Il significato del detto “ti san Giuanni mitti lu scuerpu e abbanni”

«Nc’era la sittimana ti san Giovanni maturava lu bruficu, sarebbe lu maschiu ti li fichi; nella settimana ti san Giovanni si raccoglieva e si appendeva.
Comu si riconoscìa ca era bruficu?
Si conoscìa perché è n’otra razza tra fichi e brufichi, quando maturava era la settimana di san Giovanni, comincia a ammorbidire, era pronto, allora si prendeva e si ppinnìa cu n’erba, la paparéa chiamata, nc’era puru lu nfilabruficu, quello cu lu cosu biancu, si ppinniùnu all’alburu.
Cioè?
Lu stelu ti l’erba lu nfilai ntra lu bruficu e poi all’ultumu ni mettevi due tre pi parti e poi ne staccavi e mettevi nu nasieddu cu no scivolava l’ultumu.
Comu si ppinnìa all’alburu?
Cussi queŝta crona qua, crona chiamata, si ppinnìa a nnu stelu ti l’alburu, su per giù si metteva chiù a llu frescu, perché, se era maturatu, già subbutu vedevi li zampilli … l’erbi si ŝcaffaunu ntra lu fruttu. Si turcìa picca picca [lo stelo] perché erunu adatti ŝti pianti qua. Prima nc’erunu tanti ettari a fichi, nci tenevano allora osservavano se li fichi s’erunu mprifucati o no, allora comu si eti? Perché al centro ti li fichi andava lu verme e diventava più neru, stava a poŝtu… se no, erunu tabaccosi chiamati.
Li brufici si possunu mangiari?
No, però a ottobre forse qualchedunu.
Cioè?
Allora quannu si raccoglieva lu bruficu si lasciava perché dda era a periodi… lu bruficu matura anche a ottobri, a ottobre poi la pianta… so piccoli e si nutre ancora ti questi; è nnu ciclu continuo, da solo si guidava lui per poi a maggiu era preparatu … si ggiustava tuttu lui… però si lassava un po’ ti bruficu sull’alburu per avere nu ciclu continuu.
Di san Giovanni si facevano lavori in campagna?
Si fannu sempri no!
E perché nc’è lu dettu “ti san Giuanni mitti lu scuerpu e abbanni”
Siccome prima erunu terre rocciose, e allora a san Giovanni le piante perdevano… non c’era bisuegnu mancu ti coltivi chiùi… non vegetaunu chiui li pianti e allora … minti lu scuerpu e abbanni.
No era pi superstizioni?
No, si perdeva di vegetazioni, erunu terre rocciose, senza sostanza.
Questo brano fa parte di una lunga testimonianza orale, articolata in più interviste (che utilizzeremo in seguito) effettuate al signor Giuseppe Tatullo, contadino manduriano classe 1927, fonte orale di elevato spessore umano ed esperienziale.
A dire il vero, Giuseppe è un contadino atipico, perché ha studiato (ha frequentato le scuole serali dopo aver conseguito la licenza elementare), gli piace leggere e scrivere. Questa formazione ha fortemente diluito il suo dialetto nel tempo, rendendolo oggi agevolmente comprensibile perché intessuto di termini di uso comune nella lingua italiana . Da qui la nostra scelta di non procedere alla traduzione del testo dialettale.
Il brano qui riportato fa parte di un’intervista effettuata l’8 settembre 2025.[1]
La caprificazione è una complessa ma affascinante pratica agronomica utilizzata per assicurare la giusta impollinazione al frutto del fico domestico. Conosciuta da millenni e diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo, della “capricatio” scrivono, tra gli altri, Teofrasto (IV-III sec. a. C.) e Plinio (I sec. d.C).
Tale pratica intercetta il processo di maturazione del frutto del fico domestico (il siconio, in realtà “falso frutto” perché il vero frutto sono i semini che si trovano all’interno dell’involucro, cioè del siconio stesso) servendosi del siconio del caprifico, il fico selvatico maschile o “brufìcu”, il quale non è commestibile, ma è ricco di polline (agente maschile).
È l’insetto “Blastophaga grossorum”, una specie di vespa, a parlar manduriano “lu zzampagnùlu”, che, entrando nel siconio del caprifico, vi depone le uova sui fiori (particolarmente adatti perché presentano stili corti non potendo invece farlo su quelli del fico domestico perché molto più lunghi).
Nel momento in cui il caprifico è pronto, avviene lo sfarfallamento, cioè l’insetto maturo pieno di polline esce dal siconio del fico selvatico per visitare quello del fico domestico (agente femminile) attraverso la piccola apertura presente sul fondo (ostiolo), deponendovi le uova: si compie in tal modo un’impollinazione incrociata che ne migliora la maturazione, impedendo altresì la caduta dei fichi immaturi.
Naturalmente i siconi del caprifico devono essere collocati vicino a quelli del fico affinché il processo possa compiersi (a Manduria, “mpruficari”): ecco perché i contadini utilizzano il fusto di un “nfilabbruficu” o di “paparèa” per infilare i fioroni del caprifico e ottenere una corona da appendere all’albero di fico domestico … in attesa che “lu zzampagnùlu” faccia il proprio dovere.
Nella Manduria del passato, nella quale i ficheti trovavano grande estensione, i contadini ci tenevano molto a che il processo di impollinazione andasse a buon fine e — come ci racconta Giuseppe — «osservavano se li fichi s’erunu mprifucati». L’obiettivo era raggiunto quando il fondo del siconio si presentava di un colore più scuro, in caso contrario il siconio sarebbe diventato pastoso all’interno con un anomalo sapore di tabacco: «erunu chiamati tabaccosi».
