Antichissima la pratica devozionale, tuttora molto partecipata, consistente nel recarsi quotidianamente (o, se impossibilitati, un giorno alla settimana) a piedi presso la Cappella dell’Annunziata, recitando con intenzione il S. Rosario durante il tragitto, per tutto il mese di marzo: “lu mesi ti Criŝtu”

Collocata dal Tarentini[1] fra le “Chiese e Cappelle esistenti fuori l’abitato”, esattamente a «50 metri circa dall’abitato e posta a Nord-Est dello stesso e proprio quasi a metà di quella via che da S. Eligio porta al Fonte», la Cappella della SS. Annunziata o Crocifisso dell’Annunziata attualmente è completamente inserita nel tessuto urbano e la strada sulla quale insiste è denominata via Fonte Pliniano.[2]
Sulla sua antichissima origine non vi sono dubbi. Il Tarentini riporta alcuni passi dei manoscritti di p. D. Saracino e di Gregorio Schiavoni. Il primo, nella sua “Breve descrizione dell’antica città di Manduria, oggi Casalnuovo” (1741), si sofferma a precisare l’esistenza nella chiesetta di «un’immagine d’un “Ecce Homo” molto miracolosa, quale di continuo viene adorata da questo popolo e ne riceve moltissime grazie»; lo Schiavoni, nella sua opera “Ricerche sulla fondazione della città di Manduria” (XVIII secolo), definisce la Cappella «di greca fabbrica e di greco pennello» e «risalente ai tempi della Manduria cristiana».
Antichissima anche la pratica devozionale, tuttora molto partecipata, consistente nel recarsi quotidianamente (o, se impossibilitati, un giorno alla settimana) a piedi presso la Cappella dell’Annunziata, recitando con intenzione il S. Rosario durante il tragitto, per tutto il mese di marzo: “lu mesi ti Criŝtu”.
Marzo mese del Signore dunque, durante il quale si vive un tempo forte di conversione, quello quaresimale. È proprio durante i Venerdì di Quaresima (“Venerdì ti Passioni”) che maggiormente i pellegrini si recano alla chiesetta, conosciuta anche come “Crucifissu ti la Nuziata”. Al centro di tale pratica è la fede genuina verso il simbolo assoluto della Passione di Cristo, il Crocifisso,[3] davanti al quale tutto è pathos, silenzio e preghiera: “Piaca ti Diu ca ta la l’aggia fatta iu, / e pi li mia peccati spalancasti lu Tuo custatu / e la teŝta Tua sacrata, / fuèi ti spini ncorunata. / Gesù mia Redentori / muristi an croci pi lu mio amori!” (Angela A., fonte orale della preghiera).
Interessante quanto riferito dalla signora Gina R., che ringraziamo per la sua testimonianza:
«Lu mesi ti Criŝtu era prima ca si facìa a piedi, ognunu ti casa nostra vinìumu a piedi, moni cu li macchini è un’altra cosa, e durante la ŝtrada che vinìumu, ticìumu lu Rusariu. Era tutto lu mesi ti marzo dal primu finu all’urtumu, o chiuìa o cenca facìa facìa, perché oramai quedda era tradizione ca s’era fari.
Per esempio moni ancora ncuna criŝtiana grandi, magari chiù granni di mei, ca iu tegnu già ottant’anni puru (…) moni ogni tantu nni ncontru ncuna, pia e fazzu ‘ma questa è ancora criŝtiana…».
L’interno della Cappella dell’Annunziata ha subito innumerevoli rifacimenti nel corso dei secoli, fra i quali la demolizione nel 1663 dell’altare del SS. Crocifisso[4] e la conseguente distruzione del dipinto dell’ “Ecce Homo” che lo
sormontava; successivamente si ebbe la perdita dell’affresco raffigurante S. Anna in atto di fare scuola alla Vergine, che si trovava a sinistra dell’altare centrale.
