giovedì 28 maggio 2026


28/05/2026 08:02:23 - Provincia di Taranto - Attualità

I sindaci hanno portato storie, tentativi, intuizioni, ma soprattutto un’urgenza comune: smettere di essere isole. Perché ogni sagra, ogni rito, ogni cammino, ogni prodotto tipico ha senso solo se diventa parte di un racconto più grande. E quel racconto, oggi, la provincia di Taranto sta provando a scriverlo insieme

C’è stato un momento, durante il panel “Radici in scena – dalla tradizione all’esperienza”, in cui i 29 sindaci della provincia ionica sembravano respirare all’unisono. Non era solo la condivisione di un palco, ma la consapevolezza – quasi fisica – di appartenere a un territorio che sta provando a cambiare pelle, a superare la frammentazione, a riconoscersi finalmente come un’unica comunità culturale. Lucia Iaia, ha guidato un confronto che ha messo in scena non solo le radici, ma anche le ambizioni: come trasformare le tradizioni locali in un brand identitario, come evitare la dispersione degli eventi “una tantum”, come costruire un’offerta capace di vivere oltre l’estate e di parlare ai visitatori in ogni stagione.

I sindaci hanno portato storie, tentativi, intuizioni, ma soprattutto un’urgenza comune: smettere di essere isole. Perché ogni sagra, ogni rito, ogni cammino, ogni prodotto tipico ha senso solo se diventa parte di un racconto più grande. E quel racconto, oggi, la provincia di Taranto sta provando a scriverlo insieme.

Da qui si è innestato il contributo di Francesca D’Angella della IULM, che ha presentato un’indagine sul potenziale delle collaborazioni tra cultura e turismo in Puglia. La ricerca mostra un dato chiaro: tutti gli operatori riconoscono l’importanza della collaborazione, ma la praticano ancora poco. Le connessioni sono poche, spesso informali, e quasi sempre mediate dalle istituzioni pubbliche. Eppure, quando si collabora – soprattutto sugli eventi – i benefici sono evidenti: si attivano ristorazione, guide, servizi, si migliora l’immagine complessiva della destinazione, si aumenta la soddisfazione dei visitatori. Il limite, però, è strutturale: una rete ancora troppo fragile, con pochi nodi e pochi ponti. “C’è un potenziale enorme – emerge dall’indagine – se si riuscirà a favorire il dialogo tra mondi che oggi si sfiorano senza incontrarsi davvero”.

A riportare tutti con i piedi per terra è stato Marcello De Paola, presidente di Federalberghi Taranto, che ha scelto la via dell’onestà: l’ultimo posto nella classifica del Sole 24 Ore non va negato né derubricato a ingiustizia, ma usato come strumento di autocritica. “Non possiamo offenderci – ha detto – dobbiamo chiederci dove abbiamo sbagliato e da dove ripartire”. Taranto, per De Paola, è a un punto di svolta: la città non è mai stata turistica, ha perso la leva militare e la grande industria, e ora deve imparare a pensarsi come destinazione. Ma il turismo non è improvvisazione: è studio, metodo, professionalità. I Giochi del Mediterraneo, più che un evento, rappresentano per lui un’occasione di cambio di paradigma: far conoscere Taranto a chi non l’ha mai vista, costruire una visione, esportarla, renderla credibile.

Poi è arrivato l’intervento più visionario, quello di Antonio Prota di Assidema, che ha portato il pubblico dentro una riflessione quasi filosofica: Taranto è davanti a un bivio, come l’umanità descritta dal Papa nell’enciclica Magnifica humanitas. Continuare a costruire “torri di Babele”, identità isolate che non comunicano, oppure ricostruire insieme le “mura di Gerusalemme”, dove ogni famiglia – ogni Comune – si assume la responsabilità di un pezzo del lavoro comune. La provincia ionica, ha detto Prota, è un mosaico di anime: una parte guarda al Salento, una alla Basilicata, una alla Valle d’Itria. Questa dispersione può essere una ricchezza, ma solo se diventa rete. Il turismo, per Prota, non può essere monocultura come lo è stata l’Ilva: deve essere collaborativo, sostenibile, calibrato sulle vocazioni dei territori. E servono figure come i destination manager per trovare “il turismo giusto per la giusta destinazione”, evitando di replicare modelli che altrove funzionano ma qui rischiano di distruggere più che creare valore.

Antonella Millarte, esperta di marketing, ha portato invece una prospettiva concreta e ottimista: il turismo può essere trainante per Taranto, come dimostrano Napoli e la Valle d’Itria. Ma bisogna usare gli strumenti disponibili: il prodotto enogastronomico, riconosciuto dalla Regione come uno dei cinque assi strategici fino al 2030; la destagionalizzazione; la digitalizzazione, ancora troppo debole nel territorio ionico; il DMS Puglia, dove Taranto e Foggia risultano ultime per numero di eventi caricati. “Se non ci siamo, non esistiamo”, ha detto Millarte, ricordando che il primo Paese che consulta il DMS è gli Stati Uniti. E ha lanciato un appello: recuperare spazi identitari come le Tavole di San Giuseppe e la Settimana Santa all’interno dei contenitori regionali già finanziati, perché la forza delle radici si misura anche nella capacità di inserirsi nei circuiti che contano.

A chiudere è stato Fabrizio Iurlano, destination manager, che ha riportato tutto al cuore del problema: la provincia di Taranto non ha ancora una brand experience unitaria. È una terra con più nazioni dentro, con identità forti ma non armonizzate, con tre GAL che lavorano separatamente, con 29 Comuni che spesso procedono in ordine sparso. “Dobbiamo passare dalla teoria alla pratica – ha detto – smettere di chiederci chi fa cosa e iniziare a farlo insieme”. Per Iurlano, il compito di un destination manager è “curare l’anima di un territorio” ma questo può avvenire solo se si costruisce un’unica narrazione, un unico documento strategico, un’unica cabina di regia. E soprattutto se si parte dai cittadini: solo un cittadino orgoglioso può diventare il primo ambasciatore della propria terra.

Alla fine del panel, la sensazione era chiara: la provincia ionica ha già tutto ciò che serve – riti, prodotti, paesaggi, storie, comunità – ma deve imparare a metterlo in scena davvero. Non più 29 piccoli rumori, ma un’unica voce. Non più radici sparse ma radici condivise. E forse, proprio da qui, può nascere la nuova identità di Taranto.