L’abside in cui è posto l’altare maggiore è una realizzazione unica nell’architettura sacra manduriana

La chiesa di San Francesco a Manduria custodisce al suo interno opere d’arte di elevato valore storico-artistico, collocabili sommariamente tra la seconda metà del secolo XVII e la prima metà del XVIII: pitture lungo le pareti della navata, sculture lignee e in cartapesta di Santi a cui sono intitolati i sei altari laterali, fra i quali si distingue quello dell’Immacolata, fatto erigere dalla nobildonna manduriana Marianna Giannuzzi.
Ma c’è di più! L’abside in cui è posto l’altare maggiore è una realizzazione unica nell’architettura sacra manduriana: «Il visitatore ha l’impressione di essere coinvolto alla sacra liturgia che si svolge su un proscenio finemente lavorato, con due ali di santi in preghiera invitanti ad adorare l’Eucaristia».
È infatti costituita da un vano aperto, delimitato sui lati sinistro e destro dalla presenza di diciotto nicchie, sopraelevate a circa due metri dal piano di calpestio, sviluppantesi su tre ordini e separate tra loro da piccole colonne tortili e lisce, riccamente decorate con motivi floreali.
La struttura absidale si completa con un corpo centrale che si eleva fino alla volta, e che vede in fondo una grande nicchia dentro la quale è attualmente collocato il Crocifisso ligneo scolpito da frate Angelo da Pietrafitta (1620-1699), al cui stile rimandano la delicatezza nei tratti del volto, l’accuratezza nella definizione della barba e dei capelli, nonché l’anatomia del corpo. Dello stesso artista calabrese sono le statue dell’Addolorata e di San Giovanni, anch’esse lignee, poste attualmente rispettivamente a sinistra e a destra del Crocifisso, a formare un Calvario francescano.
Sotto la mensa d’altare, è attualmente collocata la scultura del Cristo morto, della quale però le fonti storiche tacciono, fatta eccezione per il Tarentini. L’opera, attribuita a Vespasiano Genuino (1556-1637) e datata alla prima metà del XVII sec., è una scultura lignea «accuratissima nell’anatomia e fortemente drammatica nella resa espressiva».
Alcuni elementi della scultura fanno supporre che essa possa essere stata concepita dall’artista come Crocifisso, e successivamente, forse già in età antica, adattato a Cristo deposto: i piedi sovrapposti, le ginocchia flesse, la testa in avanti e le mani contratte dal segno dei chiodi confermerebbero tale ipotesi. A ciò si aggiungono alcune ‘manomissioni’ emerse durante il restauro, come l’assottigliamento delle braccia e il loro innesto nelle spalle.
All’interno delle nicchie, come ad abbracciare lo spazio più intimo e sacro dell’intero edificio religioso, sono collocati diciotto busti reliquiario: una preziosa lipsanoteca, le cui sculture in legno, policrome e dorate, sono state realizzate tra il 1624 e il 1633, data quest’ultima riportata nella cimasa posta sopra la grande nicchia centrale.
Perché busti reliquiario? Perché tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo la
necessità devozionale di rendere le reliquie oggetti cultuali esposti alla venerazione dei fedeli porta alla realizzazione di sculture di Santi contenenti al loro interno un alloggiamento dove poterle custodire.
La ‘sede’ dove conservare le reliquie poteva essere predisposta all’altezza del petto (soprattutto in presenza di statue ad altezza intera) o alla base della scultura (in caso di busti). In ogni caso, la reliquia era resa visibile attraverso un vetro che chiudeva l’alloggiamento, lasciandola trasparire all’esterno.
Eccezionale testimonianza artistica e devozionale, i busti reliquiario conservati nella chiesa di San Francesco a Manduria furono realizzati da diverse botteghe napoletane su iniziativa di padre Gregorio Pasanisi, il quale effettuò un lascito utilizzato in parte per ottenere le reliquie, in parte per realizzare alcuni dei busti reliquiario.
La realizzazione della restante parte dei busti reliquiario e la doratura di tutti fu resa possibile grazie al generoso contributo di Gaspare Montesina, un nobile spagnolo il quale dispose un lascito di mille ducati al Convento, a memoria del figlio Teodoro, frate minore morto prematuramente.
Dei diciotto busti reliquario quattordici sono stati oggetto di una mostra tenutasi a Lecce nella Chiesa di San Francesco della Scarpa (16 dicembre 2007 – 28 maggio 2008), dal titolo “Sculture di età barocca tra Terra d’Otranto, Napoli e Spagna”.
In tale contesto, si è operata una scelta di alcune opere scultoree che necessitavano di interventi di restauro. L’occasione è stata propizia per esaminare attentamente la fattura delle sculture, riconducibile, per tipologia e stile, ad almeno quattro diverse botteghe.
Si tratta di sculture lignee policrome e dorate, in cui la policromia risulta particolarmente naturalistica. In un contesto storico-sociale improntato alla spiritualità e al misticismo religioso quale era quello di primo Seicento, la policromia aumentava la risposta suggestiva dei fedeli, già alimentata dalla forte espressività delle opere scolpite, in funzione didascalica.
