mercoledì 15 luglio 2020

23/06/2020 10:38:04 - Manduria - Attualità

Le origini del cosiddetto feudo di San Pietro in Bevagna e il contenzioso fra Manduria e Avetrana

 

Letta la seconda parte della ricerca svolta dall’avv. Capogrosso, cogliamo un'affermazione lì dove leggiamo. nella parte pubblicata il 30.5.2020 : ”L’indicazione del territorio dipendente dal Monastero di S. Pietro in Bevagna, come suffeudo di Manduria (Casalnovo), ricorrente in vari atti ufficiali, vale a stabilirne l’appartenenza al feudo della città messapica, nel quale quindi rientrava con tutte le terre e pertinenze, da Borraco alla Colimena”. Un “quindi” che ci è apparso essere prodotto da una “deduzione” indotta non dalla lettura di documenti originali, quanto da varie pubblicazioni che, non scendendo nel dettaglio, acquisiscono la nozione “ Grancia di S. Pietro = Suffeudo di Manduria”. Questo ricaviamo dai documenti del nostro archivio storico comunale e da altri d’archivi.

GLI ANTEFATTI

Attraverso le ricerche di P. Coco, ci sono note le origini del cosiddetto feudo o grangia di S. Pietro in Bevagna istituita nel 1092. Occorre tuttavia precisare: visto che spesso si ignora o sfugge, al tempo di cui parliamo, era assolutamente ignoto il concetto che noi oggi abbiamo di feudo, di pertinenze territoriali o di demani universali. Tutto era in mano ai re, specie nei tempi del forte centralismo normanno che disponevano dei territori del loro regno a loro piacimento. Pertanto assolutamente privo di significato quando noi oggi, riferendoci ad allora, affermiamo che un certo territorio apparteneva all’Università Enne. Di autonomie comunali, è storia nota, se ne comincia a parlare nel nord Italia sul finire dell’XI sec. e solo successivamente al Sud. Quindi ben al di qua della fine della dominazione normanna.

Ciò fissato, prima d inoltrarci nella “vexata questio”, dobbiamo tener conto ancora di un’altra data: il 1536, di cui ne vedremo più avanti il motivo, al fine di eliminare dalla discussione “informazioni culturali” antecedenti quell’anno.

Il problema inizia, come già individuato dall’avv. Capogrosso, al momento dell’eversione della feudaltà decretata dalle legge promulgate da Giuseppe Napoleone a partire da quella del 2 agosto 1806.

Tale legge implicò, com’è noto, lo scioglimento degli ordini religiosi, tra questi l’ordine dei Benedettini (proprietari della grangia) e la confisca dei loro possedimenti che furono incamerati dal Regio Demanio.

Il TITOLO III del decreto 10.3.1810, nel richiamare la Prammatica XI De Baronibus, disconosceva tutti quei diritti  e tutte quelle situazioni territoriali o di patrimoni feudali provenienti da rivendicazioni anteriori all’anno 1536, fatto salvo, con tutte le sue implicazioni, lo stato di fatto presente a quell’anno. Un esempio per intenderci, oggi non possiamo rivendicare quei territori che un tempo fecero parte dell’impero romano, o di “imperi” di più recente memoria. Ora il problema si poneva nei seguenti termini: non potendosi definire con certezza a quale o a quali comuni appartenessero le terre costituenti l’ ex feudo di S. Pietro in Bevagna, queste entrarono a far parte del Demanio Regio.

IL CONTENZIOSO

Da questo momento inizia il contenzioso fra Avetrana e Manduria.

Già nel 1810, purtroppo dal documento ritrovato non si riesce e rilevare la data esatta, si ricava una memoria del Sindaco di Avetrana contro Manduria in cui si fa presente che:“… La questione di cui da più tempo vertesi tra le suaccennate comuni consiste nell’unico estremo se li beni de’ soppressi Cassinesi di Aversa, o sia la Grancia di San Pietro in Bevagna…si debba sezionare[1] nel territorio di Avetrana oppure in quello di Manduria. Se questo articolo[2] si voglia com’è giusto decidere colla prelodata legge, la ragione sta per la comune della Vetrana, si perché il territorio di Avetrana conticua per magior spazio col territorio della Grancia di quel che confini il territorio di Manduria, si perché que’ pochi territori della Grancia che si trovano accatastati son accatastati alla Vetrana o in Manduria e il resto…non si trovano accatastati né in Manduria né in Avetrana, e da ciò che si è detto si deduce che Manduria non può vantare né catasto, né confinazione con i territori, indi non può pretendere d’includerlo nelle sezioni…”

Dopo la disfatta di Waterloo nel 1815, cacciati i Bonaparte, ritornano al potere i Borbone, questi acquisiscono al demanio regio quanto già confiscato da Giuseppe Bonaparte.

