciava la pupattola che, tra gli arrivederci, veniva tirata nuovamente in alto al centro del crocicchio ove era appesa ad una corda come impiccata» (R. Jurlaro, ‘La festa cresta’, pp. 24-25).

Terminata la Quaresima, con la celebrazione della Resurrezione (che fino agli anni ‘50 del Novecento avveniva a mezzogiorno del Sabato Santo), il fantoccio, ormai privo dei taralli, con l’arancia secca senza più penne, veniva rimosso e, solitamente, bruciato  in un fuoco purificatore che sanciva la fine del periodo di penitenza e annunciava l’avvenuta Resurrezione: «Si putìa puru bruciari, ca ti pezza era, ‘ncerti la sapìunu puru fari, comu nna cristiana vera, ma puei quannu si ni llea la bruciaunu» (Gregoria D.). Una sola fonte ha affermato che il fantoccio veniva ‘fucilato’: «la mintìumu a mmienzu a lli feli e puei, quannu era propria la fini ti la Quaresima, unu scia cu lu fucili e la sci sparava» (Carmela C.).

L’evento avveniva tra la baldoria e il divertimento collettivo: «Anche la Quaremma, pupattola vestita di nero che era stata appesa al filo come ammonimento di morte per quaranta giorni, veniva tirata giù e bruciata tra danze e canti ed era come per vincere la morte con la morte» (R. Jurlaro, cit.  p. 121).

Già Michele Greco (1887- 1965) si rammaricava del venir meno di questa tradizione: «Manduria, però, uccide rapidamente le sue tradizioni e appena due o tre “Quaremmi”, striminzite, e poco fornite di ciambelle, e senza rocca e senza fuso ho visto in qualche vicoletto della Rua Longa o del Ghetto».

E continua: «E la Quaresima passa (…) senza la cura delle buone comari, custodi della ‘Quaremma’, di togliere via ogni settimana una ciambella (‘taradduzzi) o una penna».

Attualmente, questa antica tradizione sopravvive unicamente grazie all’iniziativa e all’impegno di una signora manduriana, la signora Fulvia D., intenzionata a fissare il tempo della tradizione, consegnandone la  conoscenza alle future generazioni.

Nelle immagini poste a corredo di questo scritto: la ‘Quaremma’ realizzata dalla signora Fulvia (nei due scatti all’inizio del periodo quaresimale e dopo che la stessa è stata bruciata), l’articolo di M. Greco pubblicato su ‘La Torretta’, due illustrazioni di Domenico Di Castri (tratte da ‘La Festa Cresta’ di R. Jurlaro). 









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