lunedì 06 dicembre 2021

26/08/2021 08:25:07 - Salento - Attualità

«Non è vero che il rischio per i giovani di finire in ospedale sia basso: nel picco epidemico di marzo scorso il tasso di ospedalizzazione fra i 20-29enni è arrivato a ben 37 ospedalizzazioni per 100.000 abitanti in una settimana»

«Ecco cosa dovrebbe pensare chi appartenesse al gruppo dei circa 390.000 pugliesi fra i 20 ed i 49 anni che non hanno ancora chiesto di fare la prima dose di vaccino.

Da questa mia disamina scarto gli adolescenti, che saranno attivamente chiamati a vaccinarsi in questi giorni e che stanno già rispondendo molto bene all'appello e gli ultra50enni che hanno già aderito alla vaccinazione per oltre il 90%.

Le motivazioni all'esitazione da parte di questa popolazione sono molteplici. Non chiamiamoli no-vax: i veri no-vax sono una sparuta minoranza di irriducibili che possiamo serenamente ignorare. Si tratta di un nutrito gruppo di cittadini che non riescono a portare a termine un corretto processo di valutazione del rischio di contrarre l'infezione rispetto ai rischi legati alla vaccinazione.

La valutazione del rischio non è affare semplice e, davanti ad una difficoltà di analisi, si sceglie sempre la strada del non fare, rispetto a quella di prendere una decisione: un danno provocato da una azione (mi vaccino) è sempre meno accettato rispetto ad un danno provocato da un agente esterno non controllabile (ho preso l'infezione).

Nella fascia dei giovani adulti il rischio legato alla pandemia non è stato da molti correttamente percepito. L'infezione da SARS-CoV-2 in questo gruppo di popolazione provoca malattia grave in una proporzione relativamente più bassa rispetto a chi è più avanti con gli anni. Quindi molti hanno avuto esperienze dirette, fra amici e familiari, di casi di COVID19 superati con pochissimi problemi. Queste esperienze hanno anche alimentato la stupidaggine che COVID19 possa essere curata a casa con questo o quel farmaco ma che (vai a capire perché) la Spectre impedisce che il problema pandemia sia facilmente risolto in questo modo.

Per facilitare la valutazione del rischio in questa fascia di età provo ad elencare alcune considerazioni:

1) non è vero che il rischio per i giovani di finire in ospedale sia basso: nel picco epidemico di marzo scorso il tasso di ospedalizzazione fra i 20-29enni è arrivato a ben 37 ospedalizzazioni per 100.000 abitanti in una settimana. Per capirci, in una città delle dimensioni di Bari sono finiti in ospedale, in una sola settimana, 100 ventenni! Questo rischio raddoppia fra i 30-39 anni ed è più di tre volte superiore fra i 40-49 anni (dati ISS);

2) affrontare una polmonite da coronavirus non è una passeggiata: comporta sofferenze non da poco e lascia molto spesso strascichi fastidiosissimi. Per non parlare che comunque il rischio di finire in terapia intensiva, o peggio, è comunque considerevole;

3) il rischio di infezione lieve o asintomatica è più alto per i giovani che per gli anziani, a causa della più vasta rete e maggiore frequenza di contatti sociali. In questo caso i giovani sono coloro che più di altri diffondono il contagio. Causare il contagio e quindi la malattia di un proprio caro è un'esperienza che non augurerei a nessuno.

Credo che queste considerazioni da sole dovrebbero fugare ogni dubbio e motivare la vaccinazione. I vaccini in uso sono stati somministrati a centinaia di milioni di persone. Hanno un profilo di efficacia e sicurezza eccezionale. Il virus, ve lo assicuro, è molto più cattivo».

 

Pier Luigi Lopalco

Assessore regionale alla Sanità







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