domenica 18 ottobre 2026


18/10/2026 09:05:45 - Manduria - Cultura

Esso deve la sua fondazione a una «santa ispirazione»: una terziaria francescana, Maria di Gesù Marinaro, espresse alle sue consorelle la volontà di far erigere un monastero sotto il titolo dei Tre Chiodi di Nostro Signore Gesù Cristo, come le era stato ispirato da Santa Chiara

Del monastero delle Clarisse di Manduria si è parlato nei giorni scorsi perché inserito nelle aperture straordinarie organizzate dal FAI (Fondo Ambiente Italiano), delegazione di Taranto, nell’ambito delle Giornate FAI d’Autunno 2026.

Esso deve la sua fondazione a una «santa ispirazione»: una terziaria francescana, Maria di Gesù Marinaro, espresse alle sue consorelle la volontà di far erigere un monastero sotto il titolo dei Tre Chiodi di Nostro Signore Gesù Cristo, come le era stato ispirato da Santa Chiara,[1] in un momento di interiore raccoglimento.  

Era il 1894.

La proposta della nuova fondazione entusiasmò alcune fedeli, fra le quali Addolorata Mancini, sorella del dott. Giuseppe Mancini,[2] il quale si prodigò di acquistare, al prezzo di Lire 1000, un terreno su cui edificare la costruzione, nella zona indicata dalla sig.ra Marinaro, cioè il rione Santo Stefano, in quegli anni in fase di espansione.

Sarà questo il primo nucleo sul quale sorgerà il monastero.

La proposta delle religiose fu accolta favorevolmente dal vescovo dell’epoca, mons. Tommaso Montefusco.

La costruzione ebbe inizio nel 1895, ad opera di Giovanni Digiacomo, e fu spesso interrotta per mancanza di fondi, alla quale sopperiva il dott. Mancini.[3]

Il 22 maggio del 1898 mons. Gargiulo (successore di mons. De Tommaso) benedisse il monastero sotto il titolo di Clarisse del Cuore Trafitto di Gesù.

Vi fu l’ingresso ufficiale delle prime sei monache,[4]  di cui quattro coriste e due converse;[5] Presidente della Casa fu nominata suor Addolorata Mancini, che conservò la carica fino al 1907.  

Non essendo ancora completata la chiesa, venne adibito a tale uso uno dei parlatori.

In occasione della benedizione di tale luogo da parte di mons. Gargiulo, il 13 dicembre 1898, ebbe luogo la Vestizione delle sei monache fondatrici, le quali indossarono l’abito francescano e assunsero i nomi claustrali.

Il 17 gennaio 1900, il Vescovo celebrò la professione semplice delle novizie, accogliendo la loro promessa a osservare la Regola di S. Chiara, quella approvata nel 1253.[6] 

La richiesta delle novizie di una clarissa professa[7] che le supportasse nella vita dell’Ordine non ebbe seguito, a causa delle difficoltà in cui versavano i monasteri dei paesi vicini (Francavilla, Grottaglie, Nardò) e dell’avanzata età delle monache di Assisi, al cui Protomonastero il Vescovo ne fece altresì richiesta.  

Fu suor Chiara Mancini a reggere il monastero, affiancata da suor Angelica Miccoli, con la preziosa disponibilità epistolare delle Clarisse di Assisi.

A questo punto fu instaurata l’osservanza della clausura e di tutte le norme di vita clariana, nello spirito più autentico della vita comune.

Si praticavano lunghi periodi di digiuno, come previsto dalla Regola, e «veniva esercitata la virtù della povertà in maniera a volte eroica»,[8] arrivando le monache a privarsi persino dell'unico pasto quotidiano — un uovo — pur di risparmiare il denaro necessario ad ampliare il monastero.

L’obiettivo delle religiose, infatti, era quello di rendere la struttura adatta a ospitare nuove ragazze che, venute a conoscenza dell’esistenza del monastero, chiedevano alla badessa di poter iniziare il loro percorso come probande.

