- giovedì 09 luglio 2026
«Due materiali, la stessa idea di bellezza: da una parte le cementine in questo caso chiare, forse il materiale più semplice e meno costoso che esista, ma proprio per questo intelligente; dall’altra una pavimentazione ottenuta attraverso materiali di recupero, completamente riciclati, che dimostra come sostenibilità e bellezza possano convivere senza rinunciare alla qualità»

Attraverso un post pubblicato sui social, il consigliere comunale Ferdinando Arnò illustra le sue idee per restituire dignità a viale Mancini.
«Due materiali, la stessa idea di bellezza.
Non per stupire. Non per fare qualcosa che gridi più degli altri. Ma per restituire a viale Mancini un’identità.
Entrambe le proposte partono dalla stessa idea: il futuro non nasce cancellando il passato, ma imparando a rileggerlo. Da una parte le cementine in questo caso chiare, forse il materiale più semplice e meno costoso che esista, ma proprio per questo intelligente: una reinterpretazione contemporanea dei marciapiedi storici di Manduria, con un linguaggio pulito, elegante, luminoso e più riflettente. Dall’altra una pavimentazione ottenuta attraverso materiali di recupero, completamente riciclati, che dimostra come sostenibilità e bellezza possano convivere senza rinunciare alla qualità.
Sono entrambe pavimentazioni porose, permeabili, pensate per lasciare respirare il terreno e gli alberi. Perché oggi il lusso non è gettare altro cemento. Il lusso è fare spazio alla natura. Abbiamo bisogno di meno superfici impermeabili, di più ombra, di alberi più grandi, di città capaci di abbassare quelle temperature che ormai ogni estate sembrano sempre più africane.
E poi c’è un equivoco da sfatare. Le chianche non appartengono alla storia di viale Mancini. Anzi. I marciapiedi storici di Manduria erano altro. Erano cementine, materiali semplici, eleganti, discreti. Anche la Villa Comunale parlava quella lingua. Tornare alle chianche significherebbe inseguire un passato che, in quel luogo, non è mai esistito.
La vera modernità non consiste nell’usare il materiale più costoso. Consiste nel trovare un equilibrio tra memoria e innovazione, tra bellezza e funzione. L’eleganza, in fondo, è quasi sempre il minimo indispensabile. Il cattivo gusto, invece, nasce spesso dal desiderio di aggiungere, di esagerare. Mentre l’identità di una città si riconosce proprio nella misura con cui riesce a essere contemporanea senza smettere di essere se stessa».
