Il sisma colpì la Puglia e le coste occidentali della Grecia. Nella penisola salentina, le città maggiormente colpite furono Nardò, Francavilla Fontana, Leverano, Galatina, Brindisi, Salice Salentino, Oria, Taranto, Casalnuovo, Avetrana ma anche Lecce, Otranto, Gallipoli

Correva l’anno 1743 a Casalnuovo. Era il 20 febbraio, mercoledì, quando alle 23:30 ‘ora italica’ (16:30 attuali: nel Settecento le ore venivano numerate a partire da mezz’ora dopo il tramonto; quando le campane suonavano l’Ave Maria scoccava la ventiquattresima ora) fu avvertita dalla popolazione una forte scossa di terremoto.
Fu un evento sismico complesso, compreso in una sequenza di tre violente scosse, della durata complessiva di quindici minuti (23:30 - 23:45, corrispondenti alle 16:30 - 16:45 riferite al meridiano di Greenwich), probabilmente con epicentro a mare (a est di S. Maria di Leuca) o a terra (tra Galatina e Nardò, dove raggiunse il IX-X° della scala Mercalli).
Il sisma colpì la Puglia e le coste occidentali della Grecia, venne percepito anche in altre regioni d’Italia e nell’isola di Malta. Nella penisola salentina, le città maggiormente colpite furono Nardò (l’evento sismico è conosciuto anche come ‘terremoto di Nardò’), Francavilla Fontana, Leverano, Galatina, Brindisi, Salice Salentino, Oria, Taranto, Casalnuovo, Avetrana ma anche Lecce, Otranto, Gallipoli.
La violenza dell’evento fu tale da far considerare il numero delle vittime (180 in tutta la Puglia, di cui 150 solo a Nardò, 11 a Francavilla Fontana, 1 in Casalnuovo) estremamente basso rispetto a quello che avrebbe potuto essere. Nella vicina Oria fu distrutta la cattedrale romanica, a Sava ingenti danni si verificarono al santuario della Madonna di Pasano, a Maruggio fu completamente distrutto il rosone della chiesa Madre.
Per quanto riguarda Casalnuovo, le parole del Tarentini nella sua opera ‘Cenni storici di Manduria antica-Casalnuovo’ riportano l’accaduto in maniera vivida e partecipata: «La violenza della scossa fece urtare parecchi muri che mandarono in frantumi i tetti delle case rimanendone molte abbattute. Cadde la metà del campanile della collegiata rovesciandosi su le sottostanti abitazioni che rimasero sprofondate (…); il convento dei PP. Serviti in S. Angelo fu sufficientemente avariato specialmente a Sud: molte lesioni ebbe a riportare quello delle religiose servite: la gran sala d’aspetto del palazzo Imperiali ebbe precipitata la volta [il principe Michele, in quei giorni a Napoli, riuscì a tornare in Francavilla il 2 marzo]: cadde metà del palazzo dei Bonifacio e molte case quali più, quali meno ebbero a risentire i tristissimi effetti del terremoto».
Se la quantificazione esatta dei danni subiti dalla città risulta impossibile, se ne può avere sufficiente contezza esaminando le spese sostenute dall’Università per la riparazione del tetto e del campanile della chiesa matrice, nonché per i costi ‘liturgici’ relativi all’esposizione del SS. Sacramento nella chiesa dell’Immacolata, riportati da A. Pasanisi in ‘Civiltà del Settecento a Manduria’: ben 302.52.0 ducati.
Per quanto riguarda il campanile della chiesa Madre: «Era primariamente ben alto, e sollevato a simmetria, ma oggi vedesi dimezzato e monco essendone cascata quasi la metà da la parte superiore per le rovine del terremoto (…) Nel qual tempo vi si fece una coverta di legne e canne colle tegole di sopra per non pigliare acqua e rovinarlo affatto. Così dimezzato e monco (…) ha l’altezza di palmi 160 circa…»; esso rimase in tali condizioni fino al 1857 e, in tale occasione, si decise, per ragioni di stabilità, di non riportarlo all’altezza originaria, ma di terminarlo con due piani e dei pinnacoli in cima.
Scrive ancora il Tarentini: «Una sola donna rimase vittima, ma fu indescrivibile lo sbalordimento, il terrore dei cittadini che corsero alla chiesa dell’Immacolata, piangendo, lagrimando, temendo nuova scossa. Quella notte non si dormì (…) e la dimane si diè opera allo sgombro delle macerie, ascrivendosi a vero miracolo della Vergine se Casalnuovo non precipitò del tutto».
