giovedì 13 agosto 2026


03/08/2026 10:00:47 - Manduria - Attualità

Simone Faiella: «Le fotografie del passato non dovrebbero limitarsi a suscitare malinconia; dovrebbero trasformarsi in una lezione. Esse ci ricordano che il paesaggio non è soltanto uno sfondo delle nostre vite, ma parte della nostra identità. Distruggerlo significa impoverire noi stessi»

Vi sono fotografie che non ritraggono soltanto un luogo, ma un’epoca, una civiltà, un modo d’essere. L’immagine storica di San Pietro in Bevagna, con la piccola chiesa affacciata sul mare, le dune intatte, le vigne ordinate e il silenzio che sembra avvolgere ogni cosa, che sta circolando sul web in questi giorni, rappresenta una di queste.

È il ritratto di una terra ancora integra, dove la presenza dell’'uomo non era sinonimo di dominio, bensì di convivenza.

In quello scenario il paesaggio appare quasi immutabile. La mano dell’uomo è presente, ma discreta; coltiva, custodisce, non invade. I filari delle vigne testimoniano il lavoro paziente di generazioni che traevano sostentamento dalla terra senza violentarne l’essenza. Le dune costiere erano lasciate libere di svolgere la loro funzione naturale.

Quegli uomini possedevano forse meno mezzi, meno comodità e meno conoscenze scientifiche.

Eppure sembravano aver compreso una verità che oggi rischia di sfuggirci: la Natura non appartiene all’uomo; è l’uomo ad appartenere alla Natura.

Osservando quella fotografia nasce inevitabilmente una domanda: come è possibile che il progresso abbia coinciso, almeno sotto il profilo ambientale, con un arretramento culturale?

Abbiamo conquistato tecnologie impensabili e una conoscenza scientifica senza precedenti.

Eppure, proprio mentre cresceva la nostra capacità tecnica, diminuiva la nostra capacità di contemplare, rispettare e preservare il paesaggio.

Lungo gran parte delle coste italiane, e San Pietro in Bevagna non rappresenta purtroppo un’eccezione, le dune sono state progressivamente sacrificate, sostituite da costruzioni che hanno alterato profondamente l’equilibrio naturale. Là dove un tempo si estendevano vigneti, macchia mediterranea e sabbie modellate dal vento, oggi sorgono abitazioni, strade e parcheggi.

Ma vi è un aspetto ancor più doloroso: l’incuria quotidiana. È difficile comprendere come spiagge di straordinaria bellezza possano essere disseminate di rifiuti di ogni genere.

Che cosa è cambiato nell’uomo? Perché chi dispone di maggiore istruzione e di strumenti infinitamente superiori mostra talvolta un rispetto inferiore verso il territorio rispetto ai propri nonni?

Forse il progresso materiale non è sempre coinciso con un autentico progresso morale. Abbiamo imparato a costruire più velocemente, ma abbiamo dimenticato il valore dell’attesa; abbiamo imparato a consumare, ma non a custodire.

La fotografia di San Pietro in Bevagna non suscita nostalgia soltanto per ciò che mostra, ma per ciò che rappresenta: un equilibrio tra uomo e ambiente che oggi appare sempre più raro.

Le fotografie del passato non dovrebbero limitarsi a suscitare malinconia; dovrebbero trasformarsi in una lezione. Esse ci ricordano che il paesaggio non è soltanto uno sfondo delle nostre vite, ma parte della nostra identità. Distruggerlo significa impoverire noi stessi.

Forse il vero progresso non consiste nel lasciare ai nostri figli città più grandi o case più numerose, ma nel consegnare loro un mare ancora limpido, dune ancora vive e una costa capace di raccontare che vi fu un’epoca in cui l’uomo sapeva essere ospite della Natura e non il suo padrone.

 

Simone Faiella