Con decreto del 5.Dicembre.1825, Francesco I di Borbone delibera di concedere a quei comuni nel cui tenimento ricadono i beni dell’ex feudo, non ancora attribuiti, la possibilità di subaffittarli, tramite asta, e secondo precise norme.

Detto decreto così recita all’Art. 1 “I beni presso l’amministrazione suddetta saranno affittati per lo meno sei mesi prima del termine degli affitti correnti, mediante l’affissione de’ manifesti, ne’ capoluoghi delle provincie, in quello de’ distretti, e ne’ comuni ove i beni sono siti…

Questo è il caso di Avetrana e per quella parte di ex feudo incluso nel suo ‘tenimento[3]’. Nell’archivio storico di Avetrana, si ritrovano vari manifesti il cui testo, facendo sempre riferimento al decreto del 5.12.1825 indica quei terreni messi in affitto e descritti come “le terre macchiose ed erbose delle dismesse saline ” e queste, come si legge nei verbali di aggiudicazione, sono poste nel tenimento “ del Comune di Avetrana”costituendo però proprietà della Reale  Cassa d’Ammortizzazione e del Demanio Pubblico. In osservanza al predetto decreto, il Comune deve pubblicare i manifesti detti, affiggendoli oltre che nei comuni di Manduria ed Erchie anche a Martina Franca per informare gli eventuali concorrenti che avessero voluto partecipare alla gara. Tra i primi partecipanti a quelle gare (1839-casuale coincidenza con l’anno in cui il sig. Tommasino Schiavoni acquista gran parte del feudo) compare tal Donato Casavola da Martina e, negli anni successivi, anche il sig. Vespasiano Schiavoni da Manduria.

Con leggi n° 793 e 794 del 21.8.1862 lo Stato autorizza la vendita definitiva dei beni demaniali costituenti l’ex feudo. A partire dal 1° Gennaio del 1865, costituitasi una Società Anonima sotto la presidenza Sen. Giacomo Lacaita di Manduria, lo Stato avvia l’alienazione delle terre ‘macchiose ed erbose delle dismesse saline ’.

In data 6 gennaio 1867 il sindaco pro tempore Cav. Davide Parlatano, in nome e per conto della comunità avetranese, vince la gara d’asta aggiudicando quel tenimento alle pertinenze di Avetrana per la somma di £. 9.534 divisa in 10 rate che il comune si impegna a versare annualmente.

Dal verbale di aggiudicazione definitiva apprendiamo la consistenza reale di quel territorio spartito tra Avetrana e Manduria. Al tenimento di Avetrana sono ascritti circa Ha 257, a quello di Manduria circa Ha 384. Con semplici calcoli si arriva a determinare lo stato di fatto cosi come rappresentato nella figura che segue

Osserviamo subito che l’area in tenimento di Avetrana è grosso modo rappresentata dall’area in rosa (1) e la parte in tenimento di Manduria e quella indicata a fasce rosa e celeste (2).

Si tenga conto che, ad est del tenimento di Avetrana si estendono le Paludi del Conte in possesso del sig. Vespasiano Schiavoni area che, come dichiarava lo stesso sindaco di Manduria  (28.11.1864) alla Regia Prefettura:

”…La palude appellata Conte, sita nel Bosco di Arnèo non è riportata nel Catasto Provvisorio di questo Comune, non essendo compresa nel perimetro di questo territorio…credo che possa far parte del feudo di Nardò o di quello di Avetrana…”. (si veda antecedentemente quanto dichiarava il sindaco di Avetrana).

