Astrofisico e ingegnere informatico con una brillante carriera, Pepe si è trasformato in un imprenditore nel settore delle startup statunitensi

Vi proponiamo un’intervista pubblicata dalla testata La Voce di New York e firmata da Liliana Rosano all’astrofisico e ingegnere informatico manduriano Alberto Pepe. Ecco il testo.
Più che un caso di fuga di cervelli, Pepe è un genio "on the road", con un curriculum impressionante e prestigiose collaborazioni: la laurea in Astrofisica e Scienze dell'Informazione presso l'University College di Londra; il dottorato di ricerca presso l'UCLA (University of California Los Angeles) e, infine, un post-dottorato ad Harvard. A livello professionale, ha collaborato con il CERN di Ginevra, la Cineca di Bologna e la NASA. Ha inoltre ricevuto una borsa di ricerca Marie Curie.
Alberto Pepe ha sempre nutrito una grande passione per la scienza e la ricerca. Fin da bambino, era animato da curiosità, sete di scoperta e un vero amore per le invenzioni. Astrofisico e ingegnere informatico con una brillante carriera, Pepe si è trasformato in un imprenditore nel settore delle startup statunitensi. Un anno fa, Alberto ha deciso di dare una svolta coraggiosa e ambiziosa alla sua vita: ha lasciato Harvard e ha lanciato Authorea, una startup focalizzata sulle pubblicazioni scientifiche. Authorea ha già ottenuto finanziamenti per un valore di 650.000 dollari e prevede di raccoglierne altri a breve.
Alberto vive a New York, ma pensa costantemente alla Puglia, la sua terra natale.
Sogna di tornarci e di produrre uno dei vini italiani più apprezzati, il Primitivo di Manduria, seguendo le orme di suo padre e di suo nonno prima di lui.
«Mi sto preparando a tornare presto», ha dichiarato Alberto a La Voce di New York, «voglio portare in patria i frutti della mia esperienza all’estero».
Fuga di cervelli o cervello “in viaggio”?
«Non scapperei mai dalla mia patria. Ho scelto volontariamente di partire per seguire la mia curiosità e la mia sete di conoscenza, ma le cose si sono svolte anche per caso. Conservo con affetto le esperienze passate in Italia, come quella molto interessante al Cineca di Bologna».
Da un incarico di post-dottorato ad Harvard alla creazione di Authorea, una startup che punta a un milione di utenti. Cos’è Authorea?
«Authorea è una piattaforma dedicata alle pubblicazioni accademiche basata sull'idea di ricerca aperta e collaborazione. È come un “Google Docs” per i documenti accademici. Il nostro obiettivo è trasformarla nel più grande database di studi accademici al mondo».
Cosa c'è di innovativo?
«L’idea di condivisione e scrittura. Solitamente, i documenti scientifici vengono pubblicati in PDF, un formato piuttosto chiuso e difficile da modificare. In Authorea non utilizziamo file PDF e permettiamo agli utenti di contribuire ai documenti».
Hai lasciato Harvard per lanciare una startup, scegliendo il rischio anziché la certezza. Pensi che la stessa cosa sarebbe possibile in Italia?
«In Italia il mondo accademico e il settore imprenditoriale sono sempre stati collegati. Ciò che manca è la propensione al rischio, molto più diffusa tra gli imprenditori americani. Non sono un imprenditore, eppure i miei investitori hanno visto del potenziale nella mia idea e hanno deciso di investirci».
Oggi le startup stanno crescendo anche all'interno del mondo imprenditoriale italiano, ma quanta strada dobbiamo ancora fare per eguagliare gli Stati Uniti?
«A mio parere, la situazione in Italia è molto interessante. Come dicevo, a parte alcuni grandi investitori che sponsorizzano startup, gli imprenditori italiani sono in ritardo in termini di propensione al rischio e tempismo efficace».
Silicon Valley californiana contro Silicon Alley di New York…
«In California ciò che conta è il numero di utenti che un progetto riesce ad attrarre. A New York, invece, contano di più gli obiettivi a lungo termine. La strategia della Grande Mela è più complessa, ma può fornire risultati più tangibili e duraturi».
Qual è la chiave del successo nell'universo delle startup?
«Idee innovative, obiettivi solidi e risultati a lungo termine».
Qual è il "profilo" dello startupper italiano negli Stati Uniti?
«Una solida formazione accademica e un'esperienza internazionale sono entrambe molto importanti. La maggior parte degli startupper ha studiato economia o informatica. Abbiamo tutti due cose in comune: il rischio e una buona dose di coraggio».
Vieni dalla Puglia, una terra che la maggior parte dei tuoi coetanei ha scelto di lasciare. Qual è il tuo rapporto con la tua terra d’origine?
«È un rapporto meraviglioso. Torno spesso a trovare la mia famiglia. E ogni volta che torno, dedico del tempo alla coltivazione della terra che un tempo apparteneva a mio nonno e ora a mio padre. Imparo sempre qualcosa di nuovo e sono affascinato da questo rapporto con la natura».
Domanda di routine: se l’Italia dovesse richiamare tutti i suoi “cervelli” sparsi all'estero, cosa farebbe?
«Sarei più che felice di tornare, ma sono consapevole che è molto complicato lavorare in un ambiente accademico ancora regolato da determinate norme. Tornerei nella mia Puglia, portando con me tutte le conoscenze acquisite durante le mie esperienze all’estero».



