lunedì 30 marzo 2026


30/03/2026 09:26:13 - Manduria - Cultura

Le regole del digiuno prevedevano per i ragazzi dai 14 anni in su l’astinenza dalle sole carni (erano permessi uova e latticini), mentre per i fedeli adulti (dai 18 ai 60 anni di età) vigeva il digiuno ecclesiale, consistente nel consumare un solo pasto durante tutta la giornata

La Domenica della Palme appena trascorsa aveva inizio l’astinenza alimentare (a Manduria “no ssi ‘ncammarava”).

La chiesa cattolica pratica il digiuno ecclesiastico e si astiene dalle carni come forma di partecipazione alla Passione e Morte del Signore. Attualmente tale pratica, anche se non è completamente scomparsa, si presenta molto meno sentita e seguita che in passato.

Anticamente, si mangiava di magro, la carne e le uova erano vietate e il formaggio sulla pasta veniva sostituito con un condimento a base di acciughe e mollica di pane fritta: «Durante la Settimana Santa si digiunava, non si mangiava carne né formaggio, e cu šta mollica di pane fritta e con le acciughe [si condiva la pasta] cinca putìa èssiri, ci no si l’era a manciari puru senza pani» (A.M.)

Le regole del digiuno prevedevano per i ragazzi dai 14 anni in su l’astinenza dalle sole carni (erano permessi uova e latticini), mentre per i fedeli adulti (dai 18 ai 60 anni di età) vigeva il digiuno ecclesiale, consistente nel consumare un solo pasto durante tutta la giornata: «si faceva il digiuno e si mangiava una volta al giorno, a mezzogiorno, e poche volte la sera per fare il digiuno, e poi dal mezzogiorno alla sera non dovevi mangiare niente, pure dalla mattina al mezzogiorno (…), mangiavamo la pasta, la verdura, il pesce, il pane… la carne no (…) perché Gesù era di “passione” ed era tutta la Settimana Santa» (T.E.).

Nonostante l’astinenza alimentare i primi giorni della Settimana Santa, tra Lunedì e Mercoledì, erano tradizionalmente dedicati alla preparazione di dolci tipicamente pasquali, le puddiche e le scarcedde, in quantità sufficiente a riempire le ceste da portare in chiesa (da consumare però a Resurrezione avvenuta).

Le puddiche e anche le scarcedde  si impastavano con al centro un uovo, solo che le prime erano speziate e fritte nell’olio, le altre fatte di pasta dolce e cotte nel forno: «quiddi giurni li crištiani èrunu ndaffarati, ca facìunu li puddichi e li scarceddi (…), anchìunu li sporti e ni facìunu moti, mota pasta e picca oi, quiddi crištiani comu a nui, quiddi cchjù poveri. Quiddi cchjù ricchi già la zziccàunu a fari toci» (G.A). Insomma, la differenza fra ricchi e poveri si notava anche dalle scarcedde: le persone più povere preparavano delle grandi puddiche con un piccolo uovo, mentre i più abbienti preparavano i biscotti e delle grandi scarcedde dolci con almeno tre uova.

Vi è il ricordo di un episodio tramandato da tempi ancora più antichi, riguardante un contadino padre di famiglia molto povero che, per assicurare una scarcedda ai propri figli il giorno di Pasqua, chiese al sacerdote la confessione, durante la quale gli fece intendere di non sapersi controllare dalla rabbia che a volte gli veniva improvvisa; alle rassicurazioni del sacerdote replicò che proprio allora gli stava succedendo; sentendo ciò, il sacerdote, spaventato,  abbandonò il confessionale e l’astuto padre di famiglia poté portare via impunemente dalla chiesa il cesto con dentro le scarcedde donate dai fedeli: «nc’era na famija povera, povera, povera, ca lu cuntava la nonna mia štu fattu, e tici ca li agnùni chiancìunu “e mancu li scarceddi, e mancu li scarceddi” (…) a quedd’epochi, tici ca ntra la chiesa si mintìunu li sporti e cinca scia purtava na scarcedda, cinca li tinìa no, ca cinca no li tinìa maramei, ni facìunu toi pi casa loru, cce bbatàunu cu li portunu alla chiesa? (…) tici ca lu siri ti quiddi agnùni (…) ntra lu confessionali (…) è dittu “padre, jù quannu mi ènnu quiddi attacchi, ci mi ccappa nanti scannu (…) padre mio, padre mio, mo mi šta bbeni”, lu padre se n’è sciùtu ti ntra lu confessionali (…) quddu è cciaffata la sporta ti scarceddi e ni l’è purtata, srai ca ncinn’era cinqu, sei (…) è sciutu a casa e a lli agnùni è dati li scarceddi» (G.A.).

