Svelato il modello a grandezza naturale di Psephophorus polygonus, la tartaruga marina fossile del Miocene. La mostra si sposterà il 3 luglio al Museo di Biologia Marina “Pietro Parenzan” di Porto Cesareo

Ventitré milioni di anni fa, le acque che oggi bagnano il Salento erano il fondale di un bacino subtropicale percorso da grandi tartarughe marine. Questa mattina, una di quelle tartarughe è tornata. Al Museo dell'Ambiente del Campus Ecotekne dell'Università del Salento — davanti a un pubblico che non se l'aspettava — è stato infatti svelato il modello a grandezza naturale di Psephophorus polygonus, la tartaruga marina fossile del Miocene, nuovo e spettacolare elemento espositivo del MAUS.
Lo svelamento ha concluso l'inaugurazione della mostra fotografica “Il Mediterraneo che si trasforma. Il cambiamento climatico nei mari del Salento”, ospitata dal MAUS a partire da oggi, 28 maggio. Un'inaugurazione già ricca di contenuto — dedicata alle trasformazioni in atto nei fondali salentini documentate dagli scatti del fotografo naturalista Michele Solca — che si è chiusa con una sorpresa pensata per restare.
Il modello riproduce fedelmente le dimensioni e la morfologia di Psephophorus polygonus, grande tartaruga marina vissuta nel Miocene (tra 23,3 e 5,33 milioni di anni fa), un'epoca in cui il Salento corrispondeva al fondale di un mare subtropicale ricco di vita. L'animale era superficialmente affine all'attuale tartaruga liuto, Dermochelys coriacea: possedeva un carapace composto da centinaia di piccoli ossicoli — placche ossee dermiche — percorso da evidenti creste longitudinali. Come la sua discendente moderna, si nutriva probabilmente di plancton gelatinoso, come le meduse.
L'elemento più originale dell'installazione è la sua materia: nel grande modello sono stati inseriti i conci di pietra leccese che conservano la testimonianza fossile originale, permettendo ai visitatori di osservare direttamente la struttura degli ossicoli del carapace. Un ponte materico tra i milioni di anni del passato e il presente di un museo universitario.
L'analisi di quei frammenti fossili mostra che Psephophorus polygonus non aveva ancora sviluppato pienamente alcune specializzazioni delle tartarughe liuto attuali, capaci di raggiungere dimensioni maggiori e di immergersi oltre i mille metri di profondità. Un dettaglio che parla di evoluzione: la vita marina si adatta, si trasforma e talvolta scompare.
«Questo modello consente ai visitatori di visualizzare in modo immediato e suggestivo l'aspetto di un affascinante abitante del mare miocenico salentino. Ma ci offre anche uno sguardo diverso sul presente: il Mediterraneo ha già attraversato trasformazioni profonde. Quello che stiamo vivendo oggi, con il riscaldamento delle acque e l'arrivo di specie non indigene, è un altro capitolo di quella stessa storia. Conoscerla ci aiuta a leggerla» ha detto il professor Piero Lionello, direttore del MAUS.
La mostra inaugurata stamattina affronta uno dei temi più urgenti dell'agenda scientifica e ambientale. Dalla fine degli anni Ottanta, la superficie del Mediterraneo si è scaldata a una velocità circa doppia rispetto alla media globale: nel 2024, le temperature superficiali hanno registrato un'anomalia record di circa +1,7°C rispetto alla media del XX secolo. Ogni anno si stabiliscono nel bacino tra le 20 e le 30 nuove specie non indigene, più tolleranti ai cambiamenti termici, a scapito della biodiversità nativa.
Il racconto visivo di Michele Solca si articola attorno a quattro temi: l'aumento delle temperature marine, i nuovi equilibri tra specie native e alloctone, il ruolo del traffico marittimo come vettore di migrazioni biologiche, e le possibili strategie di adattamento — dalla ricerca scientifica alla gestione sostenibile della pesca, fino alla responsabilità individuale.
Dopo la tappa al MAUS (esposizione visitabile dalle 8:30 alle 18), la mostra si sposterà il 3 luglio al Museo di Biologia Marina “Pietro Parenzan” di Porto Cesareo (visitabile tutti i giorni dalle 18 alle 22), per tornare infine a settembre al Campus Ecotekne: un percorso itinerante attraverso il territorio salentino, pensato per portare la scienza fuori dalle aule e più vicino alla comunità.
(Foto: Andrea Laudisa)


