martedì 18 agosto 2026


18/08/2026 11:53:33 - Manduria - Attualità

In campo un’équipe di archeologi italo-francesi in partnership con l’Università di Bourgogne

San Pietro Mandurino, con la sua chiesetta superiore del X-XII sec. d.C. e ricostruita nel 1724 dopo decenni di abbandono, quella ipogea databile tra l’VII e il VIII sec. d.C., cui si discende tramite una suggestiva scalinata che era il dromos di una tomba a camera messapica di età ellenistica, riutilizzata come parte della cripta protocristiana; e dunque anche il sepolcreto altomedievale soprastante, nel più ampio contesto messapico del Parco delle Mura di Manduria, è un luogo denso di eventi storici e soprattutto identitari, visto il secolare e profondo legame del culto sanpietrino con la comunità manduriana. Uno spazio urbano in cui un’alta concentrazione di elementi storici, archeologici, religiosi, rituali e antropologici, tra di essi strettamente interconnessi, ancora attendono di essere decifrati e ricomposti in un quadro storico organico, entro cui riallacciare i fili interrotti della originaria rete di relazioni che la comunità rurale dall’omonimo Casale Mandurino ebbe, ben più viva e dinamica di quanto l’apparente (benché incantevole) isolamento dell’omonimo monumento non faccia oggi trapelare.

Oblio plurisecolare che per primo l’archeologo Cosimo D’Angela, con l’Istituto di Studi Classici e Cristiani – Università di Bari, contribuì in parte a diradare con la prima (ed unica) campagna di scavi sistematici condotti nel lontano 1972. Preziose indagini pioneristiche che, tuttavia, sollevarono molti più problemi storici e archeologici di quanti ne avessero chiariti. Questioni ancora aperte e insolute su cui oggi tornano ad indagare, grazie al progetto dello “Smart in - La forma dell’acqua”, un’équipe di archeologi sotto la direzione scientifica di Valentino Desantis e Giovanni Stranieri del Laboratoire ArTeHis di DigioneUniversità di Bourgogne in Francia, con esperti in archeologia medievale degli elevati e il concorso sul campo dell’archeologa medievista Paola Tagliente e dell’architetto Gianpaolo Vacca.

L’avvio della campagna sistematica di indagini archeologiche, che comincerà in settembre, si inquadra in un più ampio progetto di valorizzazione e fruizione dell’intera area di S. Pietro Mandurino, grazie a restauri della chiesa e laboratori didattici, in continuità rispetto ai recenti analoghi lavori svolti dall’ex Segretariato Regionale del Mic per la Puglia nel settore orientale del parco. Ma è dal remoto passato che ci si attende i più importanti risultati utili alla rilettura della storia di questo territorio.

I risultati scientifici che contiamo di raggiungere– spiegano gli archeologi – serviranno soprattutto a chiarire il decisivo ruolo di cerniera politica, culturale e religiosa che Manduria svolse tra VII e XIV secolo d.C., tra le differenti (e talora contrapposte) etnie che in quest’area confluirono nei cosiddetti “secoli bui”. Ricostruendo a ritroso il poco noto settore occidentale delle mura messapiche (le porta, la tomba a camera ellenistica riutilizzata in cripta e forse non isolata ma parte di una necropoli gentilizia); indagando la viabilità messapica e poi post classica su cui, non a caso, s’affaccia S. Pietro Mandurino; leggendo e decifrando le murature del triplice monumento sacro; chiarire tipologie costruttive caratterizzanti come le “due cupole in asse” della chiesa; reinterpretando i dipinti su intonaco della cripta, anche alla luce dei concomitanti restauri. È qui molto importante sottolineare come le indagini che svolgeremo si inseriscono nel fruttuoso solco metodologico che connota le molteplici indagini storico-archeologiche condotte da Paul Arthur di UniSalento e dei tanti storici che, dal 1972 ad oggi, si sono cimentati nella riconfigurazione dei problemi storico-archeologici via via emersi; indagini e studi che, nel gli ultimi trent’anni, hanno contribuito in modo significativo a riscrivere la storia e soprattutto i paradigmi insediativi del Salento tardo antico e medievalea cui auspichiamo di aggiungere un nuovo e importante tassello”.

E non manca la dimensione del mistero, che si innesta in un già ricco sostrato di ancestrali leggende e usanze popolari legate al culto di S. Pietro: qual era la funzione rituale (e un po’ inquietante) del volto coperto da un coppo in sepolture medievali scoperte nel 1972? quali furono le ragioni che portarono all’unico affresco che ritrae la santa anacoreta di Taranto Santa Sofronia? Quali e quanti tipi di liturgie si celebravano nella cripta a favore dei fedeli del tempo, considerando la confluenza (e, forse, la coesistenza) di riti greco-bizantini e latini?

Le indagini archeologiche verranno svolte con l’ausilio delle più avanzate tecnologie di documentazione e analisi dei dati sia strutturali sia microscopici, con campionature per analisi antracologiche, carpologiche, dendrocronologiche, zoo-osteologiche (per la ricostruzione del paesaggio antico entro cui il monumento visse), osteo-antropologiche (studio delle ossa umane) e al C14 per la cronologia assoluta.

L’intervento è validato da concessione dal MiC (Ministero della Cultura), Dipartimento per la Tutela del Patrimonio Culturale Direzione generale Archeologia, belle arti e paesaggio – Servizio II e sotto la supervisione della SABAP BR/LE/TA (Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio, per le province di Brindisi, Lecce e Taranto).