“Nfilabruficu” è il nome dialettale di “Daucus carota”, una pianta erbacea, dal fusto lungo, sottile, coriaceo eppure flessibile, che proprio per tali caratteristiche si presta bene all’utilizzo sopra descritto. È una pianta biennale, caratterizzata da fusto peloso, foglie sottili, allungate e frastagliate, fiori bianchi in ombrella composta con venti-quaranta raggi che si ripiegano a fruttificazione avvenuta. Caratteristico un fiore centrale color amaranto. Fiorisce da aprile a ottobre.
Il termine “Paparéa” identifica il “Dafne gnidio”, un cespuglio spontaneo presente nella macchia mediterranea, molto diffuso nel nostro territorio. Presenta rami numerosi e diritti con foglie piccole. La fioritura avviene da luglio a settembre, i fiori, posti in cima ai rami, sono piccoli e bianchi; il frutto è una drupa, di colore verde quando acerba, rossa a maturazione. In passato, la corteccia della pianta veniva usata come raffia, mentre lavorando gli steli si ottenevano uncinetti per seta e lana.
Infine, in riferimento al noto proverbio manduriano “ti san Giuanni mitti lu scuerpu[2] e abbanni” ( = “il giorno di san Giovanni metti un ramo di perastro all’ingresso del campo e vai via”), Giuseppe ne dà una spiegazione razionale, in cui egli esclude ogni rimando ai fatti della superstizione («Siccome prima erunu terre rocciose e allora a san Giovanni non c’era bisuegnu mancu ti coltivi chiùi… non vegetaunu chiui li pianti e allora … minti lu scuerpu e abbanni»).
A tal proposito, bisogna tuttavia precisare che nell’orizzonte tradizionale contadino il periodo dell’anno che dal giorno di San Vito (15 giugno) attraversa quello di San Giovanni (24 giugno) e arriva alla festività di San Pietro e Paolo (29 giugno) è considerato il periodo più pericoloso dell’anno (comprensivo anche di equinozio), e i tre giorni indicati sono considerati particolarmente infausti (“sciurnati ti pianeta”).
In particolare, il giorno di san Giovanni era considerato dalla Chiesa un precetto festivo. La Chiesa, aiutata dalle istituzioni, si è sempre battuta per far osservare ai contadini il riposo festivo, sia domenicale che nei giorni di precetto.[3] Lavorare la terra in giornate di precetto, come nel caso di quella di San Giovanni, significava incorrere nell’ira del Santo, con la probabile distruzione del raccolto.
In questo particolare e delicato momento dell’annata agraria, vi erano pochissime eccezioni alle attività da poter svolgere: si poteva irrigare o raccogliere frutti, ma era da evitare nel modo più assoluto di attaccare i buoi al giogo[4] per usare l’aratro nei campi.
BIBLIOGRAFIA
BRUNETTI Pietro, “Vocabolario essenziale, pratico e illustrato del dialetto manduriano”, Graphika PB&C, Manduria 1989;
GRIMALDI Piercarlo, “Il calendario rituale contadino - Il tempo della festa e del lavoro fra tradizione e complessità sociale”, FrancoAngeli, 1995;
MANCINO Anna M. Stella, “L’ideologia della morte a Manduria fra tradizione e modernità”, in “QuaderniArcheo”, Periodico di cultura a cura dell’ArcheoClub di Manduria, nn. 4-5, marzo 2000, Barbieri editore, pp. 73-149.
NARDONE Domenico, DITONNO Nunzia Maria, LAMUSTA Santina, “Fave e favelle, Le piante della Puglia peninsulare nelle voci dialettali in uso e di tradizione”, Centro di Studi Salentini, Lecce 2012;
SBAVAGLIA Salvatore, “Saggio d’un vocabolario etimologico manduriano”, Luparelli srls, Manduria 2024.
[1] Giuseppe da tre giorni non è più tra noi.
[2] Pero selvatico i cui frutti sono detti «pirascini». In passato i rami di «scuerpu» venivano utilizzati per chiudere l’ingresso dei campi, «lu uatu». Da qui il proverbio citato.
[3] Piercarlo Grimaldi in Il calendario rituale contadino, p. 74 nota n. 8 riporta un capitolo di uno statuto comunale piemontese (quello di Corneliano) in cui si legge «E’ stabilito che nessuna persona o abitante in Corneliano osi o pensi di lavorare nei giorni di domenica; (…) nelle quattro festività di Maria Santissima, (…) nella festa di Natale, di S. Stefano, di S. Giovanni Battista (…). E chi lavorerà in alcuni dei predetti giorni, con buoi o bestie, sia arando, sia conducendo vettovaglie (…) pagherà cinque soldi di multa».
[4] Nelle culture tradizionali, la profanazione del ‘giogo’ (attrezzo agricolo che teneva legati i buoi all’aratro, termine dialettale sciùu) rientra fra i principali elementi di una cattiva morte, ossia di una lunga agonia, perché nella Bibbia esso viene associato agli insegnamenti e alla legge di Dio, quindi la sua profanazione si riferisce al peccato e al rifiuto dei precetti divini. Cfr. Anna Stella Mancino, L’ideologia della morte a Manduria fra tradizione e modernità, in “QuaderniArcheo”, Periodico di cultura a cura dell’ArcheoClub di Manduria, nn. 4-5, marzo 2000, Barbieri editore, pp. 73-149.