Simbologia dell’uovo: note antropologiche — La presenza delle uova nelle puddiche e nelle scarcedde rimanda all’idea della rinascita, di una nuova vita, in ultima analisi alla Resurrezione: il termine scarcedda deriva infatti dalla necessità di ‘scarcerare’, di liberare le uova ‘intrappolate’ tra le strisce di pasta (in senso figurato è la rinascita.

Come elemento simbolico, l’uovo è fortemente presente nei riti di primavera in tutte le culture e in tutte le epoche. In molti riti pagani, le uova erano legate al ritorno della primavera, stagione di rinascita di tutta la natura, ritorno alla vita e alla luce dopo i freddi mesi di buio invernale.

Storicamente, l’uso di regalare uova per celebrare l’inizio della primavera (il dono delle uova avveniva in occasione del relativo equinozio) è molto antica e risale a prima del cristianesimo. Era un’usanza invalsa già presso gli antichi persiani, cinesi, egizi e successivamente anche presso i greci; i romani usavano colorare di rosso le uova e sotterrarle nei campi per propiziarne la fertilità e l’abbondanza del raccolto.

In linea generale, essendo l’uovo “contenitore” di vita per molti animali, esso è da sempre stato considerato simbolo universale di fecondità, di vita eterna e di resurrezione: dall’interno di un involucro chiuso (il guscio) viene fuori una nuova vita (maturata nel tempo).

Relativamente alla simbologia cristiana, l’idea ancestrale del guscio in cui risiede il germe della vita è passato a significare il sepolcro dal quale Cristo è risorto, quindi non solo la rinascita primaverile della natura, ma di Cristo e dell’uomo stesso.

A questo proposito, la tradizione orale tramanda una leggenda secondo la quale Maria Maddalena si recò dall’imperatore Tiberio presentandogli un uovo, per annunciare la Resurrezione di Gesù; all’incredulità di Tiberio circa la possibilità di risorgere dai morti (la stessa possibilità per quell’uovo mostratogli di diventare rosso), quell’uovo assunse improvvisamente proprio quel colore, a simboleggiare il sangue versato  da Cristo per la redenzione dei peccati dell’umanità (questa narrazione è molto sentita nella tradizione religiosa ortodossa).

Il cadere della Pasqua cristiana all’inizio della primavera ben si è prestato, nel corso dei secoli, ad assimilare tutto il simbolismo associato alle uova e ai riti legati a questa festività.[1]

Accompagnano l'articolo: due immagini della “Pala di Brera” di Piero della Francesca, nella quale l'uovo simboleggia, fra l'altro, la Resurrezione; immagine di un'icona tradizionale ortodossa raffigurante Maria Maddalena con un uovo rosso in mano; foto di due uova colorate di rosso (utilizzando bucce di cipolla di Tropea) gentilmente fornita da una signora di fede ortodossa; foto delle tradizionali scarcedde.

 

Bibliografia

MANCINO Anna M. Stella, “La Settimana Santa a Manduria”, in Quaderni Archeo, N. 9, maggio 2018, pp. 251-286.

 

[1]  Se come simbolo di Resurrezione è associato alla festa di Pasqua, il mito dell’uovo come origine della vita è presente nelle cosmogonie di molte culture ancestrali, che lo hanno ritenuto al centro della nascita dell’Universo. L’uovo diventa così “l’Uovo Cosmico” o “Uovo del mondo”, concetto espresso in innumerevoli miti ancestrali; nell’Alchimia, è “l’Uovo dei Filosofi”, strumento della trasformazione interiore, da materia grezza a oro filosofale (la Grande Opera); come origine del cosmo l’uovo è altresì alla base della cosmogonia dei misteri Orfici; infine, l’uovo è anche associato al femminile, perché è la donna a produrre l’ovulo il quale, fecondato, darà origine a una nuova vita.