L’evento sismico, infatti, nell’immaginario religioso delle comunità colpite, rinsaldò la devozione per l’indubbia intercessione dei santi patroni. Così se a Nardò si pensò a San Gregorio Armeno, a Mesagne alla Beata Vergine del Carmelo, a Francavilla Fontana alla Madonna della Fontana e ad Avetrana a San Biagio, i casalnovitani rivolsero la loro devozione e le preghiere di ringraziamento per lo scampato pericolo alla Madonna Immacolata (compatrona della città insieme a S. Gregorio Magno e a S. Carlo Borromeo).
Nei giorni che seguirono il terribile evento, la comunità casalnovitana fece riedificare l’antico Osanna (esistente fin dal VII secolo negli spazi dell’attuale villa comunale) collocandovi in cima la statua in pietra dell’Immacolata; sull’arco della Porta Pubblica o ‘Porticella’ (abbattuta nel 1870 e sostituita dall’attuale torretta dell’orologio) fu affrescata una scena che raffigurava il crollo del campanile della chiesa matrice e, visibile tra le macerie, la mano protettrice della Madonna Immacolata.
Infine, proprio per la genuina devozione e la gratitudine per la benevolenza della Vergine verso la città, fu istituita la festa della ‘Matonna ti lu trimulizzu’(= ‘Madonna del Terremoto’, dove ‘trimulizzu’ letter. ‘tremolìo’, sta per ‘terremoto’), popolarmente indicata come ‘Mmaculatedda’, che ancora oggi si rinnova con un triduo di preghiera, nei giorni 18, 19, 20 febbraio, e con la celebrazione solenne nel giorno 21 febbraio nella chiesa di S. Leonardo.
Qui, infatti, la confraternita di San Leonardo e San Sebastiano volle onorare la Vergine Immacolata, commissionandone a degli artigiani leccesi una statua in cartapesta.
Il simulacro (di autore sconosciuto, ma che sembra ispirarsi alla scuola lignea napoletana) rappresenta l’Immacolata Concezione su una nuvola da cui emergono quattro angeli: la Vergine, avvolta in un manto blu con motivi a stella e bordatura dorata, si presenta in atteggiamento umile, con le mani giunte in preghiera e lo sguardo rivolto verso il basso, nell’atto di calpestare il serpente. Sul volto, arricchito da una capigliatura raccolta sulla nuca e da una corona realizzata a traforo, l’espressione risulta di soave dolcezza. L’intera figura, inoltre, presenta degli elementi che le conferiscono slancio e dinamicità: il drappeggio dell’abito, ad esempio, che copre una gamba leggermente flessa e il busto che segue l’andamento delle mani, in una gestualità timida e appena accennata. La veste è di colore azzurro chiaro a motivi floreali, rifinita con maniche rosse e scollo bianco drappeggiato.
Bibliografia
BRUNETTI P., Manduria tra storia e leggenda – dalle origini ai giorni nostri, Barbieri Selvaggi Editori, Manduria 2007; Brunetti P., Vocabolario essenziale, pratico e illustrato del dialetto manduriano, Graphika PB&C, Manduria 1989; Fistetto M., San Leonardo, Ricerca storica sulla Confraternita dei Santi Leonardo Abate e Sebastiano Martire di Manduria (da cui sono anche tratte le foto della statua), Barbieri Selvaggi Editori, Manduria 2008; Lo Piccoli A., Compendio Storico di Manduria, Provveduto Editore, Manduria 2000; Pasanisi A., Civiltà del Settecento a Manduria, Lacaita editore, Manduria 1992; PERRETTI B., Porte urbane nelle province di Brindisi, Lecce, Taranto, Barbieri editore, Manduria 1997; Tarentini sac. l., Cenni storici di Manduria antica – Casalnuovo, ried. anastatica, Atesa Editrice, Bologna 1996; Tarentini Sac. L., Manduria Sacra, nuova ed. a cura di E. Dimitri, Barbieri editore, Manduria 2000.
Per le informazioni sismologiche: https://ingvterremoti.com/2020/08/17/la-sismicita-storica-del-salento-il-forte-terremoto-del-20-febbraio-del-1743/



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