giovedì 19 marzo 2026


19/03/2026 15:57:51 - Provincia di Taranto - Attualità

«Ai numeri impressionanti di morti e malattie, compresa quella del territorio, si è affiancato un massacro del tessuto sociale, con intere generazioni fuggite dalla città»

Riceviamo, e pubblichiamo, un comunicato congiunto di Associazione Genitori Taranti, Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, LMO – Sindacato di Base, Terra Jonica. Ecco il testo.

«Con oltre 60 anni di storia, lo stabilimento di Taranto ha rappresentato, in passato, il fulcro della siderurgia italiana e uno degli insediamenti industriali fondanti del miracolo economico del dopoguerra.
Noi tarantine e tarantini conosciamo anche l’altra parte della storia: dopo il cambiamento procurato all’interno delle classi lavoratrici, che ha visto centinaia di agricoltori e mitilicoltori optare per il “posto fisso” in modo netto o parziale, fino ad essere definiti metalmezzadri, è diventata visibile un’erosione progressiva della classe operaia. Innumerevoli morti bianche, spesso non rese pubbliche, fino al gravissimo incidente del 2003, in cui persero la vita due giovanissimi operai in contratto di formazione e lavoro.
Incidente che, insieme a un altro infortunio mortale dell’anno precedente, è costato una condanna definitiva a un anno e mezzo all’attuale commissario straordinario Giancarlo Quaranta.
Nel corso dei decenni, noi abbiamo assistito ai due grandi fallimenti della politica industriale all’italiana.
Ai numeri impressionanti di morti e malattie, compresa quella del territorio, si è affiancato un massacro del tessuto sociale, con intere generazioni fuggite dalla città.
Vittime di un monopolio del lavoro che ha soffocato ogni alternativa possibile, dal comparto marino a quello delle piccole imprese, dalla cultura priva persino di una università autonoma al turismo di qualità e fino, perché no, a un'industria sostenibile.
Questo ci dicono i dati della disoccupazione. Una storia di occasioni perse.
Lo dicono le inchieste giudiziarie del processo Ambiente svenduto, ampiamente documentate, che hanno appurato come ogni progetto dovesse passare anche da personaggi chiave come Archinà, con tangenti e controlli pilotati.
Il futuro che ci aspetta già da oggi, è quello della sopportazione di un danno sanitario incalcolabile che può solo allungarsi per ogni giorno in cui viene prorogata la chiusura di quello stabilimento.
Si dice quanto la siderurgia sia fondamentale per garantire l’autonomia strategica europea e per sostenere lo sviluppo delle filiere produttive nazionali, per guadagnare un angolino nel frammentato spazio internazionale.
Analizzare le necessità del mercato dell’acciaio non si può tradurre nella presenza dell’Ilva.
Proprio per le carenze strutturali degli impianti, per investimenti che non ci sono a migliorare la qualità dell’acciaio: da qui le emorragie sfrenate di capitali statali spesi per la liquidità in una gestione che non ha mai provveduto al risanamento necessario; da qui un’Aia che parla chiaramente di ulteriori 10 anni di produzione a carbone (perché senza carbone, in questi impianti, non si può fare), e infine ma non ultimo, perché il volere  della cittadinanza esasperata va in un’altra direzione, del tutto opposta.
Siamo in grado di confutare i dati dell’indagine di Federmeccanica che tiene conto di percentuali di mercato ma non tiene conto di percentuali di capitale umano gestito come investimenti a fondo perduto.
Bisogna considerare i dati reali sulla produzione di acciaio in Italia, in relazione al suo fabbisogno già ampiamente soddisfatto.
I miliardi persi finora in finte messe a norma.
E in termini di capitale umano, se di umano vogliamo conservare qualcosa, vanno aggiunti i dati delle malattie e delle morti, soprattutto in età pediatrica, i dati degli infortuni mortali o gravissimi e delle malattie professionali, gli accumuli dei metalli pesanti nei nostri corpi, nella filiera alimentare, i dati dei posti di lavoro persi, se proprio si vuole fare un bilancio onesto dei costi e dei benefici di quella fabbrica.
Senza contare che, nel caso non se ne fossero accorti, l’Ilva è chiusa dal 2012.
Basta guardare agli impianti inattivi e all’organico, insieme al massiccio e insopportabile ricorso alla cassa integrazione.
Nonostante la verità sia visibile come una mostruosa ferita aperta, ancora oggi ci vengono a propinare che la chiusura sarebbe un danno per l'Italia, per la manifattura e, aggiungiamo noi, per tutta la loro avidità e ottusità.
Sorge il ragionevole dubbio che l’attuale drammatico scenario bellico abbia un peso, in questa nuova spinta verso una produzione a 11 milioni di tonnellate annue, ma è una motivazione ancora più inaccettabile della nostra guerra domestica.
Quanto a non poter fare a meno dello “stabilimento più green d'Europa” va ricordato che se fino ad oggi niente è stato fatto per la decarbonizzazione un motivo ci deve pur essere.
Non lo diciamo noi ma i fatti: il progetto è insostenibile, dal punto di vista economico e tecnico. La Wurth in primis, che si era accaparrata il bando per la posa in opera dei forni elettrici, è stata fatta fuori dal ricorso dei competitori.
Lo dicono gli studi che non si riuscirebbe a produrre 11 milioni di tonnellate senza il ciclo integrale.
E sappiamo che il ciclo integrale uccide. Un circolo vizioso che da 13 anni ci strangola nelle menzogne di manutenzioni e modernizzazioni mai realizzate.
Ci chiediamo se questi geni di Confindustria abbiano visitato gli ambienti in cui sono morti i due ultimi lavoratori, fra gli 11 dal 2012.
Questi signori che parlano del nostro futuro non ricordano che, dopo pochi mesi dalla riaccensione dell’altoforno 1, l’anno scorso, l’impianto è andato a fuoco, dopo denunce inascoltate degli stessi operai.
Neanche viene detto che i sindacati, quelli che spingono per la statalizzazione della fabbrica, si attestano le denunce solo dopo gli incidenti ma non utilizzano lo strumento a loro disposizione per mettere un punto a questa strage.
Ci chiediamo perché questa classe dirigente di Confindustria Taranto, dopo 13 anni di osservazione di un campo di battaglia insanguinato, non riesca a guardare oltre, non riesca a rinnovarsi, a diversificare e cogliere le alternative industriali sostenibili da questa terra già spremuta fino all’osso.
Che si tratti di indifferenza, incompetenza o interessata complicità nel completare l’opera di distruzione della comunità jonica è il vero dato da analizzare».