Hanno relazionato Ettore Tarentini, Emanuele Franco, Giuseppe Pio Capogrosso e Giovanni Sammarco
Ecco il resoconto dell’attività di formazione e informazione che l’associazione “Plinio il Vecchio” ha tenuto nella settimana appena trascorsa.
Martedì 21 aprile: ing. V. E. Tarentini “Il diritto di esistere dell’Homo sapiens al tempo dell’IA”

In questo incontro il relatore ha approfondito il concetto di responsabilità, sia individuale che collettiva.
Per un ulteriore chiarimento sul contesto è stato commentato e descritto il ruolo di Alex Karp, il Signore della Sorveglianza, CEO di Palantir; la pervasività della tecnocrazia offre sempre nuovi spunti sul ricorso ineluttabile a soprassalti di responsabilità umana.
Declinata in maniera individuale, questa responsabilità rappresenta, nel contesto descritto, il primo argine; comporta la consapevolezza di rifiutare la delega cieca, di mantenere la propria capacità di giudizio e, soprattutto, di preservare la complessità dell’esperienza umana.
E se si considera, come ricorda Hannah Arendt, che “il male non è radicale, è banale e nasce dall’incapacità di pensare”, ecco che la capacità di pensiero, e di responsabilità, individuale ci allontana dal “male”; ed ancora, con la ricerca della “risonanza” relazionale di Hartmut Rosa, ci guida al logico, necessario e scontato passaggio alla responsabilità condivisa, collettiva.
Il relatore indica alcuni esempi storici del processo virtuoso descritto innanzi: la Polis ateniese, la resistenza europea, il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, la caduta dei regimi dell’Est europeo.
Jürgen Habermas ci avverte da decenni che “La democrazia vive solo se i cittadini partecipano allo spazio pubblico.”
L’assunzione di responsabilità acquista allora un significato propriamente politico perché rifiuta che il governo del mondo sia consegnato integralmente a logiche tecniche o specialistiche e riafferma che le decisioni sui fini, sui limiti e sui valori non possono essere neutralizzate in nome della sola competenza o della sola funzionalità; e diventaunapratica di ripoliticizzazione del comune, capace di preservare, nel senso benasayaghiano, lo spazio dell’esistere contro la sua riduzione a semplice funzionamento.
Il relatore sottolinea come comincino a serpeggiare i primi accenni di insofferenza ad un “funzionare” tossico; si parla di digital detox. Il digital detox è una pratica (temporanea o strutturale) in cui si riduce o sospende l’uso di dispositivi digitali e piattaforme online per recuperare attenzione, benessere mentale e qualità della vita; è come una “dieta” digitale in cui non elimini tutto per sempre ma interrompi o regoli l’eccesso.
Autorità indiscussa in questo campo, Cal Newport ed il suo minimalismo digitale: “Il minimalismo digitale è molto più di una serie di regole: è una filosofia…… una filosofia che ti aiuta a chiederti quali strumenti digitali aggiungono davvero valore alla tua vita.”
Il relatore accenna anche al decluttering digitale e conclude citando Aldo Grasso sul Corriere della Sera, “Il digital detox non è una moda: è profilassi contro la valanga di idiozie che intasa l’etere e ottunde il cervello”.
Mercoledì 22 aprile: prof. E. Franco “Dalla parola all’immagine”

L’ultimo appuntamento è stato il momento della sintesi e della restituzione. Il cuore del progetto risiedeva in una sfida ambiziosa: tradurre le sensazioni suscitate dalle parole in immagini fotografiche realizzate con lo smartphone. Sebbene il passaggio dall'astrazione letteraria alla pratica visiva abbia rappresentato una pratica impegnativa e ardua, l'incontro finale ha trasformato questa difficoltà in un’occasione di riflessione collettiva sul processo ancor più che sul prodotto.
Attraverso l’analisi delle opere prodotte da alcuni soci (che peraltro hanno colto molto bene il senso del “compito”, realizzando significative immagini) e il racconto di chi ha preferito "visualizzare a parole" la propria immagine interiore, è emerso come la profondità di un testo non si esaurisca nella comprensione logica, ma diventi un modo nuovo di osservare il reale. La fotografia, in questo contesto, è stata vissuta non come esercizio tecnico, ma come estensione dello sguardo critico e poetico, come pretesto per imparare a osservare il mondo con la stessa lente con cui si legge una poesia.
La validità del percorso – è stato ribadito in chiusura – non risiede nel numero di scatti realizzati, ma nella capacità acquisita di sostare sul testo e andare oltre la superficie. Il progetto lascia ai partecipanti una nuova consapevolezza: quella "risonanza visiva" che trasforma ogni lettore in un interprete attivo della bellezza quotidiana.
Giovedì 23 aprile: avv. G. P. Capogrosso “Dalle valli del Trentino a Manduria: storie di accoglienza durante la Grande Guerra”

