Hanno relazionato Flavio Chimienti, Ettore Tarentini e Giovanni Sammarco. Gli incontri con Ulrich Bergfelder e Linda Clarice Gennari. La visita al caseificio Olivaro
Ecco il resoconto dell’attività di formazione e informazione che l’associazione “Plinio il Vecchio” ha tenuto nella settimana appena trascorsa.
Settimana 19-22 maggio 2026
19 maggio:F.C. Chimienti e V.E. Tarentini “Il GENIO ai tempi dell’IA: tra riflessioni ed emozioni”

Si è tenuto martedì 19 un interessante confronto sul tema “il GENIO ai tempi dell’IA” che ha visto protagonisti Ettore Tarentini e Flavio Carlo Chimienti.
L’Ing. Tarentini ha subito tracciato la domanda fondamentale
“che cosa significa GENIO in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale sembra fare tutto, sapere tutto, imitare tutto?”
Che cosa sia il Genio è domanda che l’uomo si pone da sempre, Platone la definisce una “forza che attraversa”; Kant afferma che il Genio “non segue le regole ma le CREA”; Nietzsche ci aiuta molto quando ci indica, nella “Nascita della tragedia” l’esistenza di due poli: l’apollineo (forma, misura, immagine) e il dionisiaco (energia, eccesso, fusione emotiva);
Einstein identifica la forza creatrice con l’immaginazione (ha scoperto la relatività facendo questo esperimento mentale: “cosa vedrei se cavalcassi un raggio di luce?”) e infine le Neuroscienze, che oggi definiscono il Genio una “Rete Incarnata” cioè una rete neurale complessa, fatta di connessioni, esperienze, emozioni ed errori.
A questo punto il giovane musicista e pensatore, Flavio Carlo Chimienti, comincia a rispondere con la musica alla domanda “che cosa significa Genio?”
La musica è sicuramente, per eccellenza, uno dei luoghi dove il genio può manifestarsi ed essere colto come emozione che tocca l’umano, un luogo in cui l’uomo smette di essere “calcolato, suggerito, trattenuto”
Il pubblico viene raggiunto da tre esibizioni magistrali, di tre autori, di tre forme di genio molto diverse fra di loro e che proprio per questo, ci permettono di comprendere come definire Genio sia complesso!
Ravel, Faurè e Bach: il genio emerge in forme profondamente diverse.
F.C. Chimienti ci accompagna a scoprire la “natura del Genio” nei tre grandi compositori, facendoci sperimentare con il suo flauto i differenti coinvolgimenti emotivi
RAVEL: Timbrico, Immaginifico, Tecnico
FAURE’: Elegante, Introverso; Armonico
Bach: Architettonico, Matematico, Universale
Tre modi radicalmente differenti di intendere la musica, tre modalità geniali di coinvolgere; e Flavio ci fa entrare in questi mondi!
L’emozione che viene dalla meraviglia, dal fascino, dall’eleganza del genio-orchestratore che è Ravel.
L’emozione che viene dalla dolce nostalgia, dalla tenerezza…un’emozione quasi psicologica che viviamo con le armonie di Faurè.
L’emozione “oggettiva” che arriva con Bach, il Genio Assoluto; come ci fa notare Flavio, “una polifonia senza polifonia”, dove l’emozione nasce dall’ordine, dalla chiarezza, dall’equilibrio. Il genio di Bach trasforma la tecnica in pensiero.
E allora, che cosa resta del genio umano in un tempo dominato dall’intelligenza artificiale?
Restano l’emozione (l’IA può imitarla non provarla); l’imperfezione (l’IA tende alla perfezione, il genio è vivo, imperfetto); la libertà che è la responsabilità di creare; la risonanza o relazione che permette al genio di nascere; ed infine dall’esistere:
l’IA funziona, il Genio Umano Esiste.
Il Genio quindi ci appare come un’eccedenza, un “traboccare”, un “di più” che dà senso a tutto
20 maggio: dr. S. Fella “Visita al caseificio Olivaro”

Sotto la sapiente guida del dr. Fella, si è svolta la visita all’azienda Olivaro. L’azienda, 50 ettari di puro fascino e panorama salentino: qui nasce azienda agricola Olivaro. L’omonima masseria è dal 1973 il cuore dell’azienda, che vanta allevamenti di ottimo livello, da cui provengono prodotti di assoluta qualità, bontà e genuinità. La peculiarità dell’azienda è quella di curare e sfruttare i pascoli di proprietà per selezionare il latte più buono, che si concretizza poi in veri e propri capolavori caseari.
La visita è iniziata con una panoramica dell’azienda, concludendosi, successivamente con la visita al caseificio, dove il dr. Fella ha illustrato le fasi della lavorazione del latte, la trasformazione in vari latticini, che tutti i presenti hanno potuto gustare.
21 maggio: prof. G. Sammarco “Natura e dignità morale dell’uomo in poesia”

