sabato 14 marzo 2026


14/03/2026 09:04:08 - Manduria - Cultura

Il nostro contributo alla Giornata Nazionale del Paesaggio passa attraverso il componimento L’àrvulu t’aulìa di Florenzo Dinoi

Ricorre oggi, 14 marzo, la Giornata nazionale del Paesaggio, istituita con Decreto ministeriale 7 ottobre 2016 n. 457 con l'obiettivo di contribuire a "promuovere la cultura del paesaggio in tutte le sue forme e a sensibilizzare i cittadini sui temi ad essa legati, attraverso specifiche attività da compiersi sull'intero territorio nazionale mediante il concorso e la collaborazione delle Amministrazioni e delle Istituzioni, pubbliche e private".  

Quest’anno, la celebrazione della Giornata nazionale del paesaggio sarà anche occasione per l’assegnazione del Premio nazionale del Paesaggio (istituito con lo stesso DM 457/2016 e giunto alla sua V edizione), che viene conferito ogni due anni al progetto candidato a rappresentare l’Italia al Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa.

In occasione del 25° anniversario della “Convenzione europea del paesaggio”, il Vice Segretario generale del Consiglio D’Europa, Bjørn Berge, ha sottolineato come “i paesaggi plasmano il nostro passato e il nostro presente. (…) I cambiamenti climatici comportano cambiamenti fondamentali al nostro ecosistema (…). Dobbiamo adattarci a queste sfide e lavorare per mitigarne gli effetti, sia nei nostri paesaggi urbani sia in quelli rurali”.

E proprio di paesaggio rurale ci piace scrivere in questa ricorrenza.

Dal punto di vista antropologico l’uomo ha, da sempre, cercato conferma di sé nel paesaggio, e ogni sua realizzazione, oltre ad avere uno scopo funzionale alle proprie esigenze vitali, è anche un’urgenza inconscia di affermare la propria presenza sulla Terra.

In quest’ottica il paesaggio diviene espressione di una cultura che, se di tipo tradizionale (arcaico e pre-industriale), intesse un legame profondamente rispettoso con la natura. È questo il paesaggio rurale, un territorio antropizzato frutto della continua interazione tra uomo e natura (Cfr. E. Turri, Antropologia del paesaggio, in bibliografia).

Il paesaggio rurale non è solo agricoltura, ma boschi, pascoli, infrastrutture, insediamenti. Esso identifica un patrimonio storico-culturale che ci racconta «la microstoria quotidiana degli uomini di pace che, nel pieno rispetto del mondo naturale che li circonda, si sono dedicati e si dedicano alle proprie attività». Così scrive Domenico Nardone in Il paesaggio naturale, agrario e umano della penisola salentina (p. 119, in bibliografia). La citazione che l’Autore riporta più avanti di un brano tratto da Il paesaggio come teatro di Eugenio Turri ci introduce in una dimensione ancora più introspettiva: «Ogni contadino che muore porta con sé nella tomba il segreto del paesaggio nel quale è vissuto e che ha contribuito con le sue stesse mani a modellare».

È importante che l’idea, spesso dominante, di un paesaggio ‘dato’, immutabile, colto in un determinato momento, lasci il posto alla percezione di un paesaggio vivo, in continuo divenire, riflesso dei cambiamenti storici, socio-culturali e, nel caso del paesaggio antropizzato, delle tecniche di produzione. Naturalmente, ogni mutamento apportato dall’uomo nel paesaggio non può prescindere dal rispetto dell’identità del luogo e della percezione che di questo ne hanno gli abitanti.[1]  

È questo un paesaggio in cui convivono, incrociandosi e reindirizzandosi spontaneamente, segni e relazioni provenienti dalla natura e dall’uomo. Siamo nel campo dell’etnobotanica, disciplina scientifica che, avvalendosi del supporto dell’antropologia culturale, della botanica e della linguistica, analizza il modo in cui le diverse culture classificano, utilizzano e percepiscono il mondo vegetale, soffermandosi in particolare sui significati simbolici e metaforici, ma anche alimentari e terapeutici, che la cultura locale attribuisce al mondo vegetale.

In questo senso, l’etnobotanica si pone a difesa della biodiversità, intesa come varietà di forme di vita sulla Terra e dei rispettivi ecosistemi.  

Fin qua la scienza, che definisce l’ecosistema come l’insieme degli organismi viventi e della materia non vivente che interagiscono in un determinato ambiente in perfetto equilibrio.

Il linguaggio musicale renderebbe tale definizione con il concetto di ‘sinfonia’.

Anche quello poetico lo fa, utilizzando lo stesso concetto e avvalendosi, nel nostro caso, del dialetto di Manduria per esprimere la ‘zzunfunìa’, tutto un intero mondo presente in un albero di ulivo.

