A Manduria, il Giovedì Santo viene ricordato come il primo giorno “ti li funziuni” (= delle funzioni religiose legate alla Pasqua) e della visita ai “Sepolcri”. In passato, un elemento altamente simbolico nell’allestimento dell’Altare della Reposizione erano i cosiddetti “piatti di Crištu”, caratteristiche germogliature di cereali e leguminose, appositamente preparate in vaso

Il Giovedì Santo ha inizio il Triduo Pasquale, i tre giorni più ricchi di significato per la cristianità.
Si comincia con la celebrazione della ‘Messa in Coena Domini’, al termine della quale le Croci vengono velate (eccetto quella d’altare che viene levata), le campane, fatte suonare fino al ‘Santo’, rimangono silenziose[1] e gli altari ‘spogliati’ (a ricordo dello spogliamento di Cristo sulla Croce), tranne l’Altare della Reposizione.
L’Altare della Reposizione è il luogo in cui viene riposta e conservata l’Eucaristia al termine della funzione vespertina del Giovedì Santo fino al pomeriggio del giorno seguente. È esplicitamente previsto dalla liturgia cattolica che l’Altare della Reposizione sia diverso da quello dove si celebra l’Eucaristia, e che le particole siano conservate in un’apposita urna detta “Repositorio”, da cui poi saranno prelevate il Venerdì Santo, in considerazione del fatto che durante l’Azione liturgica della Passione non vi sarà consacrazione.
Anticamente, le ostie consacrate il giovedì venivano conservate in sacrestia. A partire dalla seconda metà del XIII secolo, con lo sviluppo della devozione al Santissimo Sacramento,[2] si diffuse la pratica della traslazione delle particole e la loro riposizione in un tabernacolo provvisorio, dove poter essere adorate. In seguito all’introduzione nella liturgia del Giovedì Santo dei simboli di lutto (legamento delle campane, spoliazione degli altari), il tabernacolo provvisorio venne impropriamente considerato dai fedeli il Sepolcro di Cristo, sebbene la Chiesa non ne avesse ancora celebrato la morte, e nonostante in esso fosse riposta l’Eucaristia, segno sacramentale di Gesù Cristo vivo e risorto. [3]
A Manduria, il Giovedì Santo viene ricordato come il primo giorno “ti li funziuni” (= delle funzioni religiose legate alla Pasqua) e della visita ai “Sepolcri”.[4] Dapprima la celebrazione della ‘Messa in Coena Domini’, il legamento delle campane e, al termine della celebrazione, l’adorazione dell’Altare della Reposizione. «Lu giovedì matina si ticìa la Messa, lavàunu li pieti a lli 12 apostuli e mintìunu Crištu allu Sepolcru». L’Altare della Reposizione veniva allestito con drappi violacei di sfondo oppure con pannelli fatti dipingere su commissione, raffiguranti immagini e scene sacre: «mintìunu na tela, allora ddani era tuttu comu nu filmatu fattu, ci lu facìa ti angeli, ci lu facìa ti Crištu, e puei tanti discepuli, ci li facìa cu tanti fiuri, ma noni fiuri veramenti, fiuri stampati (…) nc’era lu capu e l’operai ca pittàunu e ognunu lu facìa unu diversu ti l’otru, secondu comu pajàunu no, come spinnìunu, parìunu» (G.A.).
I piatti di Cristo — In passato, un elemento altamente simbolico nell’allestimento dell’Altare della Reposizione erano i cosiddetti “piatti di Crištu”, caratteristiche germogliature di cereali e leguminose, appositamente preparate in vaso (o altro contenitore) dai fedeli e collocati ai piedi dell’Altare il Giovedì Santo: «quasi ca ogni casa purtàva nu piattu ti Crištu, e lu purtàumu a lla chiesa o passava lu sacrestanu ca si li pijava» (C.A.).
