domenica 01 febbraio 2026


21/12/2025 09:43:49 - Manduria - Cultura

Le ricerche effettuate dal Mele in quei territori definiscono attive le manifestazioni del fenomeno e i relativi rituali terapeutici, anche musicali, fino agli anni 40-50 del Novecento

Il tarantismo come esito di una ricerca storiografica attenta e puntuale, ma anche risultato di indagini sul campo, nei territori di Manduria e di Sava: interviste, documenti d’archivio, raccolta di canti popolari e tarante. Questo e tanto altro è l’ultimo lavoro di Gianfranco Mele, sociologo, studioso di tradizioni popolari e di etnobotanica, dal titolo “ ‘Lu fazzulettu mia chinu ti rosi’. Il Tarantismo a Manduria e a Sava: note storiche ed etnografiche”, Prefazione di Sandra Taveri.

In un contesto in cui — come scrive la prof.ssa Taveri — «sarebbe più realistico parlare di “tarantismi”»,  nasce la necessità di ampliare l’orizzonte spaziale indagato ne “La Terra del rimorso” di Ernesto De Martino, il quale àncora la sua ricerca sul tarantismo nel basso Salento. Il celebre ricercatore infatti, nella sua indagine conoscitiva, meritoria per tanti aspetti, riprende quanto dichiarato dallo storiografo ed etnografo leccese Luigi Giuseppe De Simone circa la figura di Francesco Mazzotta. Questi, un violinista cieco di Novoli considera il suo paese «una sorta di patria elettiva del tarantismo e della musica per le tarantate», e si rifiuta di prestare la propria opera in determinati luoghi, fra cui Manduria e Sava, perché  — egli afferma —in essi la tradizione musicale terapeutica del tarantismo è ridotta a un solo motivo.

Al contrario, le ricerche effettuate dal Mele in quei territori definiscono attive le manifestazioni del fenomeno e i relativi rituali terapeutici, anche musicali, fino agli anni 40-50 del Novecento. La posizione assunta dal Mazzotta porta l’Autore a chiedersi in quale misura la sua descrizione sia veritiera, oppure «originata da campanilismo e/o rivalità nei confronti dei musicanti di altri luoghi, delle loro arie e tradizioni».

Numerosi nel testo del Mele i riferimenti alla nostra città. Fra gli altri, un verbale risalente al 1723 relativo a un processo del Tribunale del Santo Officio di Oria nel quale è citato un giovane manduriano tarantato, tal Francesco Malagnino, perseguito però per altro reato (superstizione). Questa circostanza — scrive l’Autore — mette in luce la posizione della Chiesa nei confronti del fenomeno: «una malattia effettivamente provocata dal veleno di un ragno e perciò indipendente dalla volontà e dal credo religioso di chi ne era affetto», salvo poi giungere nel XVIII secolo a una sorta di sincretismo religioso, indicando la devozione a San Paolo e il pellegrinaggio nell’omonima basilica di Galatina come «rimedio al male».

Tante le opere di studiosi manduriani del passato analizzati dall’Autore: lo “Zibaldone medico” di Flaminio Arnò, in cui il fenomeno del tarantismo viene ricondotto a un “delirio”; il “Saggio chimico-medico sull’acqua minerale di Manduria” di Salvatore Pasanisi, il quale, riferendosi al fonte posto nella grotta della Madonna della Misericordia, scrive di un’acqua che cura i “deliri melancolici”, a cui egli riconduce un certo tipo di tarantismo. Elementi di novità sono individuati dal Mele negli scritti di Eugenio Arnò, il quale distingue un tarantismo secco e un tarantismo umido, in cui il ballo che cura il male avviene presso sorgenti d’acqua; nell’opera di Giuseppe Gigli “Superstizioni, pregiudizi e tradizioni in terra d’Otranto”, per l’interesse che suscita il ballo presso un crocicchio o un trivio (anziché fra le mura domestiche), azione questa che racchiude in sé la dimensione magica e sacrale di questi luoghi; negli appunti di Michele Greco, “Superstizioni medicamenti popolari tarantolismo”, in cui il Greco, oltre a individuare ben 21 motivi musicali (contraddicendo il Mazzotta), descrive la tracciatura di un cerchio sul terreno da parte del tarantato,  a delimitare uno spazio protettivo entro cui muoversi; infine, nella commedia “La tarantata” di Leon Lacaita, in cui alcunefigure risultano facilmente identificabili con personaggi della Manduria dei primi decenni del Novecento, a cominciare dalla stessa tarantata (Immacolata Gentile) fino al violinista (“Peppu Cicatu”, “Giuseppe Esposito”) e al sacerdote (“papa Tori”, don Salvatore Greco). 

Scarsa e frammentaria la documentazione sul fenomeno del tarantismo a Sava, dove esso sembra essersi estinto precocemente o, più semplicemente  — come scrive l’Autore — «si tratta di un territorio trascurato» dagli studiosi. Tracce informative residuali si trovano in alcune opere storiche che riportano  “a latere” i nomi di due soldati savesi arruolati nella Grande Armata Napoleonica al comando del Murat, uno di quali, Daniele Mero, tornato cieco dalla spedizione, diviene suonatore di violino nel rituale terapeutico musicale delle tarantate a Sava e dintorni.

Con la figura di Daniele Mero, si delinea un profilo tipizzato di suonatore per tarantate, ossia un musicista affetto da cecità: Francesco Mazzotta di Novoli, Peppu Cicatu di Manduria, Pascali lu ciecu di Lizzano e altri, quasi un «retaggio» — scrive il Mele — dell’antica credenza che accomuna nella condizione di cecità poeti, cantori e indovini come «segno della loro capacità di vedere “oltre”», e quindi particolarmente idonei a guarire i tarantati.  

Ai suonatori e agli strumenti musicali utilizzati in questi rituali è dedicato un breve capitolo del libro: oltre al  tamburello, violino, mandolino e chitarre, troviamo anche la “cupa-cupa”, uno strumento tipico della tradizione musicale popolare savese (e meridionale), costituito da una cassa di risonanza (generalmente un recipiente in terracotta), coperta da una membrana tesa, in pelle o in tela, al centro della quale una canna inserita in un foro produce, per frizione, un suono molto basso.

Chiudono il libro due Appendici riguardanti, rispettivamente, i canti popolari e i cantastorie nella tradizione musicale savese negli anni che vanno dall’Ottocento a metà Novecento.

 

Le foto che accompagnano l’articolo si riferiscono alla serata della presentazione del libro presso la Biblioteca San Francesco – Sava.