Unico fra i diciotto busti a presentarsi senza policromia, quello di Sant’Orsola è il risultato di un restauro poco felice, durante il quale è stata asportata la pittura ritenendo, a torto, di riportare alla luce un materiale considerato più nobile del legno, cioè il marmo. In realtà l’aspetto marmoreo era dato dalla miscela di colla e gesso preparatoria alla fase della pittura.
Le sculture di cui si scrive risultano significative nel panorama artistico salentino soprattutto per la tecnica decorativa che esse presentano, quella dello “sgraffito”, diffusa a Napoli luogo di provenienza delle opere.
La tecnica barocca dello sgraffito prevede dapprima la doratura a foglia oro e la brunitura dell’intera superficie, successivamente la copertura con tempera grassa, infine la graffiatura con un apposito strumento, che lascia riemergere l’oro sottostante la tempera seguendo un disegno prestabilito. Il risultato finale è una mirabile imitazione delle vesti liturgiche tessute con fili d’oro.
L’identificazione dei simulacri non è completa. Laddove possibile, gli studiosi hanno tenuto conto delle iscrizioni sulle basi (leggibili solo in parte), ma particolarmente importante si è rivelato l’elenco delle reliquie in possesso del Convento stilato da Fra Bonaventura da Lama.
Partendo dal latro sinistro, al livello più basso, procedendo dalla prima nicchia a sinistra verso l’ultima di destra, insistono San Crescenzio e Giulio martiri (unico busto), Santa Maria Maddalena, Sant’Orsola, San Leone martire, San Fabio martire, San Biagio martire, San Giacomo della Marca, Santa Nominanda, San Paolo papa e martire; sul lato destro troviamo un Santo martire non identificato, San Giustino, un Santo martire non identificato, un Santo martire non identificato, Santa Digna martire, San Carlo martire, San Bonifacio papa e martire, Santa Flavia martire, Beato Benedetto Siculo.
Le sculture hanno un’altezza variabile fra i 74 e gli 85 cm, fatta eccezione per due busti di Santi raffiguranti altrettanti pontefici visibilmente più alti (96-97 cm) per la presenza della tiara.
Ogni busto presenta una base-cassetta per la conservazione delle reliquie e presenta al centro un’apertura ovale o rettangolare che, grazie alla presenza di un vetro, lascia intravedere la reliquia all’interno.
Due eccezioni sono rappresentate dai busti di Santa Nominanda e dei Santi Crescenzio e Giulio martiri, perché più alti (21 cm) e privi di finestra. Questi ultimi due busti appaiono intagliati in maniera più «cinquecentesca», più arcaica e frontale, sebbene sia attestato che le reliquie in esso contenute siano state donate a padre Gregorio Pasanisi in un’epoca successiva a quella che l’aspetto lascerebbe ipotizzare.
Verosimilmente i più antichi fra i diciotto reliquiari sono quelli di San Biagio martire e di San Giustino: entrambi recano sui lati minori uno stemma, quello dei Pasanisi, a identificarli come quelli che padre Gregorio Pasanisi avrebbe inviato da Napoli negli ultimi mesi del 1624. Tuttavia proprio questi busti appaiono particolarmente “moderni” nella cura dei particolari delle mani e del volto, simili stilisticamente ad altri attribuiti all’intagliatore napoletano Antonio Gallo.
Differenti per l’apertura rettangolare del vano per le reliquie sono i busti di San Carlo martire e di un altro busto di martire, mentre quelli di San Leone martire, San Fabio martire, Santa Digna martire e Santa Flavia martire presentano una base uguale con apertura per le reliquie di forma ovale. Tutti i busti ora citati presentano un raffinatissimo decoro a sgraffito esteso anche alla base ottagonale, su cui sono leggibili i nomi dei santi. Probabilmente realizzata dalla medesima bottega è un’altra coppia di busti, quelli monumentali dei due pontefici San Bonifacio e San Paolo, i quali differiscono leggermente dai precedenti solo nelle scritte.
Simili ai precedenti nell’aspetto «ispirato», del volto, ma verosimilmente appartenenti a un’altra bottega sono i busti di Sant’Orsola, della Maddalena e dei due ignoti Santi martiri presenti nelle nicchie a sinistra in basso, accanto al busto di San Giustino. Essi presentano le basi abbinate a coppie, tutte ottagonali, con finestre ovali per le reliquie corredate da cornici a cartoccio, leggermente differenti nella decorazione. Per queste ed altre caratteristiche, come «l’accentuata plasticità e la regolare geometria delle forme» e importanti raffronti stilistici con altri busti più antichi di simile fattura, essi possono essere attribuite all’intagliatore napoletano Giovan Battista Gallone.
Ascrivibili alla medesima bottega sono altresì i busti di San Giacomo della Marca e del beato francescano nero Benedetto siculo. Essi sono accomunati agli altri sopra attribuiti al Gallone dalla base con finestra ovale per le reliquie e dalla cornice a cartoccio, la quale però occupa tutta la fronte della base, riservando ai lati della finestra uno spazio ovale, dove compare il nome del beato scritto su fondo scuro decorato a racemi in oro.
Delle immagini che accompagnano il testo. Quelle dei busti reliquiario e del Cristo morto sono tratte da CASCIARO R., CASSIANO A., (a cura di), “Sculture di età barocca tra Terra d’Otranto, Napoli e la Spagna”, De Luca editori d’Arte, Roma 2007.
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