'incontro di questa settimana ha proseguito l’indagine sulla faziosità e sul settarismo degli Italiani nei secoli passati. Ci si è agganciati al drammatico colloquio tra il giovane Foscolo e il vecchio Parini nell' Ortis. Il vecchio poeta evidenzia amaramente come "gli amori della moltitudine" siano brevi. Essa i fatti non giudica l’operato di un eroe dalla nobiltà del suo intento ma dalla sua riuscita. Esprime il poeta anche netto pessimismo sulla natura umana. Quando l'uomo riesce in u a azione eroica egli per natura aspira a supremo potere e diventa un tiranno. "O Italia nulla ti manca se non la concordia" è il suo grido di dolore. I nemici un giorno profaneranno anche i sepolcri per "disperdere al vento le ceneri" delle nostre memorie. Anche la natura è nemica dell’uomo perché gli ha dato l'istinto della vita e in più l’uso della ragione che è "Ancor più funesto". Alla fine anche le illusioni sono svanite, insieme alla speranza, alle paure e ai desideri. Oggetto di riflessione sono state anche due liriche, una di Quasimodo "Il mio paese è l’Italia" e una di Petrarca " canzone all' Italia che ben si inseriscono il tema oggetto delle nostre riflessioni. La lirica di Quasimodo è del 1949, appartiene alla stagione di impegno civile del poeta dopo il periodo ermetico. È una riflessione sul dramma della guerra, della Shoah, della tragedia sul fronte russo e sui lager della 2ª Guerra Mondiale. È un manifesto etico che si scaglia co tri l'ingiustizia e la menzogna. Gli orrori non debbono essere dimenticati e il poeta ha il compito di tenere sveglia la memoria. Un passato orribile non deve essere dimenticato, né giustificato. solo la verità può alimentare l'amore per il proprio paese. La consapevolezza della propria storia deve essere collettiva e anche nel dolore si deve tenere alta la memoria per onorare le vittime e rendere loro omaggio. Tutti debbono essere testimoni morali. Il perdono facile non serve a nulla i morti non si vendono a nessuno prezzo, essi meritano la verità altrimenti l'oblio è prossimo, purtroppo. Anche la lirica del Petrarca contiene commosse osservazioni sulle misere condizioni dell’Italia del suo tempo. Il poeta spera che i signori d'Italia spettano di combattere tra loro e di pensare che i soldati mercenari di cui si servono possano rischiare la vita per le sorti di un paese straniero. Gelosie, nani avide e insidie hanno trasformato l’Italia in un campo di battaglia. Il congedo finale è un invito alla stessa canzone a diffondere queste riflessioni in mezzo alla gente.
Giovedì 21 maggio - Lo scenografo Ulrich Bergfelder ospite il 21 maggio del Piccolo Cinema Ideale

Nel chiostro dell’ex monastero delle Servite - un angolo antico e protetto, dove giovedì il vento soffiava forte tra le arcate - ha preso vita un evento speciale.
Tutto è nato mesi fa quando, al termine di una proiezione del Piccolo Cinema Ideale, siamo stati avvicinati da uno spettatore d’eccezione: Ulrich Bergfelder, storico scenografo di Werner Herzog.
Un incontro tanto inaspettato quanto prezioso che ha dato origine all’appuntamento del 21 maggio.
Il pomeriggio è iniziato con la mostra delle sue fotografie di scena, frammenti visivi catturati sui set condivisi con Herzog. Ma è stato durante il dialogo serale con i docenti Carlo Michele Schirinzi e Giacomo Toriano che l’incontro si è impreziosito sfumando i confini tra ricordo e visione in un racconto capace di restituire tutta la forza di quel sodalizio artistico.
Con la stessa disarmante semplicità con cui si era presentato la prima volta, Bergfelder ha rievocato un modo di fare cinema che oggi fatichiamo anche solo a immaginare:
I topi di Nosferatu, dipinti a mano uno per uno.
Le bare di polistirolo della stessa produzione, rigate dalle unghie di Klaus Kinski e ridipinte incessantemente prima di ogni ciak. Le imbarcazioni di Fitzcarraldo, costruite per davvero e poi regalate alle comunità indigene a fine riprese. Il modellino del battello usato per catturare il dettaglio della celebre discesa dalla montagna. I primi rulli del film con Mick Jagger, nel ruolo poi riassegnato, rimasti per sempre fuori dal montaggio finale.
Ne è emerso il ritratto di un cinema fatto di sceneggiature esili, quasi dei canovacci, che si nutrivano della casualità del quotidiano: un’immagine folgorante trovata da Herzog durante una passeggiata, una storia ascoltata a cena con la troupe, che allora si muoveva come una famiglia. Era un'arte che nasceva dal limite geografico e logistico - la foresta amazzonica, il deserto del Marocco - e che si reggeva sulla fiducia reciproca e su soluzioni inventate sul momento. Artigianato nel senso più nobile e radicale del termine.
Eppure, per tutta la sera, Bergfelder ha continuato a definirsi con un’unica parola: artigiano. Lo ha fatto con la compostezza di chi ha vissuto l'assurdo e lo straordinario senza mai smettere di meravigliarsene, confessando persino il sollievo provato ogni volta che una scenografia veniva smantellata. Per lui, ogni set era un micromondo temporaneo, destinato a scomparire insieme all'esperienza che lo aveva generato.
In un'epoca in cui la tecnologia digitale rischia di anestetizzare la consistenza fisica delle cose, ascoltare queste storie ha assunto il valore di un lusso antico, la riscoperta di un’autenticità che credevamo fuori tempo massimo.
A coronare la serata, la proiezione di “Segni di vita” (1968), opera prima di Herzog restaurata. Pellicola celebrata per il suo sguardo puro ed estatico, che unisce una messa in scena rigorosa a paesaggi naturali che riflettono lo smarrimento interiore del protagonista.
Il nostro grazie va a Ulrich Bergfelder, per la generosità del suo racconto; a Carlo Michele Schirinzi e Giacomo Toriano, per aver guidato il dialogo con sensibilità e competenza; e a tutto il pubblico che ha riempito il chiostro, resistendo alle raffiche di vento e accendendo la serata con le sue domande.
Un evento realizzato nell’ambito del calendario dell’associazione culturale Plinio Il Vecchio e del progetto Puglia Attrattiva #mareAsinistra.
Venerdì 22 maggio, nella suggestiva ambientazione del chiostro dell’ex monastero delle Servite, alla presenza un uditorio molto numeroso e sempre attento, si è tenuto un incontro dal titolo “Scrivere per condividere e comunicare: un modello sempre più attuale”.

