164 anni fa nacque a Manduria un cittadino illustre, poeta, narratore, studioso di storia patria, di tradizioni popolari, un «alpinista del pensiero» come egli non volle definirsi

Il 14 aprile del 1862 nasce a Manduria un cittadino illustre, poeta, narratore, studioso di storia patria, di tradizioni popolari, un «alpinista del pensiero» come egli non volle definirsi: Giuseppe Gigli.[1]
Autodidatta, studioso multiforme ed eclettico, laddove per eclettismo deve intendersi «non una formula per epidermiche divagazioni letterarie, ma profonda esigenza dello spirito e della robusta fantasia»,[2] il Gigli dà voce alle differenti istanze culturali salentine a cavallo fra Otto e Novecento, facendosi portavoce dei molteplici interessi storico-letterari che circolavano all’epoca in Terra d’Otranto.
Autore di innumerevoli pubblicazioni, citiamo le raccolte poetiche “Confidenze” (1884); “Fiammelle” (1885); “Satana innamorato” (1889); “Rime” (1892); “Visioni e paesi” (1911-12); il carme “Antiquus Fons” (1886); l’unico romanzo “Le sorelle” (1897); il volume “Scrittori Manduriani” (1888), in cui sono illustrate le biografie di Ferdinando Donno, Antonio Bruni, Tommaso Maria Ferrari, Giovanni Leonardo Marugj, Serafino Gatti, Marco Gatti, Giacomo Lacaita, Federico Schiavoni, Francesco Prudenzano; “Superstizioni, pregiudizi, credenze e fiabe popolari in Terra d’Otranto (1893), una raccolta di consuetudini, credenze, canti popolari e fiabe popolari (soprattutto manduriane).
Il Gigli si dedicò altresì alla critica letteraria, in particolare di alcuni classici della letteratura italiana (Boccaccio, Machiavelli e Foscolo), ma il suo nome è legato anche a conferenze, articoli giornalistici e tanto altro.
Di lui ricordiamo infine due poemetti satirici: “Il convito di Ficolle” (1884), dedicato ad alcuni protagonisti della società civile e politica manduriana del tempo, edito in tempi a noi vicini in appendice al volume “Il cholera a Manduria” di C. Schiavoni;[3] “Il Convito del Noce”, manoscritto a tutt’oggi inedito, una copia del quale è conservato nella biblioteca “M. Gatti”, in quanto appartenuta a Menotti Schiavoni, poi trascritta e annotata da Michele Greco, datato verosimilmente non prima del 1901.[4]
Morì improvvisamente a Livorno (dove insegnava) il 7 novembre 1921; per volontà della moglie, la sepoltura ebbe luogo a Manduria. il 5 ottobre 1924 venne scoperta una lapide con medaglione in bronzo murata sulla facciata della casa natale, commissionata dall’amministrazione comunale di Manduria allo scultore leccese Luigi Guacci. L’epigrafe, perfettamente leggibile nell’immagine a corredo, fu dettata dall’illustre prof. manduriano Giovanni Stano.
Il componimento che segue è tratto da Visioni e paesi , Libro I, [6][5]
Gli ulivi
Dolce è il ricordo. Ecco il natio villaggio, / ecco i miei vecchi verdeggianti ulivi: / quali dalla lor chioma inni giulivi / scioglieansi intorno ne’ bei dì di maggio. / Quasi in forza di un mitico retaggio / io li creda giganti redivivi; / mentre il piano e più lungi i dolci clivi / facean, muti mirando, antico omaggio. / Oh visioni del passato; oh prime / geste su pe’ lor tronchi; oh lieti chiassi / sotto la lor occhiuta ombra sicura! / Torna così, caro desio di rime, / a soffermarsi su’ fugaci passi / il bel tempo felice. Ed è ventura. [6]
[…]
E con gli ulivi, popolo festante, / quante imagini liete a mille a mille / m’empiono il cuore, m’empion le pupille, / m’empion l’anima tutta in un istante. / Veggo bimbi ricciuti a me davante, / con gli occhi accesi come due scintille; / veggo fronti di vecchi alte tranquille; / odo una voce debole e tremante, / Questa è la voce tua, nonna materna,[7] / che sempre ascolto quasi viva fossi ,/ voce ripiena di dolcezza eterna: / invocato conforto al pellegrino, / giunto stanco ove i rovi in van rimossi / vorrebbe e i pruni lungo il suo cammino.
