Una vicenda personale e dolorosa che oggi si trasforma in una testimonianza di speranza, ma che è nello stesso tempo una manifestazione di gratitudine e stima verso un medico che le ha salvato la vita

Una storia di coraggio, determinazione e fiducia nelle cure.
A raccontarla è la signora Annarita Casale. La sua è la storia di una donna che ha affrontato il tumore con coraggio, caparbietà e una straordinaria voglia di vivere. Una vicenda personale e dolorosa che oggi si trasforma in una testimonianza di speranza, rivolta soprattutto a quelle donne che stanno vivendo il dramma di una diagnosi oncologica e cercano, nel silenzio delle proprie paure, una ragione per continuare a lottare. Ma è nello stesso tempo una manifestazione di gratitudine e stima verso un medico che le ha salvato la vita: il dottor Luca Calabrese, primario di Otorinolaringoiatria presso l’ospedale San Maurizio di Bolzano (nelle foto a corredo dell'articolo con la signora Casale).
«Oggi ho deciso di fornire la mia testimonianza e di omaggiare il mio oncologo, il dottor Luca Calabrese» le prime parole della signora Annarita Casale. «Nel 2017 mi accorsi di avere un’afta sulla lingua e mi recai dal mio medico curante, il dottor Luigi Pietro Zollino. Non appena mi visitò, notai subito il suo viso cambiamento d’umore. Mi disse: “Annarita, questa cosa non mi piace, vai subito da uno specialista”.
Fui così indirizzata da questo luminare, il dottor Calabrese.
Alla prima visita mi disse subito: “Signora, è un carcinoma, bisogna intervenire immediatamente”».
Inizia così il racconto di una battaglia difficile: ricevere una diagnosi di tumore significa vedere improvvisamente il futuro cambiare forma. Le domande si affollano nella mente, le certezze vacillano e ogni giornata assume un significato diverso. La paura della malattia si intreccia con quella delle cure, delle possibili conseguenze e di ciò che potrebbe accadere alla propria vita e ai propri affetti.
«Dopo aver ascoltato le parole del dottor Calabrese ho visto tutto nero: mi tremavano le gambe e nella mia testa frullavano solo brutti pensieri» ricorda la signora Annarita Casale. «La prima cosa che mi venne in mente, guardandolo negli occhi, fu: «Dottore, io al matrimonio di mio figlio ci devo arrivare».
Lui mi ha risposto semplicemente con una carezza sul viso».
Ci sono battaglie che arrivano all’improvviso, sconvolgono ogni certezza e costringono a fare i conti con la paura più profonda: quella di non farcela. Eppure, proprio nei momenti più bui, può emergere una forza inattesa, capace di sostenere anche quando tutto sembra diventare difficile.
«È stato così che il 20 marzo di quell’anno mi sono sottoposta a un intervento importante. Da quel giorno è iniziato il mio calvario: ho combattuto, ho scalato montagne. Passavo le giornate a farmi video scherzosi e li inviavo ai miei parenti e amici. Tutto il reparto (medici e infermieri), mi ha sostenuta senza farmi mai mancare nulla. E poi la mia colonna portante, mio marito, che per tre mesi mi è stato sempre accanto».
In un momento simile, sentirsi fragili è umano. Avere paura non significa essere deboli. Significa comprendere il valore di ciò che si rischia di perdere e desiderare, con tutta sè stessa, di poter continuare a vivere.
La protagonista di questa storia ha conosciuto quel timore, ma non ha permesso che diventasse l’unica voce capace di guidarla. Ha scelto di affrontare il percorso con tenacia, un passo alla volta, trovando la forza di andare avanti anche quando il cammino si presentava difficile.
«L’ho sconfitto. Ho vinto io» ricorda ancora la signora Casale. «Non mi sono mai vergognata delle mie cicatrici o del mio linguaggio diverso, perché ho ancora gli occhi per veder crescere i miei nipoti, che sono i gioielli più preziosi della mia vita».
Infine, la dedica a colui che l’ha guidata in questa battaglia contro quel mostro indesiderato che aveva invaso il suo corpo: il dottor Luca Calabrese. Accanto alle competenze tecniche, assume un valore particolare anche il modo in cui un medico si relaziona con la persona che ha davanti. Una paziente non è soltanto una diagnosi, un referto o un caso clinico. È una donna con una storia, affetti, paure, desideri e progetti. Ha bisogno di essere curata, ma anche ascoltata; ha bisogno di informazioni chiare, ma talvolta anche di una parola capace di restituirle fiducia.
«Tutto questo lo devo a colui che ha distrutto il veleno che avevo in bocca: il dottor Luca Calabrese. Prima ancora di essere un grande medico, è una straordinaria persona umana. La sua umiltà e la sua generosità lo rendono unico e prezioso. Gli devo la mia vita, perché ero nelle sue mani.
Infinitamente grazie, e grazie di esistere dalla tua paziente e amica Annarita».
Per chi attraversa un’esperienza così dolorosa, sapere di poter contare su un professionista attento può fare una differenza significativa nel modo di affrontare il percorso terapeutico.
La gratitudine che nasce da un’esperienza di cura riuscita va oltre il semplice riconoscimento professionale. È il sentimento di chi ricorda quanto sia stato importante incontrare una persona capace di trasmettere sicurezza in un momento di grande vulnerabilità.
Annarita ha già raccontato questa sua esperienza nel corso di una iniziativa organizzata a Bolzano proprio dal dottor Luca Calabrese: “La mia rinascita”, questa il tema dell’iniziativa, un profondo percorso di testimonianze, immagini e narrazioni visiva dedicato al percorso di cura, alla guarigione dai tumori del distretto testa-collo e alla rinascita personale e sociale dei pazienti.
La storia di questa donna restituisce valore proprio a questo incontro tra scienza e umanità: da una parte la Medicina, con le sue conoscenze e i suoi strumenti; dall’altra la persona, con la sua determinazione e il suo bisogno di sentirsi accompagnata.