La clausura veniva rispettata in modo estremamente rigoroso: «Il monastero doveva essere dotato di una sola porta per entrare e uscire dalla clausura, alla cui custodia si deputava una religiosa, la quale “tema Dio, sia esemplare, diligente, discreta e di età conveniente” (…) La porta, sempre chiusa, doveva essere resa più sicura con serrature, catenacci e sbarre di ferro».[9]

L’apertura era prevista in poche occasioni, come l’ingresso in monastero delle probande, la Visita del vescovo, del confessore e del medico.

La presenza di estranei nel monastero era segnalata dalla badessa alle monache con una campanella, al suono della quale le religiose si coprivano il volto con il velo e si ritiravano per non incontrare i visitatori.

I contatti con l'esterno erano limitati all'uso della ruota e della grata, e solo in rari casi le prime monache si recavano nel parlatorio.

La ruota era una porticina cilindrica rotante, che consentiva tutti i rapporti tra clausura ed esterno, senza che la monaca rotara e il suo interlocutore potessero vedersi: della monaca addetta alla ruota e alla porta non si sentiva altro che la voce, oppure se ne scorgeva soltanto la sagoma del viso, comunque coperto dal velo.

Per quanto riguarda le visite, nel monastero esistevano due parlatori e due grate per ottimizzare i tempi delle visite, specialmente in determinati periodi dell’anno (Pasqua, Natale e altre feste importanti).

Eppure, quell'isolamento totale non era vissuto come una prigione dalle monache, al contrario veniva da esse ricercato per essere libere di amare l'intera umanità nel nome di Cristo.[10]

Appena un anno dopo la vestizione delle sei monache fondatrici, altre giovani donne, alcune delle quali erano state educande nel monastero, chiesero di professare i voti, rafforzando la valenza socio-religiosa del giovane monastero sul territorio.

Una vita contemplativa, scandita dalla preghiera e dalla rigida osservanza della Regola, sotto la guida di suor Chiara Mancini fino al 1907, di suor Angelica Miccoli per i successivi trentatré anni (1907-1940).

Dal 1898 al 1925, oltre le sei fondatrici, si annoverano trentotto giovani donne che scelsero la vita claustrale. Esse provenivano da Taranto e provincia (Manduria, Sava, San Marzano, Martina Franca, Laterza), ma anche da Brindisi e provincia (Francavilla Fontana, Latiano, Villa Castelli) e da Lecce e provincia (Novoli, Carmiano); in alcuni casi, anche da altre regioni, come la Calabria e la Basilicata.

Continuava, intensificandosi, il rapporto epistolare di suor Angelica «sentita da tutte come il pilastro della comunità» con il Protomonastero di Assisi, anche se nell’archivio clariano non c’è traccia del carteggio, verosimilmente distrutto su consiglio di Padre Eugenio Greco al tempo in cui era Provinciale.[11]

Il 15 gennaio 1915 viene a mancare suor Chiara Mancini, la più anziana delle suore fondatrici, della quale si legge nel Necrologio: «Religiosa di specchiati costumi, specie per l’osservanza strettissima della S. Povertà, che fu la sua virtù prediletta, fu sempre umilissima nel suo portamento».[12] 

Suor Chiara e le altre religiose clarisse defunte riposano nella cappella monastica, eretta nel 1913 nel cimitero comunale. Al suo interno trovano posto, in seguito ad accordi presi tra Madre Angelica Miccoli, padre Ludovico Leuzzi (Guardiano del convento di S. Francesco) e padre Valentino Pacciolla (presidente del convento di S. Antonio), anche i frati defunti dei due conventi cittadini.

 

Le foto relative al giardino del monastero sono state gentilmente messe a disposizione  da  Ferdinando Guida, che ringraziamo per la gentilezza.

