venerdý 19 luglio 2024

08/06/2024 07:56:40 - Manduria - Cultura

Narra la storia di una solitudine che finge la morte e pianifica la rinascita. È la solitudine di un genio adolescente e infelice

“La fisica degli abbracci” è la storia di una solitudine che finge la morte e pianifica la rinascita. È la solitudine di un genio adolescente e infelice, Will, un ragazzo con un quoziente intellettivo di molto superiore alla norma. Gugliemo Ravasi, questo il suo nome completo, si presenta al lettore lapidando la propria vita: «A quattordici anni, sette mesi e sette giorni sono morto». E non può proprio fare diversamente Will: «non aveva più voglia di convivere con cervelli come il suo, persone per niente rassicuranti. Invece di sentirsi più normale, si era specchiato nelle ossessioni degli altri, e questo gli aveva causato numerose crisi d’ansia» (p. 36).

Con una scrittura delicata  e rispettosa, l’Autrice dà spessore letterario oltre che emotivo alle problematiche di un ragazzo dal pensiero neurodivergente (e di altri personaggi come lui presenti nella storia), probabilmente all’interno di un disturbo dello spettro autistico, «quell’incantevole alterità che se c’eri dentro non era incantevole per niente» (pp. 53-56).

L’improvvisa sparizione di Will da Cambridge, dove è docente di fisica da quando ha nove anni,  mobilita il nonno, il vecchio ingegner Malvasi, il quale si reca nella celebre università insieme al suo avvocato. Dopo aver parlato con il rettore, con le autorità incaricate di risolvere il mistero della sparizione del giovanissimo professore, e con  Anantram Vickam, incaricato dal rettore di occuparsi di loro, i due tornano in Italia.

«”Tutto a posto” scrive Anantram nella chat, anche se in quel momento Will non era connesso» (p. 6).  

Supportato da un’organizzazione con a capo proprio Anantram, avente come scopo quello di aiutare Will e tutti quelli come Will, «individui precoci e straordinari nello studio ma inetti in tutto il resto» (p. 5), il ragazzo brancola nel mondo, cercando una vita che non sia quella di Cambridge, né quella di Subha. Subha vuole essere una comunità autosufficiente e protetta in cui lasciar “decantare” l’eccezionalità degli ospiti, preparandoli ad un graduale inserimento nel mondo “altro”. A Subha, Will non è rimasto molto tempo, suscitando la preoccupazione di Anantram, che alla fine si è arreso. Tutto sommato, Will se l’è cavata abbastanza bene.

Qualcosa però va storto. «Da quando aveva lasciato l’eremo di Subha aveva mantenuto la situazione sotto controllo ed era certo di non aver commesso errori. Non commetteva mai errori, lui, perché analizzava tutte le opzioni e decideva in base ai risultati. Il suo cervello andava veloce e riusciva a prefigurare gli scenari che derivavano da ognuna delle alternative» (p. 17). Ma gli è venuta l’influenza! E tutto è saltato. Il suo quoziente intellettivo di 180 non gli permette di gestire una simile situazione, né di tenere a bada le proprie fisime, tanto meno di comprendere quella realtà in cui è stato catapultato, dove non servivano a nulla le certezze della sua innata intelligenza matematica.

Sarà “l’intelligenza emotiva” di Dora, una badante rumena cinquantenne, anche lei alle prese con la gestione di un passato diversamente difficile, che, pur nell’impossibilità di cogliere pienamente ciò che si nasconde nella mente del ragazzo, accoglierà Will al netto delle sue problematiche, comprendendo la sua urgenza di comunicare, nonostante le apparenze. Sarà Dora a ospitarlo,  debole e febbricitante, nel suo misero monolocale; di fronte alle domande della donna «Will sospirò. Uno dei suoi problemi era che non poteva mentire. Neppure se fosse stata una questione di vita o di morte. Mentire gli mandava il cervello in cortocircuito. Poteva aggirare la domanda, poteva evitare di rispondere, però non poteva in alcun modo mentire. A Subha non veniva considerato un gran problema, ma fuori di lì si era subito accorto di quanto fosse grave» (p. 29). 

Anche la routine di Dora è scardinata dall’incontro con Will. I suoi pensieri combattono in nome della verità, una verità urticante, da ammettere a bassa voce: «L’arrivo del ragazzo era semplicemente un caso della vita, non c’era motivo di rifiutarlo. Guadagnare qualcosa non le dispiaceva. Se poi il ragazzo era un delinquente, pazienza (…). Non fare la furba, Dora. La realtà è che quando torni a casa c’è qualcuno ad aspettarti. Uno che non ti guarda negli occhi, che non dice una parola di sé, uno piovuto dal nulla. Ma è sempre qualcosa» (p. 33).

Il rapporto quasi materno di Dora con Will solletica al ragazzo percezioni sconosciute, che, seppur ricercate e desiderate da sempre, rimangono confusamente abbozzate, per l’incapacità di Will di definire e gestire qualunque sentimento.

Eppure, quell’abbozzo di vita familiare, lo fa stare bene. Gli risuonano le parole che tante volte Anantran gli ha ripetuto, cioè che la realtà non può trasformarsi sempre in un algoritmo, quelle di Dora che trova inaccettabile il farsi credere morto. E poi le tante discussioni, ad esempio sulle rispettive stranezze («Ah, certo, le tue fisime contano più delle mie» — dice ad un certo punto Dora. «Il mio cervello non funziona come quello degli altri» — replica Will, per giustificare quando sistema venti volte le posate sul tavolo oppure piega e ripiega il tovagliolo o infine controlla che il sale e il pepe siano sempre allo stesso livello). Eppure «si sentiva in trappola. Come a Subha, peggio che a Subha. Perché allora era più debole ma anche più vuoto. Adesso c’erano parecchie cose che gli piacevano, cose che avrebbe rimpianto» (p. 116). Prova a rilassarsi come solo lui sa fare, ripetendo mentalmente il suo numero perfetto di sessantacinque cifre, melodia che tante volte lo ha calmato, ma questa volta è diverso. «Quelli come Will hanno necessità  di una routine ma non tollerano la normalità» (p. 119). E Will fugge via.

Dora rivedrà “il suo ragazzo” al funerale di Anantram, a Cambridge. Soltanto allora, la donna riempirà di senso quella vuota sequenza di gesti visti fare tante volte a Will: «uno due mano destra sulla spalla sinistra, mano sinistra sulla spalla destra, uno due» (p. 73). Dora comprenderà, è la ‘formula’ di un abbraccio. Anche Willl comprenderà, non distogliendo lo sguardo da quello di Dora che lo fissa.









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