[…]
O vecchi ulivi, or che da voi lontano / vivo, nomade eterno, in altra terra, / in un sogno che spesso a sé mi serra, / come un dì vi rivedo. E dico: «In vano / andai per questo sentier nostro umano / combattendo una grande, improba guerra; / fui vinto, o ulivi, dal destin che atterra, / dicono, i fiacchi, e non chi è forte e sano. / Fui vinto, o ulivi. / Ed ora a voi pensando / sento che ‘l dubitoso animo mio / vi sospira da lungi a quando a quando . / E triste implora: Oh la vostra ombra cali / sovra un sepolcro ove non van desio / sospinge un cuore in tante ansie mortali!».
Accompagnano lo scritto: un busto di Giuseppe Gigli, collocato, prima dei lavori di rifacimento, nella biblioteca comunale “M. Gatti”; il palazzo natio le cui pareti «videro schiudersi alla luce le sue gaie pupille», come è riportato sulla lapide posta a sinistra dell’edificio; la lapide con medaglione in bronzo ed epigrafe del prof. Giovanni Stano, voluta dall’amministrazione comunale di Manduria ed eseguita dallo scultore leccese Luigi Guacci.
BIBLIOGRAFIA
AA.VV., “Giuseppe Gigli e la cultura salentina tra Otto e Novecento”, Atti del Convegno nazionale, Manduria, 3-4 marzo 1999, Filo editore, Manduria 2001;
GIGLI Giuseppe, “Superstizioni pregiudizi e tradizioni in Terra d’Otranto, ried. Dell’opera del 1893, prefazione di Anna Merendino, Filo editore, Manduria 1998;
GIGLI Giuseppe, “Scrittori manduriani. Studi e ricerche”, ristampa della 2^ ed. del 1896, a cura di TOMMASINO Walter, Filo editore, Manduria 2002;
SCHIAVONI Carmelo, “Il cholera a Manduria. cronaca e maldicenza”. Rist. dell’opera apparsa anonima nel 1886, a cura di Fulvio Filo Schiavoni, Filo editore, Manduria 1997
VALLI Donato (a cura di), “Giuseppe Gigli e documenti vari di cultura”, Edizioni Milella, Lecce 1982;
[1] Durante la conferenza tenuta nel 1890 nell’Associazione Giusti di Lecce, a proposito dello ‘Stato delle lettere in Terra d’Otranto’, il Gigli paragonò l’uomo di lettere all’alpinista: «egli è però l’alpinista del pensiero. (…) l’alpinista ripensa e racconta le durate fatiche, i piccoli corsi, le grandezze intraviste, i misteri della vergine natura a lui solo rivelatisi, là, in regioni quasi aeree (…). Lo studioso, dopo di aver vegliato amorosamente su cento volumi, stanco, riconcentrato su se stesso, ripensa egualmente alle opere, che ha esaminate, e nell’anima esulta, meditando il corso glorioso dell’umano ingegno, e traendone largo compenso di intellettuale piacere». Lo scrittore afferma che «per la modestia» dei suoi studi, egli non può definirsi uomo di lettere, ma un «devoto figliolo» innamorato della propria Terra. Riportato in D. Valli (a cura di), “Giuseppe Gigli e documenti vari di cultura”, Edizioni Milella, Lecce 1982, p. 299.
[2] D. Valli, “La cultura nel Salento tra Otto e Novecento: linee d’interpretazione”, in AA.VV., “Giuseppe Gigli e la cultura salentina tra Otto e Novecento”, Atti del Convegno nazionale, Manduria, 3-4 marzo 1999, Filo editore, Manduria 2001, p. 22.
[3] C. Schiavoni, Il cholera a Manduria. cronaca e maldicenza. Rist. dell’opera apparsa anonima nel 1886, a cura di Fulvio Filo Schiavoni, Filo editore, Manduria 1997, pp. 205.238.
[4] Cfr. L. Marseglia, “Il sorriso di Giano. Allegoria e umorismo nella poesia di Giuseppe Gigli”, in AA.VV., “Giuseppe Gigli e la cultura salentina tra Otto e Novecento”, Atti del Convegno nazionale, Manduria, 3-4 marzo 1999, Filo editore, Manduria 2001, pp. 39-41.
[5] Riportato in D. Valli (a cura di), “Giuseppe Gigli e documenti vari di cultura”, cit., pp. 187-189.
[6] Si riprende la nota n.3 riportata nel testo a p. 380: «il poeta non può sottrarsi all’urgenza dei ricordi e alla conseguente necessità di trasportarla in versi».
[7] Si riprende la nota n. 4 riportata nel testo a p. 38: «Serafina Petrucci andata sposa nel 1828 a Giuseppe Pasanisi».



