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07/05/2023 11:00:25 - Manduria - Cultura

Alla pittrice manduriana, vissuta a cavallo fra Otto e Novecento, un agile libretto edito a cura del Circolo Cittadino di Manduria nel 1994

La singolare vicenda umana e artistica di Olimpia Camerario, pittrice manduriana vissuta a cavallo fra Otto e Novecento, viene ripercorsa in un agile libretto edito a cura del Circolo Cittadino di Manduria nel 1994, dal titolo ‘Olimpia e Michele Camerario – pittori manduriani’ (da cui sono tratte le citazioni nel testo, salvo dove diversamente indicato, e le immagini che accompagnano questo scritto, fatta eccezione per il “Ritratto di Nicola Schiavoni”, presente in biblioteca).

Olimpia Camerario nacque a Napoli nel 1864 da Giovanni Camerario, medico ginecologo di Manduria e da Concetta Tagliaferro di Napoli, discendente da nobile famiglia. Terza di  cinque figli (fra i quali Michele, anch’egli pittore), Olimpia trascorse la sua adolescenza nella città partenopea fino a quando, all’incirca negli anni ’80, la famiglia si trasferì a Manduria, per seguire più da vicino i propri interessi patrimoniali. 

Certamente la formazione artistica di Olimpia avvenne nel periodo napoletano, a contatto con artisti dell’epoca che frequentavano la sua famiglia, quali Francesco Saverio Altamura, ma anche altri esponenti di quella scuola napoletana dell’Ottocento che tanto ha influenzato la pittura italiana moderna. Incerto e lacunoso nelle fonti documentarie appare invece il percorso formativo seguito da Olimpia all’Accademia di S. Luca a Roma.

In ogni caso, il trasferimento «nell’asfittica provincia manduriana», strutturata in «piccoli coltivatori diretti e braccianti agricoli, un ricco ceto di nobili proprietari terrieri e,  nel mezzo, una borghesia di artigiani, bottegai, piccoli imprenditori», che relegava le poche figure di intellettuali e di artisti «in uno spazio di “irregolarita” e stranezza» (p. 41), dovette destabilizzare non poco Olimpia.

Una società miope, dove imperavano pregiudizi e perbenismo, mal si confaceva all’indole di «Tonna Limpia» (così era chiamata dai suoi concittadini): insofferente alle regole, contraria  all’ipocrisia e alle convenzioni sociali.  Per i manduriani, «Tonna Limpia aveva un aspetto stravagante, i capelli molto corti, con addosso una palandrana nera ed un copricapo simile a quello di un pope ortodosso». Donna anticonformista, «decisa ad infrangere le regole delle fanciulle di buona famiglia della fine del secolo scorso», di lei rimane oltre alla sua produzione artistica, una vecchia foto che la ritrae su un terrazzo, di fronte a una tela poggiata su un cavalletto con tavolozza e pennelli in mano, e la ‘vox populi’ sulla sua «presunta ambiguità sessuale» (p. 17).  

Altri particolari della figura di Olimpia emergono dal racconto schietto e commovente della nipote Titina (figlia del fratello Michele), che la definisce «estroversa e allegra»; riguardo le amicizie, «determinata: specialmente nel manifestare simpatia o antipatia»; inoltre «contenta di non aver preso marito»; infine, di lei ricorda che «i suoi lineamenti erano marcati, ma i suoi occhi erano stupendi ed era amabile e arguta nella conversazione» (pp. 22-23).

Olimpia Camerario morì a Manduria nel 1947. Di lei restano 27 tele, soprattutto ritratti, commissionatele da cittadini di varia estrazione sociale, non soltanto manduriani. Si tratta di «un “archivio della memoria”, uno spaccato a mezzo busto di un ceto emergente che nello “status simbol” del ritratto di antenato da salotto cercava di costruirsi un’identità e un albero genealogico» (p. 42).

Quasi tutti i dipinti di Olimpia si caratterizzano per l’utilizzo di elementi cromatici scuri, espressione di una ricercata sobrietà che non lascia spazio a respiri emozionali e coinvolgimenti psicologici, quasi che «le forme servissero ad ostacolare definitivamente il movimento», come nelle opere di Domenico Morelli, protagonista di primo piano nella vita artistica (e non solo) dell’Italia dell’Ottocento, sicuramente conosciuto a Napoli (p. 38). 

Manduria ha impresso affettuosamente il nome di Olimpia Camerario nella sua memoria storica per avere ella riprodotto, basandosi unicamente sui suoi ricordi, l’effige di San Pietro Apostolo raffigurata in un antico quadro trafugato nel settembre 1914 dal santuario di San Pietro in Bevagna. Accadde allora che l’intera comunità si ritrovò concorde nel voler commissionare un nuovo quadro, il più possibile somigliante a quello rubato. Venuta meno l’idea di rivolgersi ad artisti leccesi, perché troppo esosi, a realizzare il dipinto ci pensò Olimpia: «Si isolò per giorni e giorni nel suo studio, violentò la memoria fino a visualizzare l’immagine, già tante volte veduta, che riportò sulla nuova tela con fedeltà totale» (p. 34). Resta da chiedersi se Olimpia prestò la sua opera «gratuitamente», come si legge a p. 43, oppure dietro compenso, come si legge nel “Libro de’ conti” del Santuario di San Pietro in Bevagna, compilato dal rettore Venusto Pezzarossa e conservato nell’Archivio Vescovile Oritano, Fondo San Pietro in Bevagna: «Il 24 Dicembre si acquistò il nuovo quadro di San Pietro per la somma di Lire 500,00» (N. Morrone, ‘La storia  infinita. Vicende antiche e recenti del quadro di San Pietro in Bevagna’, in http://www.fondazioneterradotranto.it/tag/olimpia-camerario/).

La risposta importa poco. La cosa straordinaria fu che il dipinto, purtroppo andato perduto, straordinariamente simile all’originale, suscitò ammirazione e gratitudine nei manduriani, che finalmente apprezzarono il talento e l’autentica anima d’artista di donna Olimpia Camerario.  

Sempre nel resoconto del Pezzarossa si legge che «Il 29 dello stesso mese monsignore D. Antonio di Tommaso venne per benedire il detto quadro, e la sera del 30 se ne fece l’inaugurazione nella Chiesa Collegiata». Il denaro necessario all’acquisto del quadro «fu versato dal vescovo e preso dalla somma che lo stesso vescovo si ebbe dal dottor Tommaso Massari e che già aveva impiegato per culto del Santuario».

Nelle immagini, in ordine di presentazione, foto di Olimpia Camerario in atto di dipingere, “Ritratto di Nicola Schiavoni” (presente in biblioteca),”Ritratto di Vespasiano Schiavoni”, “Vecchio con barba”, “Lo speziale”, “Madonna con bambino”, “Nostalgia”, “Ritratto di Giuseppe Genca”.









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