Per quanto riguarda Manduria invece bisogna tener presente che il sig. Raffaele Schiavoni si attribuisce la proprietà delle zone indicate con 2 e 3 (vedi pianta –pagg.112-113 in LA STORIA INFINITA di Fulvio Filo-Schiavoni) includendo quindi nelle sue proprietà anche quella porzione che è demaniale. (2).

Il territorio a oriente, di quanto indicato in figura col numero (1) comprende: Santullo, Carcasacco e Paludi del Conte che, con alcuni altri terreni a Torre Columena, già compaiono attribuiti al Catasto Onciario di Avetrana-1752- e riconfermati, a seguito della estizione degl’Imperiale-Francavilla, nell’alienazione del feudo regio di Avetrana acquistato-1804- dai conti Filo) Quindi, come ricavato e rappresentato in cartografia, Torre Columena non era certo pertinenza o tenimento di Manduria (anche se, come giusto, l’ex feudo si estendeva ben oltre Torre Columena).

Note aggiuntive emergenti da altre ricerche:

1) Il geografo Pacelli, vissuto a cavallo tra il XVIII e il XIX sec.,  di Manduria, espressamente menziona le saline come appartenenti ad Avetrana.

2)Atti notarili del ‘700 affermano chiaramente che le Saline sono poste in territorio di Avetrana.

3) L’antica chiesetta dell’Annuciazione, posta “ iuxta turrim” proprio accanto alla Torre Columena, risulta nelle competenze parrocchiali di Avetrana, quando nel 1684 vi si reca in visita pastorale, Mons. Cuzzolino.  Osservare come P. Leonardo Tarentini in MANDURIA SACRA, nel menzionare tutte le cappelle esistenti e scomparse nel territorio di Manduria gli sfugga quella dell’Annunciazione. Non certamente come pretendono, erroneamente, spiegare alcuni con la diversa divisione religioso-territoriale (forse appellandosi, come oggi si nota, che la diocesi di Oria, pur essendo questa cittadina in provincia di Brindisi, si estenda anche su parrocchie poste in provincia di Taranto). Evidentemente, costoro, ignorano che le cappelle extra-moenia sono di pertinenza parrocchiale, e che quindi, mancando nell’elenco di P. Tarentini, detta cappella o chiesetta non entrava nel territorio di Manduria bensì in quello di Avetrana. Assieme a questa, come si rileva nella visita di mons. Triggiani (1818-1829), la presenza della Cappellina presso la Salina che però viene classificata assieme a quella esistente presso la torre Columena “senza esercizio”. Fatto questo, come già chiarito poc’anzi, che la dimostra in territorio di Avetrana.

4) Intorno agli anni ’80 del XVI sec. (siamo ben dentro il famoso limite temporale del 1536) dagli atti che riguardano il pagamento dei torrieri e dei cavallari (Arch.Storico di Napoli)  si ricava che la Torre Columena era manutenuta dall’università di Avetrana e a conferma di ciò, anche nei conti dell’Universita di Avetrana (nel Catasto Onciario) essa è tenuta al pagamento di 92 ducati per le guardie ( giusto per smentire alcuni signori che senza molta documentazione affermano che la torre di Columena sarebbe stata “da sempre” manutenuta da Manduria e mai da Avetrana)  mentre Manduria risulta impegnata sulla Torre di S. Pietro in Bevagna.

         La curiosità più strana di tutte, ed invitiamo i più increduli, a recarsi presso l’archivio di Stato di Taranto e consultare il Catasto preunitario di Manduria e cercarsi l’ “Articolo” (oggi diremmo Partita) 1769 e seguendone la storia catastale scopriranno che parte dell’area delle saline è stata “caricata” segnandola a matita e non con inchiostro, ci chiediamo se ciò sia “regolare” e come mai?

Quindi affermare l’indiscusso possedimento da parte di Manduria dell’intera fascia costiera che oggi detiene, non è così semplice se non per la forza dello stato di fatto e non di diritto.

Con ciò avremmo potuto concludere la nostra esposizione, ma strani accadimenti avennero successivamente e questo ci spinge a dover seguire ancor più avanti l’indagine.