 

Bibliografia

MUSARDO TALO’ Vincenza, Il Monastero del Cuore Trafitto  a Manduria, edizioni del Grifo, Lecce 1995;

ANDENNA Giancarlo, VETERE Benedetto (a cura di), Chiara e la diffusione delle Clarisse nel secolo XIII, Congedo editore, Galatina 1998;

BRUNETTI Pietro, Manduria tra storia e leggenda – dalle origini ai nostri giorni, Barbieri-Selvaggi editore, Manduria 2007.

TARENTINI sac. Leonardo, Manduria sacra ovvero storia di tutte le chiese e cappelle distrutte ed esistenti dei monasteri e congregazioni laicali dalla loro fondazione fino al presenti, ed. aggiornata a cura di DIMITRI Elio, Barbieri editore, Manduria, 2000.

 

[1] Santa Chiara d’Assisi (al secolo Offreducci) nasce ad Assisi da una nobile famiglia. Nella notte della domenica delle Palme del 1212, a 18 anni, fugge dalla casa paterna per raggiungere San Francesco alla Porziuncola. Abbracciata la vita religiosa, tascorre 42 anni della sua vita nel piccolo monastero di San Damiano ad Assisi, vivendo in estrema povertà, preghiera e lavoro manuale insieme alle prime compagne, le ‘Sorelle Povere’, poi chiamate Clarisse.

[2] Giuseppe Mancini (Sava 2 agosto 1842 – Manduria 6 febbraio 1913) si laureò a Napoli in medicina nel 1871 e venne ad abitare a Manduria qualche anno dopo insieme alla moglie. Qui divenne uno dei protagonisti principali della storia cittadina, sindaco dal 17 gennaio 1897 al 1 ottobre 1898. Cfr. Pietro Brunetti, “Manduria tra storia e leggenda”, Barbieri-Selvaggi editore, Manduria 2007.

[3] L’importo pagato dal dott. Mancini per la costruzione del monastero ammonta a 25.000 lire. Cfr. Vincenza Musardo Talò, “Il Monastero del Cuore Trafitto a Manduria (1894-1994)”, Edizioni del Grifo, Lecce 1995, p. 35.

[4] L’intitolazione non fu accettata dalla terziaria Maria di Gesù Marinaro (che era stata ispirata) e dalla consorella Torcello, le quali si allontanarono dal gruppo.

[5] Le coriste erano le monache che sapevano leggere, quindi in grado di recitare in coro l’Ufficio Divino, le converse erano analfabete, non avevano l’obbligo della preghiera comune ed erano addette ai lavori più umili e pesanti del monastero.

[6] La prima Regola di S. Chiara fu approvata con bolla pontificia da Innocenzo IV e pervenne al monastero di S. Damiano il 9 agosto 1253, due giorni prima che la santa fondatrice morisse. Le fondatrici del monastero di Manduria osservavano la Regola damianita (delle Sorelle Povere di San Damiano), improntata a un primitivo modello di clausura, la più aderente allo spirito e alla concezione clariana. È un fatto che, dopo il Concilio Vaticano II, quasi tutti i monasteri di clarisse, siano tornati a osservare tale Regola. Cfr. Vincenza Musardo Talò, op. cit., p. 83.

[7] Una monaca si definisce “professa” quando, dopo aver superaro il periodo di noviziato, ha professato i voti.

[8] Vincenza Musardo Talò, op. cit., p. 40.

[9] Ibidem, p. 90.

[10] La centralità riservata da Chiara nella Regola alla povertà e alla clausura ne fa una preziosa custode del più autentico spirito francescano, essendo il monachesimo femminile al di fuori dell’agire storico e culturale: un nuovo modo di essere monaca di clausura, che si diffonderà su tutto il territorio nazionale ed europeo. Cfr. Vincenza Musardo Talò, op. cit., p. 84.

[11] Ivi.

[12] Ibidem, p. 64.