«Contrastare il bullismo non significa soltanto punire chi sbaglia, ma costruire comunità dove nessuno venga lasciato indietro e dove ogni persona possa sentirsi riconosciuta e rispettata»

Un adolescente su cinque ha pensato almeno una volta di farsi del male o di non voler vivere, mentre il 31% dei ragazzi afferma di sentirsi più compreso dall’intelligenza artificiale che dalle persone. È il quadro emerso dal recente rapporto nazionale sul disagio giovanile realizzato dall’Osservatorio nazionale sul Bullismo e sul Disagio Giovanile.
Il disagio giovanile sta cambiando forma: cresce una forma di sofferenza meno visibile, legata all’autostima, all’identità e al bisogno di sentirsi accettati. Fenomeno che ha scosso la coscienza circa un mese fa con il dramma che si è consumato nella vicina Avetrana.
Le ragazze della squadriglia “Cervi” del gruppo Scout Manduria 1 (composta da Elena Raimondo, Ginevra Ferretti, Vittoria Marinosci, Angela Pinto, Lucrezia Ribezzo e Mamy Seck) hanno scelto di fermarsi a riflettere su questo tema che continua a colpire molti adolescenti nel silenzio e nella solitudine. Per l’occasione, i ragazzi hanno incontrato Giuseppe Pippi Todisco, che ha raccontato la propria esperienza personale di vittima di bullismo vissuta durante gli anni dell’adolescenza. Alle ragazze ha parlato senza nascondere il dolore, ricordando la solitudine provata da adolescente e il senso di impotenza che lo accompagnava ogni giorno.
Vi proponiamo le domande poste dalle ragazze della squadriglia Cervi e le risposte di Giuseppe Pippi Todisco.
«Ho accettato con curiosità l’invito a questo incontro da un gruppo di ragazze in formazione, che hanno voglia di scoprire, capire, come funzionano i meccanismi dei grandi» la premessa di Pippi Todisco. «A loro porgo la mia chiave di lettura che mi ha permesso di trovare un posto nel mondo»
Quando hai iniziato a sentirti diverso dagli altri ragazzi del tuo ambiente?
«Questa sensazione mi ha accompagnato sin da quando ero ragazzo. Io avevo interessi e modi di fare differenti rispetto ai miei compagni di scuola o ai miei amici. Ad esempio, loro frequentavano la scuola calcio o altre realtà sportive, mentre io ero più attratto dall’impegno culturale degli adulti. Mi interessavo di storia locale e quindi frequentavo l’ArcheoClub. Mentre i miei compagni si ritrovavano in gruppo nel frequentare associazioni sportive, io non rientravo in quel gruppo e questa differenza era causa di scherno o di dileggio»
Ricordi il primo episodio di bullismo che ti ha segnato davvero?
«Si, lo ricordo benissimo. Io frequentavo il gruppo Scout e l’Azione Cattolica. Decisi di entrare in seminario quando frequentavo la scuola media. Bene, questa scelta era oggetto di presa in giro e di offese: per i miei coetanei era inconcepibile, quasi un tradimento»
Che tipo di parole o atteggiamenti ti ferivano di più?
«Ricordo un termine che mi faceva stare male: mi definivano “bizzoca”, termine che veniva in quel periodo utilizzato per definire le donne che dedicavano gran parte della loro giornata alla parrocchia. Alla base della mia scelta, invece, vi era un impegno sociale e un cammino di fede».
Ti sentivi solo oppure c’era qualcuno che ti proteggeva?
«Si, mi sentivo assolutamente solo, tanto da credere di essere l’unico al mondo ad avere quelle idee e quegli interessi. Chi è bullizzato sta male sia per gli insulti che riceve, sia perché si sente solo. Proprio questa condizione dovrebbe essere oggetto di riflessione per prevenire il fenomeno del bullismo».
Hai mai pensato di doverti nascondere per sentirti al sicuro?
«Si, tante volte e in tante circostanze. Indossavo una maschera, che da un canto ti fa sentire al sicuro, ma la maschera, al contempo, pesa e ti toglie l’aria…».
Com’era crescere da ragazzo omosessuale nel tuo paese?
«E’ un problema che non mi sono posto. Ho portato la “maschera” sino a 26 anni. Credevo di esserlo solo io e che al mondo non ce ne fossero altri: nessuno, fra tutti coloro che conoscevo, era omosessuale. Sino a 26 anni non ho affrontato il problema. Poi, i conti con te stesso primo o poi li devi fare…»
Secondo te oggi qualcosa è cambiato rispetto a quando eri adolescente?
«Non è facile fare un paragone fra coloro che erano adolescenti nei primi anni del 2000 e gli adolescenti di oggi. Però discutere di queste cose, anche in parrocchia, è un grande passo in avanti: prima non era concepibile. Più in generale, oggi il fenomeno del bullismo è più evidente e più feroce. Il venir meno del tessuto sociale di protezione ha peggiorato la situazione degli adolescenti che si “differenziano”».
Pensi che il bullismo contro chi è “diverso” venga ancora minimizzato?
«Proprio questo incontro dimostra che questo tema è ben presente nella realtà: a scuola, in parrocchia, come nel mondo politico. Prima era invisibile…».
Quanto pesa il giudizio della comunità in piccoli centri o paesi?
«A 41 anni non mi importa del giudizio della gente. Ciò che importa, per me, è di essere inserito in un contesto sociale. Non rinnego nessuna delle mie scelte, che da un canto che hanno provocato insulti o prese in giro, ma anche lodi ed elogi. Non è un problema del contesto sociale, ma da come noi ci poniamo e da come ci rapportiamo».
