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06/05/2019 09:40:44 - Manduria - Cultura

Un passaggio significativo e quanto mai attuale della ballata: «No' mi tuccà Manduria mia ca lu tegnu graditu, comu basilicò quannu è ddacquatu!»

 

  Come appendice al mio articolo del 7 dicembre dello scorso anno, pubblicato sulle pagine di questo giornale, riporto la ballata in vernacolo manduriano che contiene la descrizione, in versi, della vicenda relativa al ciclone del 21 Settembre 1897 che devastò le nostre contrade, causando numerose vittime a Sava e ad Oria. 1

  Il testo, come attesta la narratrice, è stato appreso da fogli a stampa venduti dai cantastorie ambulanti e, una volta memorizzato e ripetuto, è stato parzialmente adattato alla nostra parlata vernacola. Per tali ragioni si alternano parti in lingua (ad es.: “Donna non piangere… ecc.”), ad altre in dialetto (anche arcaico), ad altre ancora in dialetto “ingentilito” (o italianizzato, ad es.: “basilicò” al posto di “basilicu”) e, viceversa, in italiano dialettizzato (ad es.: “perfidu” al posto di “perfido” ).

   La metrica, come in molte forme di poesia popolare, lascia un po’ a desiderare. Ad avviso di un esperto, della cui amichevole consulenza mi sono avvalso, la composizione è difficilmente inquadrabile nel rispetto della metrica, pur ricorrendo alle figure di dialefe, sineresi, sinalefe ecc.

   La maggior parte son versi liberi, che possono, a prima vista, sembrar rispettosi della metrica ma non lo sono, eppure ne posson riprodurre il ritmo e il flusso melodico dosando nella recitazione o nel canto velocità, pause, accentazione: l’abilità di chi li recita sta nel cantilenarle in modo armonioso, allungando o contraendo il ritmo delle parole.

   Prevale l’endecasillabo, ma non mancano altri versi (quinario, senario, settenario, ottonario, novenario, dodecasillabo). 2

   Sotto l’aspetto narrativo il canto contiene un fedele resoconto del violento evento atmosferico, del quale riporta, con dovizia di particolari, il percorso, i danni provocati alle cose e, purtroppo, anche alle persone.

   Questa parte dell’alto Salento è stata interessata varie volte da siffatti fenomeni atmosferici che si ripetono, con precisione impressionante, seguendo sempre un identico copione: dopo essersi formati nel Golfo di Taranto, spesso in corrispondenza della località costiera di Torre Ovo, procedono lungo una direttrice sud-ovest – nord-est che comprende l’abitato di Sava o in altri casi, in maniera più o meno intensa, quelli di Manduria o di Fragagnano, per spostarsi poi nel brindisino con direzione Oria o Latiano e finire la loro corsa verso il capoluogo (Brindisi). 

  Questo è stato, all’incirca, il tragitto seguito dal ciclone del 21 Settembre 1897, da quelli del 19 agosto 1976 e del 12 novembre 2014 (che colpirono soprattutto Sava) e, ultimamente, dalla violenta tromba d’aria che si è abbattuta su Manduria e Latiano il 28 ottobre scorso.

   Ho già anticipato, nel precedente contributo, che il luttuoso avvenimento del 1897 fu ricordato in una canzone popolare, il cui testo (fedelmente trascritto dal figlio della narratrice e da me, solo in parte, riveduto) ora mi è stato gentilmente inviato. 3

   In esso si racconta dell’intercessione dei Santi patroni (nello specifico, di San Pietro apostolo) che appena scorto, nel mare di Bevagna, il temibile vortice, avrebbe impedito ad esso di dirigersi sulla nostra Città, intimandogli: “Altolà sei arrestatu, no mi tuccà Manduria ca lu tegnu graditu, comu basilicò quannu è ddacquatu.”. 4

   Segue, nella ballata, la descrizione del percorso del ciclone, lungo la direttrice Golfo di Taranto – Sava (passando per la Masseria “Monaci” o di “Ton Federicu”), per poi convergere verso Oria e scivolare verso l’Adriatico. 5

   All’epoca non solo Manduria, ma anche Brindisi fu risparmiata. Infatti è lo stesso evento atmosferico, che nella canzone viene addirittura personificato (lu perfidu Cicaloni cu li uecchi rossi), a commentare: “Brinnisi del mio chiappu jè scappatu”.

