PORTO CESAREO – Il Parco sommerso e costiero nelle parole della direttrice scientifica Rita Auriemma
Sui fondali e lungo questa costa è conservata una storia lunga oltre tre millenni, dall'età del Bronzo all'età moderna, senza interruzioni

«Da questa sera Porto Cesareo ha il suo Parco sommerso e costiero. Non è l'inaugurazione di un'opera: è il punto d'arrivo di un ragionamento cominciato più di vent'anni fa, quando iniziammo a chiederci cosa fare di un patrimonio che nessuno poteva vedere.
Sui fondali e lungo questa costa è conservata una storia lunga oltre tre millenni, dall'età del Bronzo all'età moderna, senza interruzioni. Ed è la ragione per cui il Parco si chiama insieme sommerso e costiero: quello che il mare ha coperto non è un fondale qualsiasi, è una fascia di costa antica che va immaginata in continuità con ciò che resta a terra. A Scalo di Furno il villaggio dell'età del Bronzo prosegue sott'acqua, con allineamenti murari e un lastricato tra il promontorio e l'isolotto, a due o tre metri di profondità. L'Isola della Chianca, oggi separata, un tempo era attaccata alla terraferma. Terra e mare, qui, sono lo stesso paesaggio in due momenti diversi.
Le indagini del 2025 e le ultime terminate in questi giorni, a Torre Chianca — vari saggi di scavo, a terra e in acqua — ci hanno restituito qualcosa che non ci aspettavamo di leggere con questa nitidezza. Abbiamo trovato un insediamento romano che viveva dello sfruttamento delle risorse del mare, e lo abbiamo trovato nel momento della sua fine. I crolli sono caotici: embrici e murature mescolati, come dopo un evento improvviso e violento. Un terremoto, forse un maremoto. Poi il fuoco. Sotto i crolli, appoggiate ai piani d'uso, sono rimaste le anfore, alcune intere, le lucerne, la ceramica da cucina, e un portalucerne in bronzo che era un oggetto d'arredo, non da magazzino. E nello strato bruciato un gruzzolo di duecentodieci monete, con una placchetta e un chiodino che fanno pensare a una cassetta di legno andata perduta nell'incendio. Le monete ci dicono che tutto questo accadde dopo il 364 dopo Cristo. Qualcuno, quella sera, non ebbe il tempo di tornare a prendere i suoi risparmi. Forse fu colpa del grande tsunami che si generò sul fondo del mare al largo di Creta il 21 luglio del 365 d.C., raccontato dagli autori antichi come un evento di portata universale, una punizione divina o di altri che ne seguirono, tra cui uno che interessò la Sicilia e quindi le coste dello Ionio.
Il microscavo di due anfore ci ha detto anche cosa contenevano: resti di pesce minutissimi, con ogni probabilità salagioni importate dal Nordafrica o forse prodotte qui. E abbiamo capito che il canale che attraversa il promontorio, con la sua vasca di decantazione, era la condotta fognaria dell'abitato, in uso dal I al IV secolo. Sono dettagli che sembrano modesti; sono invece il modo in cui un luogo smette di essere un elenco di rovine e torna a essere un posto dove qualcuno viveva.
Il mare custodisce il resto. Il relitto delle colonne, una nave da carico affondata tra il II e il III secolo con le sue 5 colonne monumentali in marmocipollino imbarcato in Eubea. Il carico di anfore tripolitane, oggi diventato una scogliera viva di flora e fauna: patrimonio culturale e naturale nella stessa immagine. Uno scafo bizantino spiaggiato a Bacino Grande, datato al radiocarbonio tra il 770 e il 1020. E in queste acque è stato ritrovato l'anello-sigillo d'oro di Basilio, alto funzionario di Bisanzio tra l'862 e l'866, che nell'867 partecipò a un'ambasceria diretta a Roma. Non possiamo dimostrarlo, ma la coincidenza è troppo bella per non porsi la domanda: naufragò qui, sulla via del ritorno?
C'è poi una storia che dice tutto di questo luogo. Nel 1932 tre pescatori di Porto Cesareo, i fratelli Colelli, tirarono su durante una battuta di ricci una statua in basalto verde del dio egizio Thot, con un'iscrizione in geroglifici. È al Museo di Taranto. Le nostre ricerche recenti hanno individuato da dove veniva: un cumulo di pietrame sul fondale a sud dell'isola della Malva, con ogni probabilità la zavorra di un'imbarcazione. Novant'anni dopo, la scienza ha completato il lavoro cominciato da tre uomini con una maschera.
Il Parco che consegniamo stasera nasce da qui. A Scalo di Furno abbiamo restaurato le strutture messe in luce dagli scavi precedenti: la possente fortificazione, la porta urbica, i piani pavimentali della comunità che qui viveva nel secondo millennio. Abbiamo ricostruito con l'archeologia sperimentale due fornaci per la cottura dei vasi della media età del Bronzo; l'area è percorribile con passerelle, totem e infopoint. In mare abbiamo allestito gli itinerari verso il relitto delle colonne, le anfore tripolitane, la necropoli sommersa: segnaletica subacquea, booklet subacquei, un natante a energia solare, SUP e canoe anche trasparenti. Chi non si immerge vede comunque. Chi si immerge capisce ciò che vede. È la musealizzazione in situ che la Convenzione UNESCO del 2001 indica come strada maestra: il bene resta dov'è, protetto e accessibile.
Voglio aggiungere ancora una cosa. Il Coordinamento Ambientalisti ci ha trasferito conoscenze che nei libri non c'erano; le stele e i sarcofagi della necropoli sommersa li ha visti per primo Mino Buccolieri, nel 2020, il relitto bizantino è stato segnalato da Sasà Gubello, altri cittadini hanno raccontato e donato per l'allestimento della mostra archeologica permanente al primo piano di Torre Chianca che inaugureremo alla fine dell'estate. La Convenzione di Faro dice che il patrimonio è un bene comune e che le comunità hanno diritto di partecipare alla sua costruzione. A Porto Cesareo è andata esattamente così. Per questo il risultato che mi auguro non è il numero dei visitatori, ma che chi vive e vivrà questi luoghi si senta custode della loro bellezza».
Riprese del Dipartimento Beni Culturali - Università del Salento (Emiliano Peluso, Lorenzo Scaraggi e Paolo Marcato)