Il nostro contributo alla Giornata Nazionale del Paesaggio passa attraverso il componimento L’àrvulu t’aulìa di Florenzo Dinoi.[2]

L’àrvulu t’aulìa

Cce vita, cce miŝteru / ntra ŝt’àrvulu t’aulìa! / Eti na zzunfunìa / tuttu nu munnu antieru!

Jertu, sulenni, pari / fiju ti la fattura / sotta na mbriacatura / t’aria, ti soli e mmari.

Mancu la nei lu ddiaca! / Ti qua na rignatela / trèmula ndela ndela / ppesa tra nnaca e nnaca.

Pi ffa’ na cosa noa / cchjù sobbra ntra li foji / na mamma si ŝta ccoji / paja pi nn’otra coa.

Sobbr’a lla ŝtessa chjanta / ti l’arbi fin’a ssera / na cicala ca spera, / ŝkridda friscennu e canta.

O ŝta pija a ntirzetta* / na lucerta ca bbabba, / ŝtriŝciannu tabba tabba* / sobbra na cima ŝtretta?

Fin’alli foji mossi / sobbra lu pitingoni / nc’eti na prucissioni / ti frummìculi rossi.

Lu bisuegnu li faci / sciri sempri fucennu, / nchjanannu e puei ŝcinnennu / senza riposu e ppaci.

Quann’eti menzatìa / rròscia ntra l’ombra ŝtanca / na morra nera e bianca / comu na fantasia.

L’albero di ulivo[3]

Che vita, che mistero / in quest’albero di ulivo! / È una sinfonia / tutto un mondo intero!

Alto, solenne, sembra / frutto di magia / sotto un’ubriacatura /di aria, di sole e mare.

Neanche la neve lo abbatte! / di qua una ragnatela / trema piano piano / appesa tra ramo e ramo.

Per fare qualcosa di nuovo / più su nella chioma / una mamma sta raccogliendo / paglia per un’altra cova.

Sulla stessa pianta / dall’alba fino a sera / una cicala che spera, / squilla frinendo e canta.

O sta prendendo in giro / una lucertola che si incanta, / strisciando piano piano / su una piccola cima?

Fino alle foglie mosse / sul tronco / c’è una processione / di formiche rosse.

La necessità li fa / andare sempre di corsa, / salendo e poi scendendo / senza riposo e pace.

Quando arriva mezzogiorno / si raggruppa nell’ombra stanca / un gregge nero e bianco / come una fantasia  

E sono poesia le immagini proiettate da quanto scrive Domenico Nardone (op. cit. p. 136): «Chi non ha ammirato le chiome degli olivi spandersi sull’area sottostante “innevata” dai candidi fiori della rucola bianca o indorata dall’arancio della calendula o dal giallo citrino dell’acetosella?»

 

BIBLIOGRAFIA

BRUNETTI Pietro (a cura di), Li maistri maistri, Antologia di poesie e prose in dialetto mandurino, Barbieri Selvaggi editori, Manduria, 2017;

ID., Vocabolario essenziale, pratico e illustrato del dialetto manduriano, GraphiKa PB&C, Manduria 1989;

NARDONE Domenico, Il paesaggio Naturale, Agrario e Umano della Penisola Salentina (Prima parte), in «QuaderniArcheo», Periodico di cultura a cura dell’ArcheoClub di Manduria – N. 13, agosto 2024;

PROVVEDUTO Antonio e Paolo, Lessico Enciclopedico del dialetto e delle tradizioni di Manduria, Tomo I, II e III, Provveduto Editore, Manduria 2014;

SBAVAGLIA Salvatore, Saggio d’un vocabolario etimologico manduriano, Luparelli srls, Manduria 2024;

TURRI Eugenio, Antropologia del paesaggio, Edizioni di Comunità, Milano 1983.

 

[1] Se potesse rivendicare i colori perduti, il paesaggio rurale salentino chiederebbe a gran voce di non scomparire all’ombra di ulivi devastati o di impianti devastanti che su di esso incombono, trasformandolo di fatto in un paesaggio di tipo industriale.

[2] Nato a Manduria il 19 marzo 1914, Florenzo Dinoi fu insegnante elementare e sindaco della città dal 1946 al 1951. Appassionato cultore di tradizioni popolari, vinse numerosi concorsi di poesia e tenne diverse conferenze in città, fra cui una, pubblicata dal Circolo cittadino, contenente un interessante spaccato di storia contadina. Morì in Manduria il 27 giugno 1981. Cfr. P. Brunetti, Li maiŝtri maiŝtri, Antologia di poesie e prose in dialetto mandurino, Barbieri Selvaggi editori, Manduria, 2017, pp. 75-77.

[3] I termini contrassegnati dal simbolo ‘*’ nella trascrizione della poesia non sono registrati nei dizionari consultati. Nella traduzione essi sono stati resi da fonti orali (Mariella R. e Anna D.) che ringraziamo.