Al netto delle notizie certe contenute nelle visite pastorali, dalla seconda metà del ‘600 la conoscenza dei fatti storici relativi alla Cappella diviene alquanto lacunosa. Verosimile è un rifacimento settecentesco, al quale si fa risalire la costruzione dell’altare maggiore e la realizzazione di un Crocifisso in legno, successivamente andato perduto.
Nel 1895, sacerdote Salvatore Greco, un anonimo benefattore permise una completa ristrutturazione della Cappella (della quale scriveremo nella seconda parte).
Allo stato attuale, sulla parete laterale destra, subito dopo l’ingresso, è presente un antico dipinto, olio su tela (120x82), datato dal Guastella[5] al terzo decennio del secolo XVII, raffigurante San Liborio, vescovo di Le Mans in Francia. In basso a destra, troviamo l’iscrizione ‘San Liborius / Episco: Cenomanen’ (antico nome latino di Le Mans). Ignota la provenienza e le vicende che hanno portato nella Cappella la statua, attribuibile verosimilmente a Giovanni Papagiorgio (1641-1680), pittore ateniese che visse e operò a Manduria (città della moglie Perna Durante). Tale attribuzione è suggerita dall’impianto compositivo (figura in primo piano con il paesaggio sullo sfondo) e dai tratti somatici tipici delle figure del Papagiorgio.
Avanzando lungo la navata, troviamo una nicchia costruita per iniziativa di alcuni fedeli, in cui è collocata una scultura di Cristo legato alla colonna. La statua, di autore ignoto, è datata dal Polito[6] alla seconda metà del XIX secolo, è in cartapesta dipinta e narra l’episodio di Gesù flagellato e legato a una colonna. Probabilmente il simulacro veniva utilizzato in passato durante i riti della Settimana Santa. Il corpo del Cristo, emaciato e sofferente, è ricoperto da un perizoma bianco annodato ai fianchi. La scultura è stata oggetto di restauro, nel 1960 e nel 1980, ad opera del manduriano Ettore Marzo.
Alla fine della navata, è uno dei due altari laterali eretti durante la ricostruzione di fine ‘800. Attualmente su di esso è affisso un quadro che riprende il soggetto dell’ “Educazione della Vergine”.
Sulla parete sinistra, dopo l’ingresso, si osserva un’antica immagine raffigurante la Madonna con Bambino, di datazione cinquecentesca, della quale scrive Giuseppe Pio Capogrosso in un articolo online (https://www.manduriaoggi.it/?news=38282). Lo studioso ritiene che la pittura murale rinvenuta nella Cappella sia iconograficamente ascrivibile ad un ambito ben preciso, quello bizantino della “Odigitria Aristocratousa”. Si tratta di un modello ricorrente nella Chiesa Orientale, nel quale la Vergine, che si presenta in posizione frontale, indica il Bambino con la mano destra, mentre lo sorregge con il braccio sinistro. Il Bambino, anch’Egli in posizione frontale, appare con la mano destra benedicente alla greca (pollice e anulare che si toccano, mentre indice, medio e mignolo rimangono alzati), mentre con la sinistra regge una pergamena, a simboleggiare la sapienza. Questi elementi iconografici — secondo Capogrosso — confermano l’origine bizantina (quindi antichissima) della Cappella.
Sull’altare di sinistra, all’epoca del Tarentini, era collocato un Crocifisso raffigurante in maniera discretamente plastica il Cristo morente in croce secondo l’iconografia tradizionale, con una corona di spine in testa e con lo sguardo sofferente rivolto al cielo. Realizzato in cartapesta dipinta, un cartiglio con la scritta J.N.R.J. sul braccio verticale della croce,[7] il Crocifisso è attualmente collocato sull’altare maggiore della Chiesa Madonna del Rosario, dopo essere stato opportunamente restaurato. Al suo posto, nella Cappella, troviamo un Crocifisso in legno di diversa fattura.
L’antico Crocifisso era corredato, ai lati, da due dipinti, entrambi olio su tavola, raffiguranti la Vergine Addolorata e S. Giovanni Evangelista, tuttora esistenti. Il Guastella, nella sua opera,[8] li definisce entrambi di ambito manduriano e li data alla fine del XVIII secolo.