   Come ho detto nel precedente articolo, è sorprendente il riscontro che, nella stampa del tempo, trova la notizia dell’unica vittima manduriana del disatro, che, nella ballata, viene denominata “lu Tiudatu”: all’interno del già citato articolo di Richer -pubblicato nell’edizione de “Il Corriere Meridionale” del 30 settembre 1897- nell’elenco nominativo delle 40 vittime di Oria, c’è proprio il nome di tal “Diodato di Manduria”. 6

   A quanto pare, era, costui, un venditore ambulante che, recatosi nel vicino centro del brindisino, con il proprio carretto a trazione animale, per approvvigionarsi di ortaggi, era lì deceduto proprio a causa del ciclone . 7

 

 

 

Lu Cicaloni

(trasmessa oralmente alla sig.ra My Immacolata, nata a Manduria nel 1930, da suo padre My Luigi, classe 1879).

 

Lu vintisetti Sittembri ‘nsignalatu,

ti lu Monti dell’Ovo s’è partitu,

‘nu perfidu Cicaloni s’è ustinatu,

ca trittu a Manduria si mena ‘nalteratu.

Turbina l’aria sottu lu cielu chiaritu,

quannu Pietru si n’è avvertitu

lu mari era già tuttu ‘nalteratu.

Allora rimbombò ‘nu gridu:

“Altolà sei arrestatu,

no mi tuccà Manduria ca lu tegnu graditu,

comu basilicò quannu è ddacquatu”.

L’Apostolu Pietru no’ fuèu sentitu;

lu perfidu Cicaloni s’è ustinatu,

ca trittu a Sava si mmena ‘nfocallatu;

‘ncontra la Masseria ti Ton Federicu

e ni scappa crotti, truddi e trappitu.

Molto soffrì signor Ton Federicu

perché ogni fondu l’aveva sterminatu.

Sava ti quattru casi fuèu colpitu

cincu muerti e ci feritu è statu.

Allora assìu San Giuànni col suo braccio santificatu:

“Esci fuori empio nemico, ca il paese mio m’ha rovinatu”

e bbui savisi tinitilu craditu,

ca San Giuanni è veru Avvocatu.

Lu perfidu Cicaloni, cu li uecchi rossi ‘nsignalatu,

trittu a Oria si mmena ‘nalteratu.

‘Ncontra la Massaria ti Lauritu:

ti sotta alli fondamenti fuèu scappata;

la Chiesa ti Santa Lucia è smantellata

e ti periculu a periculu passa lu Vescovatu.

Là nc’era una donna che piangeva amaramente,

che suo marito sotto le pietre era stato flagellato

e io dissi: “Donna non piangere tu, piango me lo sventurato,

che sono stato ferito a due parti e sette del mio parentato”.

E di Manduria morì solamente lu Tiudatu.

“E Brinnisi del mio chiappu jè scappatu!”.

 

 

Giuseppe Pio Capogrosso

 

 

1) Giuseppe Pio Capogrosso, Il ciclone del 21 settembre 1897 e la protezione dell'Immacolata e dei santi patroni sulla città di Manduria, Manduria Oggi edizione del 7 dicembre 2018, nel precedente contributo si dà un ampia relazione dei fatti, tratta dalla cronaca dei giornali dell’epoca.

2) Ringrazio per l’autorevole consulenza l’amico prof. Dante Pastorelli, fine poeta, nativo della nostra città.

3) Ringrazio per la trascrizione fedele del canto l’ing. Giuseppe Capogrosso, mio cugino, che lo ha raccolto dalla voce narrante della madre Immacolata My in Capogrosso.

4) V. Pietro Brunetti, Vocabolario essenziale, pratico e illustrato del dialetto manduriano, Barbieri ed. Manduria 2002, che riporta i versi, come stornello, nella seguente lezione: “Manduria mia tegnu tantu craditu, comu basilicòi quannu è ddacquatu.”.

5) Sui danni a Sava v. Il Corriere Meridionale, il giornale della Provincia di Lecce, Anno VIII, n. 35 del 30 Settembre 1897,  articolo sul ciclone a Sava firmato da Carmelo Spagnolo-Turco.

6)  V. Il Corriere Meridionale, il giornale della Provincia di Lecce, Anno VIII, n. 35 del 30 Settembre 1897, articoli sul ciclone, dedicati in particolare a Oria, firmati da Richer (acronimo “chj”).

7) Secondo la testimonianza trasmessa alla narratrice dal padre My Luigi (1879 – 1951).

 

 

 









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