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03/04/2022 10:39:09 - Manduria - Cultura

Nel Calvario di Manduria vi sono cinque croci. Esse furono collocate su un cumulo di terra  nelle vicinanze del convento di S. Francesco, su proposta di cinque sacerdoti della congregazione di S. Alfonso de’ Liguori, al termine di una missione evangelizzatrice compiuta nel territorio mandurino durante il periodo di Quaresima del 1839

Il termine Calvario deriva, etimologicamente, dal latino ‘Calvariae locus’, cioè ‘luogo del cranio’, in seguito divenuto ‘Calvarium’;  tale termine è la traduzione dell’aramaico gūlgūta (cranio, teschio) divenuto in greco Golgotha. Nella Bibbia il Calvario è il nome del monte su cui fu crocifisso Gesù, al quale Egli arriva dopo un percorso di estrema sofferenza (la Via Crucis), del quale il Calvario costituisce anche spazialmente il compimento, in un crescendo di pathos che culmina con la morte.

Un toponimo dunque, dalla molteplice valenza connotativa: religiosa, demo-antropologica, architettonica.

Come luogo in cui si commemora la morte di Cristo, il Calvario ne costituisce il monumento funebre. Un monumento certamente non comune, data la particolarità del Morto che si ricorda, colui il quale attraverso la propria morte ha riscattato la vita eterna per tutta l’umanità.  Quindi, il Calvario luogo di morte, del suo trionfo; ma poiché la morte che si commemora è di Colui che ha vinto la morte stessa, in realtà nel Calvario si celebra il trionfo della vita. Ciò comporta il superamento della dicotomia  vita-morte che sempre accompagna le strategie di difesa dalla carica negativa che l’evento morte contiene e, in questo caso, di riappropriazione di uno spazio ‘contagiato’ dalla crisi (quello del paese)che viene  rifondato e recuperato in modalità protetta. Protezione e difesa, il Calvario come corrispettivo simbolico  delle cinte murarie delle antichi agglomerati urbani: nella dimensione dell’immaginario popolare nessuna presenza minacciosa può entrare nel paese se a delimitarne lo spazio è posta la Croce.

Genericamente il Calvario è una struttura architettonica (spesso di forma concava quasi a voler richiamare al fedele il gesto dell’abbracciare) composta di vari elementi raffiguranti scene della Passione e Morte di Cristo, a volte racchiuso in un recinto, sempre sormontato da una o più croci.

Nel Calvario di Manduria, di croci ce ne sono cinque. Esse furono collocate su un cumulo di terra  nelle vicinanze del convento di S. Francesco, su proposta di cinque sacerdoti della congregazione di S. Alfonso de’ Liguori, al termine di una missione evangelizzatrice compiuta nel territorio mandurino durante il periodo di Quaresima del 1839, arciprete Marco Gatti (1778-1862). In seguito, ritenuto poco consono «alla grande epopea del Golgota per la misera fattura, in rapporto ad un paese civile» — così scrive il Tarentini —, fu dato incarico di arricchirlo al maestro muratore Giuseppe Renato Greco (morto nel 1889). 

Egli questuò cocci di bottiglie, di piatti, di specchi, di boccali e di cristalli, con cui decorò le croci, componendo una sorta di mosaico, al quale la policromia dei materiali utilizzati conferisce, da sempre, un effetto sorprendente e unico. Il maestro Greco, ricostruendo accuratamente quanto riportato nei vangeli, addossò alle collinette piccole costruzioni, la casa di Anna, di Caifas, il palazzo di Pilato, il tempio di Gerusalemme, il tribunale di Erode. Vi aggiunse, inoltre, sparsi qua e là, il busto di un angelo, una fontana, il pozzo della Samaritana, le figure di Giuda, di Giuseppe d’Arimatea, di Nicodemo. Passò poi a scavare due piccole vasche, ponendovi in una le anguille, le tartarughe nell’altra, mentre sotto la tomba di Cristo Morto (sulla quale si legge ‘Giardini di Eden ove peccò Adamo’), costruì l’Eden, collocandovi le statue di Adamo ed Eva.  Furono infine dipinti sul muro alle spalle del complesso quattro affreschi, che l’arciprete Gatti nominò rispettivamente “Col bacio Giuda il suo Signor tradisce”, “Cede Pilato — il Redentor condanna”, Sull’Agnello divino l’empio infierisce”, “Gesù al grave incarco affanna”.  Fece infine realizzare il muro di cinta e il cancello di ferro.

Commovente la dedizione del Greco verso l’opera da lui realizzata. Così il Tarentini: «E chi non ricorda quel vecchione piegato in mezzo al Calvario a rattoppare il suo mosaico o fra un mucchio di conchiglie, di cristalli di porcellana intento a scegliere, separare, ordinare e tutto assorto nel suo lavoro con la gioia di un avaro in mezzo a un gran tesoro! (…) Morì raccomandando il suo Calvario» (p. 243).