Per quanto segue non ci pare fuor di luogo richiamare i termini di una discussione apertasi in Geolive (Geom. Rocco Diamante 21.9.2007): “Non era raro che vi fossero contestazioni antiche sulla effettiva posizione dei confini fra Comuni soprattutto se interessavano aree demaniali, spesso usurpate proprio dai maggiorenti dell'epoca che erano, ovviamente, anche gli amministratori comunali”. Se ciò era prassi “normale”, non deve meravigliarci. D’altro canto, ne viene fuori una successione di eventi poco chiari che hanno determinato l’ attuale confinazione  sud tra Avetrana e Manduria escludendo la prima da un naturale sbocco al mare.

 “Privilegio” che è toccato ad Avetrana, essendo l’unico comune tra le provincie di Taranto, Brindisi e Lecce chè pur posto a soli 5 Km dal mare non ha un metro di costa e di converso risulta che Manduria è l’unico comune che pur distante dal mare (in linea perpendicolare alla costa) poco più di 10Km ( si confronti con gli altri comuni delle province predette) ne possiede circa  13.

Riprendiamo dal momento in cui il sindaco Parlatano acquista le terre della Salina (nella fig. 1 le aree 1 e 2 ) Per fatti che rimangono inspiegabili, ma crediamo che la risposta sia presso l’archivio di qualche tribunale, avendo il Comune di Avetrana citato in giudizio il suo tesoriere infedele, nonostante regolari mandati di pagamento, dopo la quarta rata, come ci fa sapere lo stesso Parlatano, il tesoriere “non ebbe cura e rifiutasi di sdebitarsi con la Società Anonima” . Per questo il comune di Avetrana, dopo aver pagato le prime quattro rate divenne inconsapevolmente moroso e con sentenza del 21 Aprile 1874, (sentenza con la quale il tribunale fa divieto al Comune di Avetrana di potersi appellare pur avendo mostrato tutto l’interesse a porre rimedio, si rescinde il contratto e si ordina al comune la restituzione di quanto acquistato.

Pare cogliersi, in questo passaggio, una assoluta volontà di escludere Avetrana da un più che leggittimo tentativo di recuperare quanto, non per sua colpa, stava per esserle tolto.

Il 1° Novembre del 1874 quelle stesse terre, rimesse all’asta, se le aggiudicano i fratelli Schiavoni: Vespasiano che, come dimostra una sua lettera autografa del 6 agosto 1861 (arch. storico di Avetrana) indirizzata al sindaco di Avetrana, chiedeva di poter ottenere ancora in affitto le terre della dismessa salina per ancora quattro anni con l’esborso di 81 ducati annui) e Raffaele, fratelli a loro volta, del Sen. Nicola che in quegli anni è collega del Sen. Giacomo Lacaita (che abbiamo visto essere presidente della Società Anonima).

Si tenga però comunque presente che, quelle terre furono acquistate da privati cittadini, e non dal Comune di Manduria che sarebbe dovuto essere stato rappresentato dall’avv. Giuseppe Preite, in quell’anno, sindaco di Manduria.

Da qui una serie di dubbi:

1)Com’è potuto accadere che quanto era in tenimento, e parte in pertinenza di Avetrana, sia poi divenuta completa pertinenza di Manduria (per inciso non abbiamo trovato alcun decreto che rendesse pubblico quanto avvenuto)? Qualcuno ha dichiarato che quell’antico ex feudo “da sempre” tenimento di Manduria, con l’acquisto fatto dai signori Schiavoni, esso si “riannetteva naturalmente alla madre patria”. E se la gara fosse stata vinta da un signore di Martina Franca, a chi sarebbero andate quelle terre? Cosa sarebbe accaduto?

2)Come non correre col pensiero alla bramosìa di terre dei grandi possessori terrieri al confuso tempo dell’unità d’Italia (il cui comportamento come segnalato prima era quasi prassi)? Poco chiaro appare quel documento citato, sempre in “ LA STORIA INFINITA” (pag.194) che già nel 1839 pone alcuni territori tra i possedimenti del sig. Tommasino Schiavoni, tra i quali cito: Santullo, Fellicchie, Carcasacco, Paludi, Marmorosa che seppur sue possessioni erano, come mostrato, chiaramente nelle pertinenze o quanto meno tenimento di Avetrana. Si confronti ancora una volta con quanto dichiarato dallo stesso sindaco di Manduria nel 1864.