Al tempo del Tarentini, sull’altare principale era collocata una tela raffigurante l’Annunciazione, che attualmente si trova sopra il portone d’ingresso. Si tratta dell’ “Annunciazione di M. Vergine” dipinta da Giovanni Filotico. È un olio su tela di grandi dimensioni (147x200) e in basso a sinistra reca l’iscrizione ‘Gio: Filotico Pinse / Anno 1842’.
Durante l’ultimo restauro, è stata ripristinata sull’altare maggiore una pittura più antica, rinvenuta dietro la tela del Filotico. È una pittura di buona qualità, raffigurante anch’essa l’ “Annunciazione”. Maria è a destra, con lo sguardo rivolto verso il basso e le braccia aperte ad accogliere l’annuncio; indossa un abito di colore rosso scuro e il mantello di colore celeste. Di fronte alla Vergine è l’Arcangelo Gabriele, il cui braccio sinistro è proteso a indicare il Signore verso cui punta l’indice della mano sinistra. In alto, nel mezzo di una nube campeggia la figura di Dio padre benedicente, che osserva la scena sottostante, e la colomba dello Spirito Santo. Sullo sfondo si intravede un elemento vegetale.
Ringraziamo il parroco della chiesa Madonna del Rosario, don Federico Vincenti, per la sua cordiale disponibilità e per il contributo dato all’articolo con le notizie riferite e il prof. Nicola Morrone, studioso e socio Archeoclub, per i preziosi suggerimenti e le informazioni condivise relativamente alla Cappella.
BIBLIOGRAFIA
BRUNETTI Pietro, Manduria-Casalnuovo, Le strade, le piazze, Italgrafica edizioni, Oria 2004;
GUASTELLA Massimo, Iconografia sacra a Manduria, Barbieri, Manduria 2002;
POLITO Salvatore, La cartapesta sacra a Manduria, CRSEC, Manduria 2002;
SCHIAVONI FILO F., – ANNOSCIA M., …tra i segni di tanta vita e di tanta storia Manduria in immagini e documenti fra ‘800 e ‘900, TM editrice, Manduria 1994 (da cui è tratta la foto storica).
TARENTINI sac. Leonardo, Manduria Sacra, nuova edizione a cura di Elio Dimitri, Barbieri, Manduria 2000.
[1] L. Tarentini, “Manduria Sacra”, nuova edizione a cura di Elio Dimitri, Barbieri, Manduria 2000, pp. 51-54.
[2] La via ha cambiato denominazione più volte. Nel Catasto Onciario del 1756 è indicata come ‘strada della SS. Annunziata; nel 1879 troviamo la denominazione ‘via Crocifisso’, con riferimento proprio alla chiesetta. Cfr. P. Brunetti, “Manduria-Casalnuovo, Le strade, le piazze”, Italgrafica edizioni, Oria 2004, p. 45, alla voce ‘Fonte pliniano, via’.
[3] Seppur molto antico, il culto del Crocifisso sembra essere iniziato nel periodo compreso tra fine XVIII e inizi XIX secolo, mentre precedentemente era vivo il culto per l’Annunciazione (ne scriveremo nella seconda parte). A conferma di ciò, anche la variazione ottocentesca della denominazione stradale, vd nota precedente.
[4] Esso era posto a destra dell’altare centrale, dove attualmente si trova la porta che conduce ai lastrici solari. Inizialmente il vescovo De Los Reyes sospese l’altare, perché troppo angusto, e anche l’intera cappella, perché priva dei paramenti necessari. Tuttavia, nonostante il divieto, i fedeli continuavano ad andarvi in pellegrinaggio proprio per venerare l’ “Ecce Homo”.
[5] M. Guastella, “Iconografia sacra a Manduria”, Barbieri, Manduria 2002, p. 309.
[6] S. Polito, “La cartapesta sacra a Manduria”, CRSEC, Manduria 2002, p. 128.
[7] S. Polito, op. cit., pp. 128-129. Il Polito lo dice di autore ignoto; da elementi emersi in fase di restauro si evince essere opera di G. Manzo.