Negli anni che seguirono la morte del Greco, il Calvario fu affidato dapprima alle cure poco accorte di un frate converso, poi alla custodia di alcuni devoti, infine ai frati Riformati. È un fatto che delle sorti del Calvario si parlò tanto nei primi decenni del XX, dibattendo verosimilmente sull’opportunità di apportare cambiamenti alla struttura. Nel 1927, su ‘La Torretta’: «Molto in questi giorni si parla di questo nostro caratteristico monumento sacro. (…) Tutti dicono la loro, ma in tutti v’è la preoccupazione e l’ansia che il bel Calvario di Manduria, celebre in tutta la Puglia, non sia alterato nella sua linea o deformato da edifici adiacenti ed incombenti. (…) E noi ci auguriamo che il Commissario Prefettizio e la Commissione Edilizia, studiando appieno la questione, possano trovare una soluzione soddisfacente quale la desidera la cittadinanza tutta, ed il bel Calvario resti così come sta, devoto e bizzarro monumento, espresso dall’opera e dalla pazienza di un oscuro popolano».

Eppure, quando nel 1965 l’artista locale Ettore Marzo (ottobre 1911-aprile 1999)ricevette l’incarico di restaurare il Calvario, trovò in esso un dipinto in più, raffigurante la Crocifissione. Durante il restauro, egli realizzò una statua in legno del Cristo deposto (in sostituzione dell’altra molto deteriorata) custodita nella grotta del sepolcro sul cui fronte è scritto ‘Tomba che chiudi in seno il mio Signor già morto’ ; costruì una serie di archi intorno al giardino dell’Eden ( posta sopra tale struttura vi è la scritta ‘Giardini di Eden ove peccò Adamo’); restaurò l’albero del bene e del male, che presenta le foglie di ceramica smaltata verde, il tronco e i rami di ceramica smaltata giallo ocra, le mele di ceramica dorata.

Attualmente il Calvario presenta cinque piccole balaustre in alto, separate da piccole statue a soggetto sacro e da originali colonne che sorreggono grossi vasi di fiori; sotto le  balaustre trovano posto i cinque dipinti.

Lo studio dei frammenti ceramici (differenti in colori, composizione e dimensioni) ha permesso al professor Elio Scarciglia (esperto di ceramica antica) di individuarne la provenienza e l’epoca di fabbricazione: manufatti realizzati nelle fornaci di Laterza, Martina Franca, Manduria, Napoli in un periodo che va dalla fine del XVI secolo al terzo quarto del XX secolo. 

Nonostante le fonti storiche e un seminario di studi sull’arte della ceramica ad esso riferita, la storia del Calvario presenta lacune informative su diversi aspetti, riportate dallo studioso Elio Scarciglia insieme ad alcune ipotesi da lui formulate. Un primo interrogativo riguarda le statue attualmente visibili: esse sono in numero superiore a quello indicato dal Tarentini, il quale annovera anche quelle di Adamo ed Eva, di cui oggi non c’è traccia, anche se il Marzo ricorda la presenza della statuetta di Eva in terracotta, durante il restauro da lui compiuto. Inoltre, l’unica statua femminile dell’insieme presenta degli elementi iconoplastici,  tipici dell’arte settecentesca  (la testa inclinata leggermente verso destra, lo sguardo rivolto verso l’alto, le braccia leggermente tese, i capelli lunghi sulle spalle, il panneggio appena accennato del vestito), tali da ipotizzare che essa sia la statua dell’Immacolata realizzata dai fedeli dell’allora Casalnuovo in occasione del terremoto del 1743, come ringraziamento per lo scampato pericolo. Di tale statua e della colonna su cui era collocata nell’allora largo Hosanna, il Tarentini scrive che «in una notte di Maggio del 1882 l’Osanna sparì. La statuetta dell’Immacolata fu trovata sul parapetto del Calvario». Infine, le case e i palazzi realizzati dal Greco presentano una tale diversità tale di stile, di fattura, di materiali da ipotizzare che non siano stati realizzati appositamente per il Calvario, ma siano provenienti da antichi presepi dismessi delle numerose chiese e conventi presenti all’epoca sul territorio. 

Ecco allora affascinarci la suggestiva definizione del Calvario data dal professor Maurilio De Cataldo, padre  francescano,  come «Presepe della Passione». Gli elementi ci sono tutti, compresa la vicinanza della struttura al convento di San Francesco, il primo nella storia a realizzare un presepe.

Per approfondire: Luigi M. Lombardi Satriani – Mariano Meligrana, ‘Il ponte di San Giacomo’;  Leonardo Tarentini, ‘Manduria sacra’;  Bruno Perretti, ‘Calvari Architettura della Pietà Popolare nell’area Ionico-Salentina; Elio Scarciglia ‘Ipotesi interpretative dal seminario si studi sul “Calvario” in QuaderniArcheo, N. 2, marzo 1997; ‘La Torretta’, Periodico quindicinale, Anno XXI, N. 2-3 del  1927. Le opere citate sono disponibili in biblioteca.

 

Il titolo riprende quello del volume di Alfonso M. Di Nola, ‘La morte trionfata’, a indicare l’elemento positivo e rivitalizzante del Calvario, di contro al disorientamento seguito alla morte eccellente ivi commemorata (ndr).

 









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