3)Come non considerare strano il comportamento del tesoriere che ‘oltre a non aver cura rifiutavasi di pagare?

6) Infine, ci si chiede, essendo stata la fascia costiera acquistata dai sigg. Schiavoni, solo il 1° novembre 1874, (e solo nel 1877 ne divennero effettivi proprietari) la cartografia dell’ I.G.M. edita per la prima volta proprio in quell’anno, presentasse già la ripartizione attuale? E’ come dire che nell’arco di due mesi, al più, l’ I.G.M. era stato in grado di, o riportare lo stato dei luoghi in maniera davvero sbalorditiva, o la storia precedente era stata assolutamente ignorata.

A questo proposito lo stesso I.G.M. così rispose ad una nostra richiesta: “…Nei primi anni del Regno quasi tutte le Amministrazioni Centrali incontrarono obbiettive difficoltà operative. In particolare il problema della conoscenza dei territori comunali, rimase per buona parte irrisolta fino al secondo decennio del nostro secolo [omissis]. Non esistendo una pubblicazione ufficiale… [omissis]... Va da sé che anche l’ IGM, incontrando le medesime difficoltà… [omissis]… si dovette rifare alle medesime fonti di natura diversa… [omissis]... Evidentemente per ragioni diverse, ogni prefato percorso documentale era solo parzialmente attendibile, pertanto ad oggi non si è in grado… [omissis]… di entrare nel merito della giusta pertinenza giurisdizionale dei territori dell’ex feudo di S. Pietro in Bevagna. Il Comandante   Gen. D. Franco Marchi.”  

Pare quindi che certe attribuzioni territoriali non siano esaustivamente attendibili,ma quali furono le ‘fonti di natura diversa’?

Nello specificare che quanto fin qui da noi prodotto si basa su documenti provenienti in gran parte dal nostro archivio storico (e quindi sempre consultabili). D’altra parte si osserva come nell’ambito di accese discussioni (mai comunque polemiche) intorno alla questione, mai storici o ricercatori di Manduria che si sono occupati della “questione” hanno prodotto, in opposizione, un sol documento che provenisse dall’archivio storico di Manduria, salvo riferimenti a citazioni estratte da ricerche non specifiche o da documenti di archivi privati (dove, per rigore, occorre stare in all’erta in quanto, alcune volte redatti, ad usum delphini, così come ci ricordano le stesse liti tra il Monastero e il Regio fisco o i feudatari, o quel famoso beneplacito di Capua di liceale memoria: “ Sao ko kelle terre et per kelli fini per anni trenta li possette Sancti Benedicti )?

Strano, perché questo silenzio dell’archivio di Manduria induce a ritenere quei documenti, se esistenti, tali da non poter suffragare quanto oggi viene asserito dalla città messapica. E’ mai credibile che di tanti secoli, di presunta possessione di qualla fascia costiera, es. Torre Columena e salina inclusa, non sia rimasta alcuna traccia? Ma senza alcun documento risorge la domanda: quali furono le ‘fonti di natura diversa’ che indussero l’I.G.M. ad assegnare l’ex feudo interamente a Manduria? O le ‘fonti di natura diversa’ furono solo esercizio di potere? Resta per es. noto un documento spesso citato per dimostrare l’antico possesso delle saline da parte di Manduria quello che, nel 1713 D. Francesco M. Ferrara cita (? ma pare mai visto da alcuno) e per il quale nel 1463 Manduria avrebbe fatto dono delle sue saline a Ferdinando D’Aragona re di Napoli. Ma le saline non appartenevano già ai monaci cassinesi?

Pronti comunque a rivedere le nostre posizioni nell’evidenza delle prove che documentino il contrario.  Al momento l’unica prova è, come già detto, solo la forza dello status quo.

 

Pietro Scarciglia-Luigi Schiavoni

 

 

[1]  Sezionare da intendere, per semplicità, come “ accatastare”.

[2]   Articolo sta per “Partita”

[3] Intendo Tenimento un territorio ricadente nei confini comunali, di cui il  Comune non è proprietario.Pertinenza deve intendersi un territorio di cui il comune ne è proprietario.




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