I piatti di Cristo venivano preparati per tempo dai fedeli, seminando nel tufo grano, “ezza” (= veccia), lenticchie, ceci, “tolica” (= cicerchia), “tergi” (= orzo), piselli. I germogli che spuntavano venivano lasciati crescere in ambiente buio (in cantina o “sott’a llu limmoni”[5] in giardino), affinché, in assenza della luce, fosse inibito il processo di fotosintesi e rimanessero forzatamente bianchi: «pijàumu na bacinella ecchia ti smaltu, mintìumu lu tufu biancu, mintìumu šti simienti, puei mintìumu n’otru picca ti tufu, lu pricàumu e mintìumu l’acqua, tutti li seri; e allora quddu crišcia però sempri copertu cu no verdeggiava, ca s’era mantinìri sempri biancu, crišcia a llu scuru insomma» (C.A.).
Dalla semina sapientemente combinata di tali piante, potevano ottenersi bizzarre composizioni; ad esempio il grano e la veccia, seminati insieme davano germogli alti e filiformi (quelli del grano) frammisti ad altri riccioluti e pendenti (quelli della veccia). I vasi venivano poi ornati con profumatissimi fiori di stagione, soprattutto violaciocche e fresie (presenti in quasi tutti i giardini dell’epoca) oppure con un’immaginetta di Cristo: «si sintìa lu profumu ti li fresi, ca comu trasii ti sintii propria … nu profumu ti papi» (A.M.).
Era tanto l’impegno profuso dalle fedeli nella preparazione dei “piatti ti Criŝtu”, anche per superare in maestria le amiche e le vicine di casa: «si mintìunu a štizza a cinca l’era fari cchjù bellu» (A.M.). Ce n’erano infatti di spettacolari, assemblati utilizzando la struttura in metallo dell’antico lavabo di casa, per cui si ottenevano composizioni poste su piani differenti di varie dimensioni, una nella bacinella centrale, un’altra nel poggia piattino laterale, un’altra ancora nel poggia sapone: «e puei li piatti ti Crištu era na cosa…, nc’erunu quiddi ca nc’era lu primu, nc’era l’otru ti sotta, e puei n’otru a ncocchj; allora pija e facìunu quiddi piccinni piccinni e li mintìunu ddani, quddu sobbra e quddu sotta, li mintìunu. Lu sotta era tuttu cu la carta cu li pieghi, o lu pittàunu, e li facìunu tutti belli… quiddi rizzi cu la lenticchia, li cìciri (…) puei ncerti li facìunu cu lu cranu, ca lu cranu era trittu, puei ogni tantu assìa na cosa rizza, ti la lenticchia e puei ppinzàunu tutti li fiuri, tannu èrunu li violi, a tutti parti nc’èrunu li violi doppi, li fresi mintìmu, cinca tinìa crašti ti fresi, li purtàunu alla chiesa, lu profumu quannu trasii dda intra ti li fresi, ti li violi, quddu era lu profumu» (G.A.).
Suggestivo il ricordo dell’Altare che veniva allestito nella chiesa di San Benedetto, dove oltre al profumo dei fiori di stagione si distingueva un profumo di cannella: «a S. Benedetto si sintìa l’ardori ti cannella, a parti ti li fiuri, sia ca šta facìunu biscotti cu la cannella, ci mintìunu ncuna cosa… era l’unica [chiesa] ca si sintìa l’ardori ti la cannella» (G.A.).
Altrettanto apprezzato era l’allestimento nella chiesa dello Spirito Santo, dove venivano utilizzati raffigurazioni di angeli molto realistici: «quannu era, lu Spiritu Santu, lu cchjù meju era ddani, itii li angeli propria, li angeli ca si ni sta bbulàunu a ncielu, e puei nc’era lu sepolcru, pija e ti lu salutai [con la seguente preghiera]: “Sipolcru gloriosu, tuttu chinu di grande odore, e lu corpu tua preziosu stessi chiusu quarantottore; quarantottori a llu sipolcru pi me miseru peccatori, carne e ossa e carne pura, fu serrato in sepoltura e di lacrime bagnato dalla Vergine Maria”» (G.E.).