In questo nuovo appuntamento culturale, l’avv. Giuseppe Pio Capogrosso ci ha riportato nel cuore di una pagina storica straordinaria, riprendendo un percorso avviato nel settembre 2019 con l’inaugurazione della mostra fotografica dedicata ai profughi trentini. È una storia che inizia 110 anni fa, quando il destino delle vette alpine si incrociò indissolubilmente con quello della nostra terra.
Nel maggio del 1916, nel pieno della Grande Guerra, l'esercito italiano intimò agli abitanti del Primiero di abbandonare la valle per sfuggire alla Strafexpedition (la "spedizione punitiva") del generale austro-ungarico Conrad von Hötzendorf. Molti rimasero, ma un nutrito gruppo di "fieracoli" e "canalini" (abitanti di Fiera di Primiero e Canal San Bovo) fu costretto a partire con pochi bagagli e molta incertezza.
Queste popolazioni vivevano il dramma dei centri di confine: territori che, trovandosi spesso nella "terra di nessuno" tra le linee nemiche, subirono prima la deportazione austriaca verso il campo di Mitterndorf e, successivamente, il trasferimento forzato verso il sud Italia a opera delle autorità italiane.
L’indagine storica ha portato alla luce dati precisi sull’ospitalità manduriana: 400 profughi trentini, in gran parte anziani, donne e bambini giunti dalle valli di Primiero e del Vanoi nell'estate del 1916.
I Conventi dei Cappuccini e delle Servite: molti di loro trovarono rifugio nei locali dell’ex convento in via Padre Ludovico Omodei, dove rimasero per circa tre mesi, struttura che per singolare coincidenza oggi ospita proprio le memorie storiche dei profughi.
L’ondata post-Caporetto: Dopo il 1917, Manduria accolse altri 290 veneti (trevigiani e veneziani), 406 friulani e giuliani (soprattutto triestini) e diversi esuli istriani da Pirano, Rovigno e Fiume.
Nonostante l'iniziale diffidenza e la paura del conflitto, tra la popolazione locale e i "montanari" nacquero amicizie sincere e legami che superarono le barriere geografiche e linguistiche.
Venerdì 24 aprile : prof. G. Sammarco “Natura e dignità dell’uomo in poesia”

L’argomento dell’incontro odierno si aggancia a quanto detto in precedenza e soprattutto all’ immagine allegorica della nave-stato-tempesta registrata nel Canto sesto del Purgatorio di Dante durante l’incontro con Sordello da Goito. Costui al solo nome di Mantova abbraccia i due poeti e dimostra tutto il suo affetto per la patria. Ciò offre a Da te la possibilità di pronunciare una violenta invettiva contro gli odi personali e le fazioni cittadine che di fatto impediscono la pace e la serenità in tutti i paesi di Italia. L' immagine della nave senza nocchiero Dante l’aveva fatta propria già nella sua Epistola sesta dove evidenzia che il mondo va alla deriva perché l’imperatore trascura i suoi doveri e il papato non riesce a governare la "navicella di Pietro" permettendo che lo stato-nave sia in balia dei soprusi dei privati e priva di ogni pubblico potere e trascinato dalla veemenza dei venti e dei flutti. Tale immagine era viva anche nel mondo greco con il filosofo Platone che bella Repubblica, 6,4 offre la stessa immagine delineando nella immagine del capitano il popolo, nei marinai violenti i demagoghi e nel nocchiero il filosofo. E siamo nel quinto secolo a,C..Anche nello storico Polibio ritorna la stessa immagine nel descrivere in 6,44 le vicende di Atene in cui il popolo si comporta come ciurma senza nocchiero. Ma bisogna anche dire che tutte queste immagini risalgono anche alla pietà del greco Alceo e ripresa nel mondo latino dal poeta Orazio nell' ode 1,14. Alceo l’aveva descritta nel fr. 208, in cui descrive una nave in mezzo alla tempesta, assediata dalle onde, con l’acqua che la ricopre e con il vento non più domabile
Orazio ricorda Alceo anche nel metro. Invita la nave che si sta allontanando dal suo portone per intraprendere una nuova guerra a rientrare in porto perché la tempesta sta per distruggerla ed anche gli dei ormai sono contrari. Pur essendo essa nave costruita da legno pontico pregiato e resistente. sarà vinta e distrutta. Tutto ciò per il poeta è motivo prima di noia e di inquietudine, e dopo di angoscia. Da ciò l’invito a rimanere lontano dalle isole Cicladi luccicanti dei colori blu e bianco che risplendono e riflettono tutto il paesaggio greco irradiato dai raggi del sole. Nell' ode 1, 37 lo stesso Orazio sembra aver superato queste paure, Antonio e Cleopatra sono stati sconfitti e finalmente si può brindare.
Prossima settimana: 28 – 30 aprile
Martedì 20: dr. Clemente Magliola “Visita alla spiaggia di Palude del Conte a Torre Colimena”
Mercoledì 29: dr. S. Fella “Gli animali, esseri senzienti ed il loro diritto di esistere”
Giovedì 30: G. Dimaggio “Tre autori ed un mondo – Parte II”