Incontro organizzato per creare, soprattutto, la degna cornice per la presentazione dell’opera prima della giovane scrittrice Linda Clarice Gennari,” Sulle tracce di me”.
Dopo la presentazione dell’incontro, a cura della dott.ssa Gabriella Andrisano, ha preso la parola il prof. Giovanni Sammarco, che ha trattato, con la usuale profondità ed esaustività, il ruolo della parola scritta dalle origini ad oggi.
È arrivato quindi il momento di conoscere un po’ meglio la diciassettenne autrice e entrare nel vivo di questo suo romanzo di formazione in cui la protagonista narrativa, Sara, traccia il suo percorso interiore, attraversando l’adolescenza con le sue insicurezze, relazioni e rapporti non sempre facili, realizzando una sua crescita spirituale fino alla consolatoria scoperta del suo talento. Sara che dà corpo alla propria voce per reclamare il suo “diritto di esistere”.
È quindi iniziato un dialogo, serrato, tra la dott.ssa Andrisano e Linda (affettuosamente solo Linda), volto a far emergere l’anima e gli intenti del romanzo.
Scopriamo come la scintilla creativa è stata l’urgenza di raccontarsi, per conoscersi e riconoscersi; il personaggio, la trama, le storie sono “gli strumenti di lavoro”.
Ed emerge prepotente la discrasia con il linguaggio “corrente” della sua generazione, del suo tempo; è protagonista la potente ed iconica parola scritta, fisicamente vergata sulla fida compagna di viaggio, la carta.
Stupisce la maturità della visione della donna che emerge dal romanzo; potente il rimando all’immagine del riccio, ed ai dolci versi che gli fanno prender vita, mutuati da Sibilla Aleramo.
L’approccio ai grandi interrogativi dell’adolescenza, amare e soffrire, giudizio e pregiudizio, la misura del rapporto con gli altri, affiorano man mano nello scorrere della narrazione; vengono elaborati in un processo di consapevolezza sempre più solida; in un percorso che posa, man mano, i mattoncini di una personalità assertiva.
E il talento, la presa di coscienza di possedere lo strumento edificatore per definizione; la forza di creare, e, creando, di poter scegliere. Con consapevolezza e determinazione, con passione e lucidità; appropriandosi dei frutti di una sofferta ma insostituibile crescita spirituale.
Linda ci regala così una immagine di speranza in un futuro che, lungi dal rinnegare il passato, è popolato da certezze costruite sulla propria pelle, non senza sofferenza; Sara lo ha costruito questo futuro.
Seguiamo le “tracce” ed il monito che, forse, ci lasciano: liberiamo la via dai legacci e dagli artefatti che ne impediscono l’agevole andare. È il minimo che possiamo e dobbiamo fare per giovani e meravigliosi spiriti liberi in cerca di sé stessi!
Grazie Linda.
Prossima settimana;
26 maggio: ing. V. E. Tarentini “Il diritto di esistere dell’Homo Sapiens al tempo dell’I.A.”;
27 maggio: dr.ssa M. G. Andrisano “Io sono: percorsi di mindfulness e autenticità”;
28 maggio: I Cantacunti “Il cappotto di Acacio” ispirato A n. Gogol;
29 maggio: prof. I. Marzo “Aspettando Peer Gynt

