domenica 20 settembre 2026


20/09/2026 08:50:31 - Manduria - Attualità

L’intero frutto (la carruba) era cibo gradito al bestiame (soprattutto cavalli e maiali) e anche all’uomo, che ne faceva gustose colazioni e frugali pasti consumati in campagna nelle pause dei faticosi lavori, quando, complice una povertà assoluta, non ne costituiva l’unica fonte di sostentamento

Pianta dai mille e uno utilizzi in un passato troppo presto emarginato, l’albero del carrubo, originario delle zone orientali del Mediterraneo, cresce spontaneo e maestoso nell’ambiente naturale della macchia più arida.

Il termine ‘carrubo’ deriva dall’arabo ‘kharrūb’, a sua volta dall’ebraico ‘kharuv’, in greco, ‘keràtion’, in latino ‘Ceratònia’ (nome scientifico ‘Ceratònia siliqua’).

Il frutto è denominato ‘carruba’.

La voce dialettale salentina ‘Còrnula’ designa albero e frutto, ed è associata proprio alla forma di quest’ultimo: un lungo baccello (10-15 cm), che ricorda un piccolo corno (in latino ‘còrnulum’).

In questo senso è ipotizzabile che il termine nasca come neutro plurale di ‘còrnulum’, appunto ‘còrnula’.

La fioritura del carrubo avviene tra settembre e novembre.

I frutti maturano in agosto: di colore scuro e di consistenza quasi coriacea, al loro interno la polpa, morbida e zuccherina, si accompagna a semi di forma lenticolare, scuri, duri e... preziosi: i ‘carati’.

Infatti, grazie alla straordinaria uniformità del loro peso (0,2 grammi), i carati erano utilizzati, in passato, come unità di peso nel commercio delle pietre preziose.

Proprio dal termine greco ‘keràtion’ e arabo ‘kīrāt’ deriva il nome dell’unità di misura ‘carato’, equivalente a un quinto di grammo.

Naturalmente, la credenza che tali semi abbiano tutti un peso uguale non ha fondamento scientifico.

È un fatto però che la variazione di peso su una certa quantità di semi, presi alla rinfusa, arriva ad appena un quarto del totale; questo, insieme alla facilità nel constatare visivamente la differenza di dimensioni dei carati, potrebbe averne determinato l’utilizzo come peso comparativo.

In passato, inoltre, i semi erano ricercati anche perché venivano torrefatti e consumati come surrogato del caffè.

Di prezioso il carrubo non aveva soltanto i semi.

L’intero frutto (la carruba) era cibo gradito al bestiame (soprattutto cavalli e maiali) e anche all’uomo, che ne faceva gustose colazioni e frugali pasti consumati in campagna nelle pause dei faticosi lavori, quando, complice una povertà assoluta, non ne costituiva l’unica fonte di sostentamento.

In questo caso, le carrube raccolte venivano gelosamente conservate in grandi orci in terracotta chiamati ‘putali’.

Se assaggiate crude le carrube risultavano essere dolci, essiccate al sole e poi abbrustolite divenivano amarognole tipo cacao, fino a essere considerate, senza pretesa di avanzar paragone con il cioccolato fondente, ‘il cioccolato dei poveri’.

La versatilità del prodotto, unita all’ingegno proprio della cultura contadina, ha portato finanche alla realizzazione di un particolare ‘dessert’, ottenuto mescolando la graniglia ottenuta dalle carrube grattugiate con manciate di ‘rara’ neve fresca.

Naturalmente non poteva mancare un uso medicamentoso delle carrube, come il decotto di carrube (‘ticòttu ti còrnuli’), efficace contro la tosse insistente.

Esso prevedeva (con alcune varianti), oltre la carruba, fiori di malva, fichi secchi, fiori di fichi d’India, bucce d’arancia e una capsula di papavero da oppio.

Nella tradizione popolare manduriana, la ‘còrnula’ compare in un’espressione rivolta a una persona eccessivamente magra: ‘è mazzu comu na còrnula’ ( = è magro come una carruba).

In un rogito del notaio Felice Pasanisi del 1 gennaio 1592 è attestata la località ‘La Còrnula’ sita nel territorio dell’allora Casalnuovo, ai confini con il territorio di Maruggio.

Probabilmente, il toponimo si spiega con la presenza di un numero considerevole di alberi nella zona, anche se, allo stato attuale, vi compaiono radi alberi e cespugli, verosimili residuati di boschi un tempo ricchi di carrubi, alimenti per probabili allevamenti di maiali nella zona.

Sul luogo insiste altresì una ‘casina Còrnula’, ormai disabitata.

Negli ‘status animarum’ del 1693, in Casalnuovo è censita anche una ‘Strada della Cornola’ che sorgeva nel rione del Rosario.

 

BIBLIOGRAFIA

BRUNETTI P., “Vocabolario essenziale, pratico e illustrato del dialetto manduriano”, Graphika PB&C, Manduria 1989..

COCO G. R., “Manduria, tra Taranto e Capo d’Otranto. Etimo, mito e storia del territorio”, Centro Culturale Giulia Selvaggi, Manduria 2009;

NARDONE D., DITONNO N., LAMUSTA S., “Fave e favelle, le piante della Puglia peninsulare nelle voci dialettali in uso e di tradizione”, Centro di Studi Salentini, Lecce 2012;

RHOLFS G., “Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto)”, Congedo editore 1976;  

 

SITOGRAFIA: https://www.fondazioneterradotranto.it/2012/08/27/limportanza-del-carrubo-e-dei-suoi-frutti/