Trascorso il Giovedì Santo, i piatti di Cristo venivano riportati a casa, dove, tagliati i germogli in piccoli ciuffi, potevano essere offerti alle vicine di casa che ne erano sprovviste, ma anche avvolti in un foglio di carta e conservati sotto il letto oppure dietro l’uscio di casa, fino alla loro seccatura.[6] A quel punto venivano bruciati e mai buttati perché benedetti: «puei quannu passava lu Giovedi Santu lu purtàumu a casa [il piatto di Cristo] (…) lu tajàumu cu la forbici, lu mintìumu ntra na carta e lu conservàumu fino a che seccava. Quannu seccava lu mintìumu a llu fuecu, noni mancu ca lu buttàumu donca sia sia, ca era benedettu» (C.A.).
Nella tradizione cristiana, la consuetudine di preparare i “piatti di Cristo” presenta indubbiamente una forte valenza religiosa e devozionale: i germogli, fatti crescere al buio durante la Settimana Santa, disegnano una parabola che simboleggia il passaggio dalle tenebre alla luce della Resurrezione di Cristo. È soprattutto il ciclo vitale del grano a identificare, nell’orizzonte contadino tradizionale, un complesso sistema religioso e culturale. Il chicco che muore per produrre frutto può considerarsi il primo simbolo di passione nel mondo agrario. Con il diffondersi del Cristianesimo, il grano divenne un elemento base della ritualità cristiana.
Tuttavia, antropologicamente, l’offerta delle germogliature alla divinità appare legata a riti ancestrali finalizzati a promuovere la rinascita della vegetazione. Il chicco che dorme nel buio della terra durante la stagione fredda, dando origine nella stagione calda ad una piantina nuova, rientra in un sistema mitico-rituale: è la divinità che, da sempre, perisce e poi risorge.[7]
In particolare, essa evoca “i giardini di Adone”, composizioni simboliche di piante realizzate in occasione delle Adonie, festeggiamenti in onore del dio Adone, istituiti da Afrodite, durante le quali le donne piantavano, in vasi e cesti, cereali ed ortaggi che collocavano in pieno sole per permetterne una rapida crescita. Naturalmente, in condizioni di caldo eccessivo (i festeggiamenti avevano luogo a luglio) “i giardini di Adone” appassivano molto velocemente, ma ciò era voluto per richiamare la morte prematura del dio. In epoca greca, tali composizioni venivano offerte ai defunti, in onore di Adone, per poi venire rovesciati nei fiumi, quando appassite, per permetterne la resurrezione. Il significato del mito è eloquente: Adone è il dio della vegetazione, della natura rigogliosa che sboccia in primavera e muore a fine estate e, proprio come il seme, dovrà trascorrere lunghi mesi bui e freddi sottoterra, per poi rinascere al primo sole.
Le foto degli altari che accompagnano l’articolo sono della sig.ra Marina C.
Bibliografia
MANCINO Anna M. Stella, La Settimana Santa a Manduria, in Quaderni Archeo, N. 9, maggio 2018, pp. 251-286.
[1] Fanno eccezione le chiese di Milano, dove il rito ambrosiano prevede che le campane continuino a suonare fino alle ore 15.00 del giorno successivo, quando vi è l’annuncio della morte di Gesù.
[2] Nel 1264 papa Urbano IV estese a tutta la Chiesa la celebrazione della festa del Corpus Domini.
[3] Nel 1998 la Congregazione Vaticana per il Culto Divino nel documento sulla “preparazione e celebrazione delle feste pasquali”, ha stabilito che deve essere evitato l’uso di chiamare ‘Sepolcro’ l’Altare della Reposizione.
[4] In passato le celebrazioni del Triduo Pasquale avvenivano di mattina.
[5] Recipiente di terracotta usato per fare il bucato. Veniva capovolto affinché il piatto crescesse al buio e avesse lo spazio necessario per espandersi.
[6] Risulta eloquente l’uso apotropaico di tale elemento.
[7] Numerosi miti riguardanti divinità della Siria (Tammuz), della Frigia (Attis), dell’Egitto (Osiride), della Grecia (Adone) presentano lo stesso schema mitico-rituale: la morte, la discesa negli inferi, la risurrezione a primavera.