Il dramma della ragazza che, poche settimane fa, si è suicidata ti ha riportato alla mente qualcosa del tuo passato?
«Mi ha colpito molto e mi ha fatto ritornare alla mente una serie di cose. Una persona arriva al punto di togliersi la vita quando è crollato tutto ciò che può essere elaborato dalla mente. Ci si trova di fronte al baratro e non è facile evitare di sprofondarci dentro. Anche io, nell’adolescenza, ho pensato a volte al suicidio. Poi ho trovato la forza di cambiare idea. Il dramma della ragazza ha generato ad Avetrana una serie di riflessioni sul bullismo»
Hai riconosciuto nelle sue sofferenze qualcosa che hai vissuto anche tu?
«Si, sicuramente: ci si sente solo nella sofferenza e nel dolore, nessuno comprende il tuo stato d’animo e tu non vedi soluzioni. Non ci sono parole per descrivere ciò che provi e cosa la mente elabora in quel momento. Ho rivissuto dei dolori che forse il tempo ha affievolito. Sono riemersi, ma poi passa…»
Cosa pensi manchi oggi per proteggere davvero i ragazzi più fragili?
«In questa fase storica stiamo prendendo coscienza del bullismo. A mio avviso non serve inasprire le pene. Bensì sarebbe molto più utile creare, laddove non è mai esistita, una rete di protezione sociale. Come in ogni squadra sportiva è fondamentale lo spirito di gruppo per raggiungere i risultati, così è altrettanto importante che la società protegga i singoli. Bisogna abbandonare l’individualismo e ragionare come comunità. Uno dei mali della contemporaneità è proprio l’individualismo».
Che effetto ti fa vedere che molte persone prendono sul serio il problema solo dopo una tragedia?
«Mi fa rabbia. Mi chiedo se si deve arrivare a tanto prima di prendere coscienza di un fenomeno e di muoversi»
Hai mai avuto momenti in cui ti sembrava impossibile uscirne?
«Si, diversi momenti»
Come si convive con ferite lasciate dal bullismo anche anni dopo?
«Con la presa di consapevolezza di se stessi, che va coltivata: quando si ripresenta il problema, ti fa andare avanti».
Nel corso dell’incontro sono state affrontate anche alcune possibili soluzioni al problema del bullismo. Tra i temi più discussi è emersa la necessità di educare fin da piccoli al rispetto delle differenze e all’empatia, aiutando i ragazzi a comprendere le conseguenze delle parole e dei comportamenti offensivi.
Cosa avrebbero potuto fare la scuola o gli adulti per aiutare davvero la vittima del bullismo?
«E’ difficile rispondere: non sappiamo, ad esempio, le cause che hanno generato il dramma ad Avetrana: le indagini in corso forniranno delle risposte precise. Credo che gli adulti devono avere la capacità di non essere superficiali. Nel mondo contemporaneo le priorità sono soprattutto quelle che ruotano attorno alle questioni economiche, mentre quelle emozionali vengono ritenute meno importanti. Ecco, io credo che non è sufficiente garantire solo la cura della salute fisica della gente. Bisognerebbe attuare anche delle politiche che garantiscano la cura della salute mentale ed emozionale. Oggi ciò avviene nelle parrocchie, all’interno delle quali ci si prende cura dell’anima e dello spirito. La stessa attenzione dovrebbe essere riposta anche dalle istituzioni. Come? Ad esempio creando la figura dello psicologo di base al fine di fornire alla gente un supporto mentale».
Parlare oggi di queste esperienze è liberatorio o ancora difficile?
«Io ne parlo molto volentieri: nelle scuole, come nelle associazioni. Momenti come questo sono molto importanti».
Particolare attenzione è stata dedicata anche all’importanza dell’ascolto. Genitori, insegnanti ed educatori devono creare ambienti in cui i ragazzi si sentano accolti e liberi di esprimere il proprio disagio senza timore di essere giudicati.
Che consiglio daresti a un ragazzo che oggi subisce bullismo?
«Non bisogna rinchiudersi nella cameretta. In tal caso, non dai a te stesso la possibilità di farti aiutare e agli altri la possibilità di aiutarti. Bisogna parlarne. Mai isolarsi».
Cosa diresti a chi prende in giro qualcuno pensando che “sia solo uno scherzo”?
«Gli farei capire che il suo scherzo, se tale si può definire, provoca un dolore profondo. Se anche i bulli provassero per una volta quel dolore, potrebbero capire che non si tratta affatto di uno scherzo».
Qual è il segnale che gli adulti dovrebbero imparare a riconoscere?
«Non è facile comprendere il segnale che precede la tragedia. A me riferiscono che la ragazza di Avetrana era allegra e solare. Nessuno ha intuito, al contrario, il dramma interiore che stava vivendo».
Cosa significa oggi per te sentirti finalmente accettato?
«Non mi importa, francamente, se la gente mi accetta o meno. Io ho la piena consapevolezza di me stesso. Nei rapporti con gli altri, cerco sempre il dialogo. Ma se a qualcuno io non dovessi andare bene, il problema non è mio. Io non modificherò mai il mio carattere o le mie convinzioni per farmi accettare da un altro».
Pensi che raccontare queste storie possa salvare qualcuno?
«Si, bisogna sempre parlarne, confrontarsi e tirare fuori le emozioni».
La forte partecipazione emotiva ha trasformato l’incontro in un momento di confronto autentico. I ragazzi hanno percepito non soltanto il racconto di episodi passati, ma il peso reale che il bullismo può avere sulla vita di una persona anche a distanza di molti anni.
Il silenzio può diventare una gabbia. Quando qualcuno trova il coraggio di parlare, bisogna essere pronti ad ascoltare davvero.

