Hanno relazionato Ettore Tarentini, Gabriella Andrisano e Giovanni Sammarco
Ecco il resoconto dell’attività di formazione e informazione che l’associazione “Plinio il Vecchio” ha tenuto nella settimana appena trascorsa.
Martedì 3 marzo e mercoledì 4 marzo: ing. E Tarentini “Il diritto di esistere dell’Homo Sapiens al tempo dell’intelligenza artificiale”

Con l’ottavo incontro il relatore ha inteso definire il rapporto tra uomo e società e il significato stesso di società quale artefatto sostanziale di logiche ed azioni algoritmiche. Sono stati descritti i tre possibili approcci al rapporto uomo società:
- da quello etico-individuale, in cui la società è la somma dei comportamenti degli individui che la compongono; il modello proposto da L. Tolstoj, nel suo racconto della stanza buia, dal Mahatma Gandhi, col suo invito morale individuale, da H. Arendt, con la sua negazione del” Io non c’entro!”
- quello strutturale, in cui le istituzioni economiche, politiche e culturali determinano, in larga misura, i comportamenti individuali; modello proposto da K. Marx, da E. Durkheim, che dota i “fatti sociali” di una loro forza, e di P. Bourdieu ed i suoi “habitus”
- quello intermedio, con una spiccata integrazione tra individui e strutture; il modello di M. Weber e le sue “azioni sociali significative”, e di A. Giddens, con la sua “teoria della strutturazione”.
Quindi il relatore ha sottolineato che se, in passato, comprendere la società significava comprendere istituzioni, economia e media, oggi significa comprendere i sistemi di IA che organizzano visibilità, decisioni e distribuzione delle opportunità: la società contemporanea è sempre più una società algoritmica. L’IA rappresenta l’ambiente cognitivo collettivo; si può parlare quindi del passaggio storico al “regno dell’IA”.
Nel nono incontro a seguire il relatore ha introdotto il tema della battaglia tra uomo e IA che poi, alla luce di quanto sviluppato nell’incontro precedente, altro non è che una lotta tra individuo e società. Ma non esiste una battaglia di tal fatta; la vera battaglia è contro la superficialità e l’ignoranza con cui l’uomo usa la IA.
Riprendendo i temi già sviluppati, la vera battaglia non è esterna ma completamente interna all’individuo; è la lotta, dentro l’uomo, tra due modalità di stare al mondo: funzionare o esistere.
Mutuando il pensiero di Banasayag, funzionare, come la società dell’algoritmo pretenderebbe, non è esistere; “la vita non è un problema da risolvere, ma una condizione da abitare.”
Il rischio non è che le macchine “diventino umane”, ma che gli esseri umano accettino di ridursi a ciò che funziona meglio, rinunciando a ciò che da senso.
Vi sono tracce esplicite ed evidenti di questa lotta interiore tra funzionare ed esistere nella cultura e nella poesia moderne; da G. Leopardi a E. Montale, da T.S. Eliot e F. Pessoa fino a E. Dickinson.
Il relatore ricorre poi, per sostanziare questa lotta interiore dell’uomo, ai contributi di Byung-Chul Han con la sua “Società della Stanchezza”, di Hartmut Rosa con la sua “Risonanza e vita buona” ed infine, ma soprattutto, alle potenti suggestioni di Hanna Arendt suo “Eichmann o della banalità del male”.
Come per l’ottavo incontro, che si è concluso sulle note e sul potente testo profetico di “The sound of silence” di Simon e Garfunkel, del 1964, il nono incontro si conclude sulle note e sull’attualissimo ed emozionante testo di “Vivere” di Vasco Rossi. del 1993; quasi che il linguaggio musicale possa meglio fissare i capisaldi di un modo di vivere e comprendere la modernità.
Giovedì 5 marzo dr.ssa M. G. Andrisano “Io sono: percorsi di mindfulness e autenticità”

