Una raffigurazione pittorica di figure sacre, soprattutto madonne, realizzata con gessetti, pigmenti naturali o altro materiale povero, su un superficie esterna pubblica (sagrato di una chiesa, strada, marciapiede), realizzata in occasione di feste patronali, rievocazioni storiche e fiere
Espressione artistica spontanea che affonda la propria esistenza in un’antica tradizione religiosa popolare a sfondo devozionale, l’arte madonnara presenta peculiarità proprie che la contraddistinguono e la differenziano rispetto all’arte pittorica tradizionale, prima fra tutte la transitorietà, essendo l’opera realizzata per durare poco tempo, deteriorarsi o scomparire.
Una raffigurazione pittorica di figure sacre, soprattutto madonne, realizzata con gessetti, pigmenti naturali o altro materiale povero, su un superficie esterna pubblica (sagrato di una chiesa, strada, marciapiede), realizzata in occasione di feste patronali, rievocazioni storiche e fiere, impossibile da conservare e che ha la durata degli eventi che accompagna è altra cosa dell’arte pittorica conservata nelle pinacoteche.
Anche coloro che realizzano tale arte, i madonnari, sfuggono a definizioni convenzionali: la loro tela è l’asfalto e la loro bottega è la strada. Sono artisti di strada o, piuttosto, pittori dell’effimero, di ciò che è reso visibile per un tempo determinato e poi mai più? Possibile concepire soluzioni che invertano l’ordine delle cose?
Non ci sono notizie certe riguardo l’origine di questo tipo di arte, proprio per la sua natura umile ed effimera. Certamente, l’arte madonnara con le attuali caratteristiche risale ai primi del Novecento, in concomitanza con la diffusione delle strade asfaltate.
Secondo alcune fonti, i primi madonnari nascono nel tardo medioevo come eredi dei pittori di icone bizantine.[1] Essi si spostavano di villaggio in villaggio, portando all’attenzione dei passanti riproduzioni spettacolari di opere sacre famose, destinate queste ultime al ristretto pubblico delle corti e, nei secoli successivi, ad abbellire i palazzi nobiliari.
La disponibilità ‘diffusa’ dell’opera eseguita dal madonnaro introduce il concetto di democratizzazione dell’arte, prima confinata in ambienti preclusi alle classi popolari.
Inoltre, mentre in passato gli artisti accostavano alla finalità artistica e devozionale delle loro performances quella del sostentamento, grazie alle offerte in denaro che il pubblico che apprezzava le loro opere elargiva, oggi, pur mantenendo l’originaria impostazione tradizionale, il popolo dei madonnari, il più delle volte, non vive dei proventi della propria arte.
Si pone, infine, una potente riflessione che dal concetto della brevità temporale dell’arte madonnara conduce a quello della caducità della vita umana, rendendo entrambe le esperienze particolarmente preziose e irripetibili.
Dell’arte madonnara si è parlato nei giorni scorsi a Oria, in occasione del Secondo Raduno di primavera dei Madonnari, che ha visto la partecipazione di artisti della Scuola Napoletana dei Madonnari[2] e un Incontro di Studio dal titolo «Arte madonnara, quali prospettive?», durante il quale il prof. Paolo Agostino Vetrugno, storico dell’arte, ha relazionato sull’argomento.[3]
Nel suo intervento, dal titolo «Dalla strada al Museo», il prof. Vetrugno ha dapprima illustrato le funzioni e le finalità di un museo tradizionale: conservare, esporre ed educare. Esse sono intimamente connesse, si conserva per esporre, si espone per educare, si educa per conservare.
Considerando il museo «un processo della democratizzazione della società», esso perde la sua ragion d’essere nel momento in cui si conserva soltanto, senza esporre ed educare. La dimensione museale tradizionale, fissata nel tempo e circoscritta nello spazio, è l’esatto opposto della visione aperta ed effimera dell’arte madonnara, la quale — sottolinea il prof. Vetrugno— «non è separabile dal conteso in cui nasce, non è vendibile, non interessa il mercato dell’arte, non è esponibile in modo permanente, punta più all’esperienza del presente che a durare nel tempo ed è un’opera accessibile a tutti in un processo di democratizzazione, nel quale l’esperienza è partecipata».
Tuttavia, il mondo dell’arte madonnara ha acquisito una nuova prospettiva da quando è divenuto realtà il Museo dei Madonnari di Grazie, presso Curtatone (Mantova), ottenendo nel 2025 il riconoscimento di Raccolta Museale.[4]
La conservazione delle opere realizzate con gessetti su asfalto è qui resa possibile attraverso tecniche di riproduzione su pannelli, tele o scatti fotografici, mentre il percorso espositivo proposto segue l’evoluzione storico-artistica di questa singolare arte: dagli antichi e semplici stili dei madonnari del passato alle sperimentazioni tridimensionali contemporanee.
Oltre a ciò, la musealizzazione comprende anche un percorso formativo: una ‘scuola di madonnari’ per trasmettere la tecnica insegnandola a giovanissimi allievi.
È il «valore aggiunto» di cui parla il prof. Vetrugno soffermandosi sull’esperienza museale di Curtatone.
Ecco allora delinearsi una nuova prospettiva nel futuro di questa singolare arte: il «superamento della musealizzazione, creando accanto al contesto museale un laboratorio formativo permanente. Il museo, non più solo luogo dove si conserva, ma dove si crea e si sperimenta. In questo modo, i visitatori da spettatori diventano partecipanti».
Non è un caso che fra gli obiettivi del Raduno, oltre a diffondere la conoscenza di questa antica umile e pur nobile arte, soprattutto fra i giovani, vi è la volontà di veicolarla come “disciplina didattica”, oltre al suo inserimento nel Patrimonio storico immateriale dell’Umanità.
Le foto che corredano l’articolo raffigurano le immagini sacre realizzate a Oria in occasione del raduno di cui si è scritto.
[1]Lo storico dell’arte Giulio Carlo Argan riporta la storia di pellegrini che nel loro percorso sulla via Francigena per raggiungere Gerusalemme, donavano i loro manufatti artistici in cambio di prodotti alimentari.
[2] La Scuola Napoletana dei Madonnari, costituitasi formalmente nel 2008, custodisce e tramanda le tecniche dell’arte madonnara agli artisti che, per scelta di vita o per passione, vogliono diventare Madonnari (Fonte: www.madonnari.org).
[3] L’iniziativa è stata promossa dall’Assessorato alla Cultura, dall’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, dall’Associazione Arte-Menti Creative, dalla Parrocchia di San Francesco di Paola, nella persona del parroco don Francesco Sternativo, dal Comitato Restauro e Festeggiamenti di San Francesco di Paola. Il Raduno si è svolto in concomitanza con i festeggiamenti in onore del Santo.
[4] A Grazie di Curtatone si tiene ogni anno l’Incontro Internazionale dei Madonnari. Tutto è cominciato nel 1973, quando uno studioso di tradizioni locali crede opportuno valorizzare l’arte di quei Madonnari che, da sempre, singolarmente e spontaneamente, confluivano presso il Santuario quattrocentesco della B. V. delle Grazie in occasione di una fiera che si teneva per la Madonna Assunta. In occasione del raduno del 15 agosto 1973, una giuria composta critici d’arte e giornalisti, tra i quali Enzo Tortora, cambiò loro la qualifica da “Pittori dei Marciapiedi” a “Madonnari”. Negli anni successivi, un ulteriore riconoscimento fu loro dato anche dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini (Fonte: Portale di Mariologia).

