SAVA - Un altro caso di diffamazione, minaccia e vilipendio attraverso la rete: ecco cosa è accaduto
La vicenda è ora al vaglio della Procura della Repubblica di Taranto, che dovrà valutare l’eventuale rilevanza penale

Dopo la vicenda dell’on. Dario Iaia, minacciato di morte sui social, e le minacce sui muri ai Carabinieri, Sava torna al centro dell’attenzione per un episodio analogo e grave.
La vicenda sarà al vaglio della Procura della Repubblica di Taranto, che dovrà valutare l’eventuale rilevanza penale, in particolare sotto il profilo della diffamazione, minaccia e vilipendio. Il caso riaccende il dibattito sul tema, sempre più attuale, dell’odio online: un fenomeno in costante crescita che, come dimostra questo episodio, può sfociare in un vero e proprio procedimento giudiziario.
Negli ultimi anni i social network sono diventati parte integrante della vita quotidiana. Sono strumenti potenti, capaci di connettere, informare, creare opportunità. Ma, come ogni strumento potente, possono trasformarsi in armi quando vengono usati senza responsabilità.
La storia di quest’uomo ne è un esempio doloroso.
Tra novembre 2025 e gennaio 2026, l’uomo è bersaglio di una lunga serie di attacchi pubblici sui social: insulti, denigrazioni, minacce, accuse infamanti. Non semplici commenti impulsivi, ma una vera e propria campagna di aggressione digitale, costruita giorno dopo giorno con una precisione inquietante. In due occasioni, la sua immagine personale è stata prelevata senza alcun consenso e pubblicata insieme a frasi gravemente offensive. La sua foto è stata usata come un bersaglio, un pretesto per amplificare l’odio.
Ciò che rende tutto ancora più inquietante è che la persona che ha architettato questa campagna d’odio non è un profilo anonimo o un’identità fittizia: è una persona reale. Una persona che esiste, che ha un volto, ma che per lui è totalmente sconosciuta. Non l’ha mai vista in alcun contesto. Essere colpiti da qualcuno che non si conosce, amplifica il senso di vulnerabilità e di ingiustizia.
Di fronte a questa escalation, l’uomo ha scelto di fare ciò che ogni cittadino dovrebbe fare quando si trova davanti a comportamenti così gravi: ha sporto querela.
Le condotte subite non erano semplici “offese”, ma una sequenza di reati penali, tra cui diffamazione aggravata, minacce, atti persecutori e persino vilipendio alle forze dell’ordine, coinvolte ingiustamente nei contenuti diffamatori.
E proprio le forze dell’ordine, che l’uomo ammira profondamente per il lavoro difficile e silenzioso che svolgono ogni giorno, sono state al suo fianco in questa fase delicata. Il loro sostegno è stato fondamentale per ritrovare lucidità, sicurezza e fiducia.
Chi non ha mai vissuto un’esperienza simile tende a sottovalutarla. “Sono solo parole”, si dice. Ma non è così.
Quando l’odio viene diffuso pubblicamente con migliaia di visualizzazioni, quando un volto viene associato a insulti e minacce, quando ogni giorno ci si sveglia chiedendosi quale nuovo contenuto offensivo apparirà online, non si tratta più di parole. Si tratta di violenza. Una violenza che non lascia lividi sulla pelle, ma che può segnare profondamente la vita di una persona.
L’uomo ha deciso di raccontare questa storia anche per un altro motivo: è profondamente sensibile alla crescita sana dei giovani.
In un mondo in cui i ragazzi vivono online tanto quanto nella realtà, ritiene fondamentale dare l’esempio. Mostrare che la maturità non è restare in silenzio davanti all’ingiustizia, ma affrontarla con gli strumenti della legge, del rispetto e della civiltà.
Racconta questa vicenda per tutti i giovani che ancora non percepiscono quanto le parole possano ferire, distruggere, cambiare la vita di qualcuno.
E proprio ai più giovani, la sua esperienza lancia un messaggio chiaro:
non lasciate che un momento di rabbia diventi un contenuto permanente.
Un post può sembrare leggero, impulsivo, “solo una storia”, ma può trasformarsi in un colpo che ferisce più di quanto immaginate.
Ogni parola che si scrive costruisce o distrugge. Ogni commento dice chi siamo, molto più di quanto dica dell’altro.
E soprattutto: non fate mai del dolore altrui un passatempo.
La rete non dimentica, ma soprattutto non dimenticano le persone che vengono colpite.
Come ricordava Martin Luther King:
“La nostra vita comincia a finire il giorno in cui diventiamo silenziosi di fronte alle cose che contano.”
E il rispetto, anche online, conta. Sempre.
Serve una cultura digitale più matura. Serve educazione all’uso dei social, nelle scuole e nelle famiglie. Serve la consapevolezza che dietro ogni profilo c’è una persona reale, con una vita reale, con fragilità e dignità reali.
Serve, soprattutto, la capacità di fermarsi prima di premere “pubblica”.
L’uomo ha scelto di denunciare quanto accaduto perché nessuno dovrebbe sentirsi solo davanti a un’ondata di odio. Le istituzioni esistono, gli strumenti di tutela ci sono e vanno usati.
Ma la vera prevenzione nasce da un cambiamento culturale: dal rifiuto collettivo di questi comportamenti, dalla responsabilità individuale, dal coraggio di dire “no” all’odio anche quando non ci riguarda direttamente.
I social possono essere un luogo straordinario. Dipende da chi li usa.
E dipende soprattutto dalla consapevolezza che, con un semplice gesto, si può ferire, distruggere, o al contrario costruire e proteggere.
Raccontare questa storia è il suo modo per ricordarlo.
Perché nessuno dovrebbe più vivere ciò che ha vissuto lui.
E perché, alla fine, siamo tutti responsabili del mondo che lasciamo ai nostri figli.
E i giovani, più di chiunque altro, hanno il potere di renderlo migliore.
In questo “tritacarne” sociale in cui la violenza contro le donne continua a essere una ferita aperta e intollerabile, desidero rivolgere un pensiero anche a tutti quegli uomini che vivono forme di violenza meno visibili, spesso mascherate da comportamenti apparentemente innocui o da ruoli di vittima abilmente interpretati.
Uomini che subiscono manipolazioni psicologiche, ricatti emotivi, svalutazioni costanti.
Uomini che soffrono nel silenzio, intrappolati in dinamiche che non sanno nominare e che la società fatica a riconoscere.
Uomini che, in alcuni casi, non hanno la forza né gli strumenti per difendersi, perché non esiste ancora un linguaggio condiviso che permetta loro di raccontarsi senza vergogna o senza paura di essere giudicati.
La violenza, in qualunque direzione si muova, resta violenza. E ogni persona che la subisce merita ascolto, protezione e dignità.

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