Nell’incontro si entra nel cuore della mindfulness: Imparare ad allenare la presenza mentale per raggiungere la consapevolezza, la saggezza.
La presenza mentale è il miracolo che ci permette di recuperare noi stessi e le nostre forze, richiamando la mente dispersa e ricomponendola.
La presenza mentale è perciò contemporaneamente seme e frutto.
È seme quando, praticandola, sviluppa la concentrazione, ma è frutto poiché se c’è presenza mentale c’è consapevolezza, c’è vita.
Il ponte che unisce il corpo ai pensieri, che connette la vita alla coscienza è il respiro. Imparare a respirare, per arrivare alla presenza mentale, è il passo più importante per una vita piena in ogni istante.
E che il respiro fosse un ponte tra il visibile e ciò che non lo è, era chiaro già cinquemila anni fa, quando le prime civiltà iniziarono ad interrogarsi sui misteri dell’esistenza.
la respirazione non solo funzione biologica ma veicolo, ponte, tra il microcosmo dell’individuo e il macrocosmo, cioè l’universo.
La consapevolezza del respiro è una pratica che permette di raggiungere la consapevolezza, la saggezza, la trasformazione della coscienza mai sviluppata.
Il respiro come porta d’accesso diretto alla pura consapevolezza.
Ed esiste uno straordinario panorama di tradizioni respiratorie che attraversa continenti e millenni: ogni cultura umana ha riconosciuto nel respiro qualcosa di sacro.
Oggi, quando la mindfulness ci fa focalizzare sul respiro non stiamo che attingendo all’immenso patrimonio di saggezza che attraversa cinquemila anni di evoluzione spirituale umana.
Venerdì 6 marzo, prof. Giovanni Sammarco “Natura e dignità dell’uomo in poesia”

L' incontro di questa settimana è stato incentrato nel dramma del vivere di Napoleone Bonaparte. Egli morì il 5 maggio 1821, nell' isola di S. Elena, in esilio. La notizia fu riportata dalla Gazzetta di Milano il 16 luglio e si sparse la notizia che Bonaparte era morto cristianamente. Ciò provocò una profonda da commozione in Manzoni che scrisse l’ode "il cinque maggio" in soli tre giorni, dal 18 al 20 luglio 1821. L' ode fu divulgata in tutta Europa, ma fu censurata dal governo austriaco. Essa fu tradotta in tedesco anche dal Goethe. Correva voce che avesse ricevuto in punto di morte i sacramenti della Chiesa cattolica. Durante la malattia lo stesso Napoleone richiese la presenza di sacerdoti cattolici.Ebbe anche l’estrema unzione e la confessione con l’abate corso Vignali.Col tempo egli si convinse che il cristianesimo dava conforto e consolazione. Spesso però i motivi politici erano più forti di quelli religiosi tanto che si giunse all' arresto del pontefice Pio VII°. La genesi dell’ode la spiega lo stesso Manzoni in una sua lettera a Cesare Cantù.
Già il primo verso evidenzia la grandezza terrena di Napoleonema anche la sua caducità. (Ei fu). Il perfetto indica l'inutile valore della gloria terrena di fronte alla grandezza di Dio. Il poeta scandaglia il mondo interiore del personaggio che traduce in versi chiari e luminosi tanto che furono chiamati " barocco manzoniano". Il ritmo settenario e la presenza di sdruccioli nei versi dispari fotografano la velocità dell’azione di Napoleone. Ribadisce la funzione del poeta già espressa nel Canto in morte di Carlo Imbonati. Egli si è mantenuto libero dalla colpa di un elogio servile quando Napoleone era al massimo della gloria ma anche libero da un vile oltraggio contro il vinto. I contemporanei non possono dare un giudizio equilibrato sulla grandezza terrena dell’imperatore. Solo i posteri potranno giudicare. Ma tutta la grandezza terrena "sparve", nulla è di fronte alla grandezza dell’eterno. Sul punto di morte i ricordi ritornano alla memoria, ma lo spirito affannato si dichiara vinto e dispera della salvezza. Ma una valida mano gli viene in soccorso dal cielo e lo premia con un dono che mai avrebbe sperato. Mentre tutti i mortali nel momento della morte dell’imperatore sono assenti, solo Dio si posa accanto a lui e lo porta con sé. Attraverso il dolore anche Napoleone viene salvato, la sofferenza non è fine a sé stessa ma mezzo di redenzione come già era capitato con Adelchi e il conte di Carmagnola.
Prossima settimana:
martedì 10 marzo: prof. E. Franco “Dalla parola all’immagine: lettura lenta e profonda dei testi”
mercoledì 11 marzo: dr. S. Fella “Gli animali, esseri senzienti ed il loro diritto di vivere”.

